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Un personaggio sconcertante

Resta un mistero il ruolo dell'ex parroco

 

Misteriosamente entrato nel sequestro Cassina, l'ex parroco di Carini ne è ancora più misteriosamente uscito, anche se per il rotto della cuffia. Il processo ha svelato solo in parte come quando e perché don Agostino Coppola entrò nelle trattative tra la famiglia del cavaliere del lavoro Arturo Cassina e i banditi per il rilascio dell'ing. Luciano. Secondo fonti responsabili, si ricorse ad Agostino Coppola quando il gesuita Giovanni Aiello, scelto dai banditi tra una terna di nomi forniti dal rapito, dopo la consegna di un acconto di 300 milioni, dovette alzare bandiera bianca di fronte all'insistenza di "padre Guglielmo", emissario dei banditi, fermo su un riscatto di tre miliardi. Ma, per non destare sospetti, per l'incarico a padre Coppola, nipote del più famoso "Frank tre dita", si dovette ricorrere alla mediazione dell'arcivescovo di Monreale. E' risultato dagli atti che mons. Corrado Mingo diede incarico a padre Giovanni Aiello di cercargli padre Agostino Coppola, un sacerdote che gli era noto per essere stato economo del seminario arcivescovile di Monreale.

Padre Agostino non accettò subito l'incarico. Prese cinque giorni di tempo per recarsi a Roma e al ritorno, finalmente comunicò a padre Aiello di aderire al "pressante" invito del suo arcivescovo.

I risultati della nuova mediazione furono, sin dall'inizio, positivi. Dai tre miliardi si passò alla richiesta di settecento milioni, in aggiunta ai 300 già versati dai Cassina ai banditi. Poi, quando tutto sembrava avviato, un intoppo. Padre Agostino Coppola informò don Aiello che i banditi, oltre all'acconto di 300 milioni pretendevano un "saldo" di un miliardo netto: o prendere o lasciare.

La famiglia Cassina fu contrariata dalla nuova richiesta. Tuttavia, per abbreviare i tempi della prigionia di Luciano Cassina, dovette fare buon viso a cattivo gioco. Il miliardo tondo fu trasferito a Casa Professa, nella residenza di padre Aiello. E qui, di sera, lo andò a prelevare con la sua auto don Agostino che, poi, l'avrebbe consegnato ai banditi. Due giorni dopo, comunque, l'ing. Luciano fu liberato.

Il nome di padre Agostino Coppola, ufficialmente, passò nel dimenticatoio. Non comunque, per la famiglia del sequestrato. Arturo Cassina, infatti, dovette ancora una volta ricorrere all'intermediazione del parroco di Carini per una serie di minacce, evidentemente a scopo di estorsione, pervenute al genero, ing. Pasquale Nisticò, direttore della Lesca. E anche questa volta l'intervento del sacerdote di Partinico risultò taumaturgico: i banditi non diedero più molestia all'ing. Nisticò.

Poi, le strane circostanze che legarono il nome di Agostino Coppola ai sequestri Barone e Rossi di Montelera, riportarono alla ribalta della cronaca l'ex parroco di Carini. Nel maggio 1974 la sorpresa dell'arresto, nella sua abitazione, dove furono sequestrate banconote (cinque milioni) del sequestro Barone. Questa circostanza tirò in ballo       don Agostino anche per il sequestro Cassina e il suo nome finì accanto a quello di Giuseppe Calò, Leonardo Vitale e Francesco Scrima, caduti nelle maglie dei carabinieri e della polizia dopo la liberazione dell'ing. Luciano. Dei quattro, soltanto due, sono rimasti impuniti del sequestro Cassina.

Ora, la lettera dell'arcivescovo di Monreale giunta nella camera di consiglio della Corte, al momento del giudizio, ha cercato di dare una nuova dimensione all'intervento di Agostino Coppola. "Sono rimasto in silenzio durante tutto il corso del processo", ha scritto mons. Mingo, "non per il timore di conseguenze di qualsiasi genere contro la mia persona, ma solo perché non sorgessero equivoci sulla missione sacerdotale". Ha aggiunto di avere sentito il bisogno, come uomo e come sacerdote, di precisare, dopo avere appreso a mezzo dei giornali che la Corte non aveva ritenuto opportuno di citarlo, che l'intervento di padre Agostino Coppola, come intermediario del sequestro, era stato da me sollecitato su pressione di padre Giovanni Aiello, molto vicino alla famiglia dell'ostaggio, e del cavaliere del lavoro Arturo Cassina padre dell'ing. Luciano.

Questa lettera è datata 8 luglio. Ma già la Corte alla fine di giugno aveva dovuto saltare ben quattro udienze per "reperire" don Giovanni Aiello e per sentire da lui come teste, la "verità" sulla "missione" Coppola nel sequestro Cassina. Una ricerca affannosa quanto vana, al punto da indurre la Corte a rinunziare alla preziosa testimonianza.

Un comportamento, questo di padre Aiello, e una lettera quella di mons. Mingo, che non hanno chiarito il "giallo" dell'incarico a padre Agostino: un giallo che è rimasto tale anche dopo la sentenza della Corte che, con la sua formula dubitativa ha lasciato intatti tutti gli interrogativi sui retroscena del sequestro più lungo della nostra Sicilia.

Giornale di Sicilia 15.7.1977

 

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