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Don Agostino Coppola non ha atteso la sentenza accusando un improvviso malessere

"Qui mi giudicano per il mio nome"

 

L'ex parroco di Carini sostiene d'essere stato un benefattore dell'uomo che lo accusa

Padre Agostino Coppola non se l'è sentita di attendere l'esito del processo che lo ha avuto protagonista per 13 udienze come autore dell'estorsione dell'allevatore Francesco Paolo Randazzo, sfrattato con la violenza dal Feudo di Piano Zucco per fare posto alle mandrie dell'ex parroco di Carini. Ieri, al termine dell'ultima udienza e nel momento in cui i giudici si ritiravano in Camera di consiglio, ha detto di sentirsi male. "Non verrò per sentire la sentenza". Uno strano presentimento il suo. Prima mi aveva detto, molto rabbuiato, che si attendeva una condanna. "Qui non mi giudicano - aveva detto - per il fatto in se stesso, mi giudicano perché mi chiamo padre Coppola. Pensi, mi hanno attribuito un'estorsione che non ha senso. A parte che sono stato un benefattore del Randazzo, le sottolineo che lo avevo a portata di mano a Piano Zucco, notte e giorno, anche da solo. Portava le sue vacche nella mia stalla e se avessi voluto fargli del male, ne avrei avuto la possibilità quando e come avrei voluto".

Le tredici udienze, alle quali (ad eccezione di un solo giorno) ha sempre presenziato, hanno stancato don Agostino. E' uscito dall'aula alle 13,35 quasi disfatto.

- Beh, gli abbiamo chiesto, se qui si ritiene una vittima della Giustizia, penso che non possa dire la stessa cosa per essere stato coinvolto nell'anonima sequestri" capeggiata da Luciano Liggio e che le è costata, a Milano, la condanna a 14 anni di reclusione.

"In effetti - ha risposto - la situazione in quel processo era più pesante. Ma insisto che, per questo, non esistevano i presupposti per un rinvio a giudizio. E voi giornalisti montate certi episodi, soprattutto quando si tratta di me, perché il mio nome fa notizia".

- Il cronista sarebbe non può che raccogliere notizie da fonti ufficiali. Sarebbe ben lieto, dal momento che viene spiccato un ordine o un mandato di cattura, potere conoscere il pensiero dell'imputato, ma è ovvio che non ne ha la possibilità.

"Certo, i cronisti raccolgono le tesi di accusa e, in effetti, non possono conoscere i rintocchi dell'altra campana. Ma, intanto, ne vengono fuori notizie di parte che rovinano la reputazione di una persona".

Certo è strano che Padre Agostino Coppola sia stato rinviato a giudizio e condannato ieri per l'estorsione a Randazzo e tenuto fuori dal tentato omicidio subìto nell'ottobre 1974 dallo stesso allevatore di Piano Zucco. Una stranezza che, nella sua requisitoria, ha sottolineato anche il pubblico ministero Francesco Scozzari. Però dagli atti è balzato il documento che Francesco Paolo Randazzo aveva stipulato con Giacomo Chiello per l'acquisto di Piano Zucco e sono venute fuori anche le cambiali che Randazzo aveva versato al Chiello al momento della stipula del compromesso per vendita. E tutto questo ha fatto gioco contro padre Coppola e gli imputati di tentato omicidio. Ed a questi elementi bisogna aggiungere le rivelazioni dello stesso Randazzo che, dopo il ferimento, fece il nome degli aggressori. E, nonostante, nell'ultima parte dell'istruttoria e durante la causa Randazzo abbia fatto marcia indietro, nonostante il martellamento di tutti i difensori contro le posizioni di Randazzo presentato come personaggio dal "certificato penale sporchissimo", e anche come mafioso, i giudici hanno ritenuto le ritrattazioni come conseguenza della "gran paura" che Randazzo ha avuto dal momento dell'attentato ad ora.

Ma i 3 anni e mezzo di reclusione a padre Coppola, al momento, costituiscono un'altra piccola goccia che si è venuta ad aggiungere ai 14 anni di Milano. L'ex parroco, dovrà, infatti, affrontare, dal prossimo 28 aprile un altro ben più pesante processo, quello per il sequestro dell'ing. Luciano Cassina. Suo fratello Giacomo, invece, è uscito dalla scena di tutti i processi di don Agostino. Ora è libero, ma dovrà recarsi per due anni e mezzo al soggiorno obbligato cui è stato recentemente assegnato dal Tribunale.

Giornale di Sicilia 24.3.1977

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