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Intervista a Luciano Liggio

Porta la fede al mignolo:

"E' come se fossi sposato"

 

Completo grigio chiaro a strisce sottili marrone, maglione blu a girocollo, calzini blu e scarpe nere, occhiali leggermente affumicati, stempiato con capigliatura ancora folta e brizzolata, fede nuziale al mignolo sinistro, mano destra nella tasca del pantalone che lascia appena intravedere le manette. Così Luciano Liggio, 53 anni compiuti a febbraio, si è presentato ieri alla prima sezione della Corte d'Appello. E' entrato in aula disinvolto e compiaciuto dell'interesse che ha suscitato al palazzo di giustizia e persino della nutrita scorta di carabinieri.

Quando i cronisti gli hanno cominciato a rivolgere domande Liggio ha precisato:

"Tutto ciò che potrei dirvi, lo distorcereste perché voi giornalisti dovete soddisfare a certe esigenze...".

- Ho sentito dire - gli ho poi chiesto - che presenterà istanza di revisione del processo con cui a Bari fu condannato all'ergastolo. E' vero?

"Non ho presentato alcuna istanza di revisione".

- Ma ha intenzione di presentarla?

"Lei vuole proprio leggere nelle mie intenzioni?".

- Vedo che porta una fede al dito, è sposato?

"Sono sposato, anzi preciso, sentimentalmente mi ritengo sposato".

- Si tratta della signora Parenzan che le ha dato un figlioletto?

"Si".

Abbiamo chiesto a Liggio della fuga dalla Villa Margherita di Roma. Il boss ha respinto decisamente quanto all'epoca è stato scritto sul suo conto.

"Io non sono mai fuggito. Non ero né sorvegliato né piantonato. E' stato il questore Angelo Mangano a creare di sana pianta questa pretesa mia fuga dalla clinica. Per questo episodio ho subìto un processo e sono stato assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste".

- Si ritiene coinvolto nell'associazione dei "114" della cosiddetta mafia nuovo corso?

"Io sono costretto a cascare sempre dalle nuvole. Conoscete tutti meglio di me il questore Mangano. L'accusa proviene proprio da Mangano che ha creato tutto di sana pianta".

- Lei era amico di Frank Coppola?

"Per mia disgrazia, ho coabitato con lui per qualche mese nella stessa cella mentre ero detenuto nel carcere di Bari".

- Conosce don Tanino Badalamenti?

"Lo conosco dai tempi della mia adolescenza. Badalamenti, titolare di una azienda pastorizia, veniva spesso nel corleonese per ragioni di pascoli. Poi si fidanzò con una corleonese che abitava vicino casa mia e la cui famiglia era in buoni rapporti con noi. Pertanto anche con Badalamenti divenimmo amici e, poi, addirittura compagni di San Giovanni".

Quindi Luciano Liggio si è seduto sul banco degli imputati. Ha tirato fuori un sigaro "Avana", lo ha delicatamente liberato dell'involucro e lo ha a lungo annusato. Poi si è rivolto continuamente verso il pubblico per parlare a distanza con una nipote.

Quando l'udienza è stata rinviata a lunedì, Liggio si è allontanato con la sua scorta di carabinieri con lo stesso passo cadenzato con cui era entrato.

"Lunedì non ritornerò. Mi secca tutta questa coreografia. E poi io non sono venuto per il processo. Mancavo da Palermo da 14 anni e, in tutto questo periodo, ho avuto poche possibilità di avere colloqui con i miei parenti. Spero di potere rimanere per qualche tempo all'Ucciardone appunto per vedere con più frequenza i miei".

E poi, rivolto con degnazione ai "paparazzi" che lo avevano bersagliato di flash, il boss, un po' sorridendo, un po' comandando ha disposto:

"Mi raccomando, le migliori mandatemele in carcere".

Ritratti di un gangster in un "interno", al palazzo di giustizia.

Giornale di Sicilia 8.4.1978

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