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Nel Belice la mafia al suo terzo tempo

Giornale di Sicilia 21.9.1977

 

Nel Belice la mafia al suo terzo tempo

I boss spostano l'interesse dagli enti pubblici agli appalti delle super-opere nelle zone terremotate - Il col. Russo lasciò il comando del Nucleo Investigativo mentre indagava su delitti degli ultimi anni e rifiutò il trasferimento a Reggio Calabria

L'escalation dei delitti, dal 1974, ha coinciso col boom di finanziamenti statali e di opere pubbliche tra Garcia e le zone terremotate del Belice. Dopo la tragedia di Ciaculli del 30 giugno del 1963, le organizzazioni mafiose della Sicilia occidentale hanno fatto registrare il terzo tempo della loro continua e progressiva evoluzione. Una mafia "galoppina", con settore preferito il contrabbando, fino al 1963, cioè una mafia che, attraverso appoggi elettorali, sfrutta al massimo le risorse cittadine (edilizia). I "patriarchi" si attestano nella città, abbandonando feudi e campagne e cominciano a tessere le fila di un'organizzazione funzionale a carattere interprovinciale.

Dal 1963, con la massiccia applicazione di misure di prevenzione, la mafia, sparpagliata in tutta la penisola, incomincia a darsi un volto nazionale. I boss, quelli con la "b" maiuscola, rimasti in sede, rivolgono la loro attenzione agli enti pubblici. Dal 1963, infatti, scatta l'era delle "municipalizzate" e degli enti di Stato: un pedaggio che la DC paga all'ingresso del PSI nella maggioranza governativa. E con il fiorire di enti pubblici, parallelamente, dilagano enti misti, cioè enti privati, con partecipazione finanziaria di enti pubblici. Un'epoca che ha un nome battesimale: quella dei "boss dietro le scrivanie". Ed eccoci al dopo - 1970. Il dopo terremoto che ha devastato, nel 1968, molti centri del Belice, ha dato l'occasione alla grossa mafia di mutare obiettivi e di evolvere la sua già potente organizzazione. E' una corsa sfrenata alle campagne e ai feudi. Ma i programmi non sono quelli di venti anni prima. L'ansia di valorizzazione di vaste plaghe deserte e di trasformazione di colture tradizionali è solo apparente. Le espropriazioni per la costruzione della diga Garcia hanno dimostrato come 800 ettari di terreno, per secoli incolto, è stato trasformato per ricavare dallo Stato il maggior profitto possibile: un ettaro di vigneto è stato pagato, per far posto alla diga, 13 milioni. La cifra è stata raddoppiata se il proprietario ha dimostrato di essere un coltivatore diretto.

Dal 1970 quindi, abbiamo un terzo stadio evolutivo della mafia: i boss dietro le scrivanie degli enti pubblici, spostano i loro interessi nel retroterra e, in prevalenza, nelle zone della valle del Belice. Una mafia che sta alle calcagna di imprese colossali e di appalti di super - opere. Oltre mille miliardi i finanziamenti per la costruzione del Belice. E nel contempo sorgono una pletora di società private, con finalità non sempre chiare. In città resta posto per i contrabbandieri, per i rapinatori e per le piccole organizzazioni. L'evoluzione della mafia della Sicilia occidentale è costretta però a pagare un prezzo, a volte alto, nella ricerca di equilibri stabili e nella corsa all'accaparramento di privilegi e ricchezze. Ed ogni conquista lascia dietro una scia di delitti.

Abbiamo detto di una catena di agghiaccianti omicidi e di tre sequestri che hanno provocato stupore ed allarme sociale. Giuseppe Russo, la vittima di Ficuzza, piombò nella zona del Belice, esattamente a Roccamena, sin dall'8 settembre 1974, giorno in cui fu rapito il giovane enologo monrealese Franco Madonia, per il cui rilascio (15 aprile 1975), lo zio "don" Peppino Garda ha pagato un riscatto di un miliardo. Il 1° luglio 1975 fu sequestrato il docente universitario Nicola Campisi, rilasciato l'8 agosto, dopo il pagamento di settanta milioni e infine, il 17 luglio, il sequestro senza ritorno del re delle esattorie, Luigi Corleo. A questi tre eclatanti rapimenti sono seguite impressionanti catene di delitti. Si cominciò a Corleone con la soppressione di Biagio Schillaci (27 luglio 1975), si continuò a Corleone con l'attentato a Leoluca Grizzaffi.

Chi è Leoluca Grizzaffi? Un nome che non figura nel "gotha" mafioso. Eppure l'allora maggiore Russo scoprì che il Grizzaffi, era un "intoccabile". Il suo tentato omicidio aveva dunque aperto un capitolo abbastanza drammatico e senza limiti di vendetta. Leoluca Grizzaffi è, infatti, fratello di Giovanni, figlio di Caterina Riina, sorella di Totò, il fedele luogotenente di Luciano Liggio. Riina ha anche sposato segretamente (officiante padre Agostino Coppola), nell'aprile 1974, la maestrina corleonese Antonietta Bagarella, sorella di Calogero, altro luogotenente della "primula". Un affronto, quindi, al clan di Luciano Liggio. Ma i Grizzaffi, oltre ad essere nipoti, sono i più attivi collaboratori dello zio Totò. Giuseppe Russo, ad esempio, ha scoperto che la Zoosicula "Risa" (che si tradurrebbe in Riina Salvatore) aveva, tra l'altro, acquistato il feudo "Rocche Rao" di Corleone, per oltre undici salme. Il fondo fu ceduto in affitto, per un canone irrisorio e per la durata di trenta anni, a Giovanni Grizzaffi, fratello di Leoluca. Avrebbe pagato allo zio o meglio alla "Risa" trenta salme di frumento l'anno. L'attentato dell'ottobre '75 ha provocato quindi nel triangolo Corleone - Roccamena - Partinico la rottura di un equilibrio che ha portato ad una guerra, così come l'attentato di Piano di Scala, nel 1957, aveva portato a sei anni di guerra tra "navarriani" e "liggiani" nel corleonese. Sono questi gli episodi più significativi del dopo sequestro Campisi e Corleo: episodi che indussero il maggiore Russo ad ipotizzare, con maggiore convinzione, l'esistenza di un'asse Liggio - Coppola nell'"anonima sequestri". In quest'epoca si infittisce la rete di società paravento (Solitano, Risa, Sifac, etc.) che, forse intravedendo la possibilità di intrufolarsi in appalti e subappalti, aumentano improvvisamente di svariate decine di milioni i loro capitali sociali. Denaro sporco, riciclato e utilizzato per iniziative pseudo industriali. A Corleone, intanto, la lotta divampa. L'attentato di Grizzaffi fu seguito il 12 gennaio 1976 dall'omicidio dell'autotrasportatore Giuseppe Zabbia: il 13 febbraio successivo eccoci all'omicidio di Francesco Coniglio, impresario di pompe funebri, seguito dall'assassinio di Giovanni Provenzano (4 maggio), dall'omicidio di Rosario Cortimiglia (4 giugno), dalla soppressione del roccamese Giuseppe Alduino (29 agosto), di Giuseppe Scalici (9 gennaio 1977), dalla scomparsa di Onofrio Palazzo (9 luglio), dalla pubblica esecuzione di Giovanni Palazzo (23 luglio). Quindi la faida si sposta a Roccamena, da dove fugge, il 29 luglio, dopo essere scampato ad un attentato, il cavatore Rosario Napoli, in rapporti con la Lodigiani. Il 30 luglio è il turno di Giuseppe Artale, guardiano dell'impresa Paltrineri, assassinato sul ponte San Lorenzo. Il 10 agosto poi, il tiro dei killer si sposta a Mezzojuso, dove viene freddato Salvatore La Gattuta e, infine, la spirale si chiude a Ficuzza, con la duplice esecuzione del colonnello Giuseppe Russo e dell'insegnante Costa.

Una spirale apertasi a Corleone e che, nel suo vortice, racchiude l'altra catena di attentati e delitti avvenuta in parallelo nel trapanese. Il 26 febbraio 1976 sulla Mazara - Punta Raisi furono feriti il geometra - imprenditore Pietro Lombardino e il suo amico Stefano Accardo, il 5 aprile furono assassinati, a Marsala, Silvestro Messina ed Ernesto Cordio, quattro giorni dopo, a Mazara, fu il turno di Antonino Luppino. Gli ultimi omicidi sono recentissimi (del luglio e dell'agosto scorsi). A Monreale, intanto, erano stati fatti fuori Remo Corrao (dicembre 1975), il suo socio Aloisio Costa (22 gennaio 1976). Due gravi delitti seguiti dall'uccisione, a San Cipirello, di Enzo Caravà (12 aprile 1976), a Mazara, di Agostino Cucchiara (25 agosto), a Castelvetrano, di Baldassare Ingrassia (11 dicembre 1976). Delitti preceduti dalla soppressione a Partinico e Balestrate di Angelo Genovese e Angelo Sgroi.

Giuseppe Russo lasciò il comando del nucleo investigativo mentre indagava per questi delitti. Diceva di volere andare in "pensione". E' certo che rifiutò il comando del gruppo di Reggio Calabria. Si dice che durante la "convalescenza" abbia tentato la carta delle pubbliche relazioni per conto di grosse imprese impegnate anche nella zona del Belice. La sua morte ha aperto dei grossi interrogativi cui lui soltanto, forse, avrebbe potuto rispondere con certezza: è caduto per essersi introdotto in un terreno per lui minato dalle approfondite indagini che aveva fatto anche sul conto di imprese intrufolate nella costruzione del Belice? O è caduto per mano di chi si è ostinato a vedere in Russo ancora il "segugio" alle calcagna della mafia organizzata, piuttosto che il borghese, per poco ancora in divisa, avviato su strada nuova, anche se per conto di supersocietà? O piuttosto questo duplice delitto di Ficuzza, dietro la clamorosità del fatto, non nasconde una terza causale?

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