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Perché il Belice è un terreno minato

Giornale di Sicilia 18.9.1977

 

Perché il Belice è un terreno minato

Vi sono in corso lavori per più di mille miliardi - Dal 1974 in poi tre sequestri e una catena di omicidi

L'inizio di massicce opere pubbliche tra Garcia e le zone terremotate del Belice ha coinciso con i primi anelli di una catena di morti ammazzati, sequestri di persona, attentati e morti per "lupara bianca". L'ultimo anello della catena è costituito dalla soppressione a Ficuzza (20 agosto 1977) del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e del suo amico Filippo Costa. Un omicidio quello dell'alto ufficiale, che, così com'è avvenuto, (classico sistema mafioso) e anche per la zona, quella di Ficuzza, scelta dai killer per l'esecuzione della sentenza di morte, ha fatto proiettare le indagini in una duplice direzione: vendetta "dell'anonima sequestri": pista degli appalti di superopere nelle zone terremotate del Belice, per la decisione di Russo di congedarsi dall'arma per dedicarsi ad una nuova attività come consulente di imprese colosso, di cui, negli otto mesi della sua convalescenza, avrebbe già dato un apporto.

Se è vero che il colonnello Russo aveva operato una scelta ed aveva iniziato i suoi primi sondaggi, per conto di imprese come Saiseb, la Lodigiani e la Cassina, cioè di società massicciamente impegnate in lavori nella zona del Belice, è indubbio che l'ufficiale, volontariamente si era lanciato in un "campo" minato: si sarebbe venuto a trovare, come manager di super colossi dell'imprenditoria, in una zona che, negli ultimi due anni, lo avevano visto protagonista, come comandante del nucleo investigativo dei carabinieri e coordinatore di indagini a livello interprovinciale, nell'accanita battaglia contro cosche mafiose di ben tre province (Palermo, Agrigento e Trapani), venute alla ribalta per i più eclatanti delitti dal 1975 ad oggi.

Una zona minata, dove si dibattono inconfessati interessi di società paravento che, favorite dal disordine e dall'egoismo degli enti pubblici e a partecipazione mista, interessati ad accaparrarsi finanziamenti e lavori, anche per motivi elettorali, trovano terreno fertile alla loro sfrenata ambizione. La costruzione della diga Garcia è una delle tante superopere in via di realizzazione nella vallata del Belice. Gli oltre trecento miliardi che, in dieci anni sono stati previsti per ulteriori opere di bonifica e di convogliamento dell'acqua negli invasi dei tre consorzi che ne hanno fatto richiesta, sono una particella degli enormi finanziamenti di opere pubbliche programmate nel Belice. La legge 178 ha stanziato ben 310 miliardi per costruzioni di alloggi popolari ed economici nelle zone terremotate, con copertura fino al 1980. Stanziamenti aggiuntivi, sempre per l'edilizia, sono stati sollecitati dalla Regione. L'ESA (Ente per lo sviluppo agricolo) ha ultimato nella zona lavori per cinque miliardi, e ne ha in corso altri per tredici miliardi ed ha in programma l'appalto per altre opere per cinque miliardi. Il CIPE ha approntato un programma di spese per 269 miliardi. Entro l'anno completerà opere stradali, che sono costate venti miliardi, ha in corso d'appalto opere agricole per altri cinquantatré miliardi. L'ANIC e l'ESPI sono scese nel Belice per alcune iniziative industriali: la costruzione di un cementificio e la realizzazione di un impianto siderurgico per tondini di ferro. Ancora l'ANIC e l'ESPI hanno in programma, con un partner privato, la costruzione a Salemi di un'industria di vetro-resine che dovrebbe assorbire non meno di duecento unità lavorative. L'ESPI ha pure progettato a Gibellina un complesso agro-industriale per l'allevamento in grande stile dei suini.

Una "ballata" di miliardi, nelle zone della ricostruzione del Belice e delle popolazioni disastrate dal terremoto, ma anche una ballata di miliardi che ha attirato nella valle l'attenzione di cosche spregiudicate che si combattono, si associano o si elidono, a seconda degli interessi e delle circostanze, nella corsa verso l'arricchimento. Una mafia che conferma la sua tradizione e concede, nella zona del Belice, il bis della guerra scatenata nel palermitano, tra gli anni 1958 e il 1963, epoca del boom edilizio cittadino. Interessi politici e di parte, creando attorno a così imponenti opere una babele di competenze e di attribuzioni, finiscono, come era accaduto a Palermo, col favorire i piani della mafia. Accaparramenti, con ogni mezzo, di aree di sviluppo (urbanistico, agricolo o industriale), accaparramento di vasti feudi che, desolati dall'arsura fino a ieri, domani vedranno centuplicato il loro valore dalle immense riserve d'acqua che verranno accumulate dalla costruenda diga di Garcia o dalla diga "Arancio" in corso di rilancio nell'agrigentino. Interessi che finiscono col rallentare il ritmo delle realizzazioni a vantaggio degli speculatori, che conoscono bene la legge per l'aggiornamento dei prezzi. Non si spiega altrimenti la disperazione delle popolazioni del Belice, nonostante l'imponenza dei finanziamenti e dei programmi: non si spiegano i perché di tante speranze deluse e della rabbia delle popolazioni del Belice, indignate dalla esasperante lentezza delle opere. Non sono pochi coloro che ancora, dopo nove anni dal terremoto, vivono in baracche. Non si spiega, altrimenti, l'impennata di non pochi deputati regionali, nella seduta di Sala d'Ercole del 16 febbraio scorso: un'impennata sfociata nell'approvazione di una mozione con la quale, tra l'altro, è stata sollecitata un'inchiesta parlamentare per accertare i "gravi ritardi nella esecuzione delle opere nel Belice " ed è stata suggerita l'istituzione di un ufficio speciale tecnico - amministrativo per il coordinamento delle iniziative e dei lavori. In questo quadro, che vorrebbe essere di ripresa e di ricostruzione, dal 1974 in poi, si sono inseriti tre sequestri di persona e una catena spaventosa di omicidi e di attentati. Li esamineremo.

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