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Alla mafia i privilegi ai " piccoli " le briciole

Giornale di Sicilia 9.9.1977

Alla mafia i privilegi ai " piccoli " le briciole

Quanto costerà all'impresa l'affitto del terreno per impiantarvi il cantiere

L'impresa milanese Lodigiani, subito dopo l'aggiudicazione dell'appalto (per oltre 47 miliardi) dei lavori per la costruzione della diga Garcia, ha trovato nella zona "ponti d'oro". Ecco perché l'ing. Francesco Secco, direttore tecnico dell'impresa, quando si è scritto che la catena di otto morti ammazzati nel triangolo Roccamena, Corleone, Mezzojuso, portava l'etichetta della mafia ed era collegata con la diga, si premurò a dichiarare: "Io della mafia ho solo sentito parlare...". Lui i mafiosi li immagina con i "barracani" sulle spalle e con la cal. 38 in pugno. E non solo l'ing. Secco. Molti settentrionali la pensano come lui. Non appena la Lodigiani ha messo piede a Garcia le è stato subito offerto un cocuzzolo arido dal quale, comunque, si domina la vallata che, entro cinque anni, dovrebbe venire sommersa dalle acque della diga. "A disposizione ingegnere, lei qui è il padrone". E la Lodigiani sul cocuzzolo panoramico di Garcia, vi ha realizzato il suo cantiere con una spesa di cento milioni: alloggi moderni per circa 500 operai, un immenso capannone per la mensa, infrastrutture per i mezzi meccanici e persino un pozzo per l'acqua. Poi quando il cantiere, moderno, è stato realizzato, l'ing. Secco ha avuto un altro colloquio con il proprietario della collinetta. "Io - ha detto il personaggio di Poggioreale - ingegnere, non pretendo un soldo di affitto. Ma sa, in cinque anni, quando l'impresa avrà finito i suoi lavori, non mi dispiacerebbe che venisse lasciato tutto per come è stato sistemato ora". Il proprietario dell'arido cocuzzolo, così, quando la Lodigiani sloggerà dal cantiere, si troverà proprietario di opere per oltre 100 milioni che, magari, potrà adibire (e nella zona se ne avverte la necessità) a confortevole albergo-ristorante. La zona lo consente.

A chi servono i "barracani" e le "cal. 38"? Alla mafia qualificata certamente no. Non sono serviti a Rosario Napoli, che era stato presentato al direttore della Lodigiani da un personaggio influente, per noleggiare all'impresa della diga una pala meccanica e per fornire materiale dalla sua cava Mannarazza. "Ma che subappalti - dice l'ing. Secco - noi siamo autosufficienti. Se qui occorre una ruspa, da Milano ne mandano tre. E così anche per i camion, così per le pale meccaniche e per le betoniere".

Un discorso, press'a a poco, come quello del geometra Cattani, direttore della Saiseb, un'altra delle decine di imprese del continente scese nelle zone terremotate del Belice per "dare una mano" alla ricostruzione dei paesi terremotati. Cattani ha smentito che il colonnello Russo, ucciso in un'imboscata a Ficuzza, operasse da qualche mese come consulente della Saiseb. L'assessore Bellomare ha smentito Cattani, come la ruspa di Rosario Napoli, abbandonata dal proprietario del cantiere di Garcia al momento della sua precipitosa fuga in Svizzera, dopo l'attentato subito a Mannarazza, smentisce l'ing. Secco.

La mafia della cal. 38, semmai la conosce Rosario Napoli: una mafia della base, nella piramidale organizzazione, che si contende il pane quotidiano, gli spiccioli dei "grandi", gli appalti secondari, le forniture. Rosario Napoli aveva portato al cantiere della Lodigiani campioni delle pietre della cava acquistata di recente e di prossima inaugurazione, proprio alle spalle della vecchia cava Mannarazza, che aveva avuto fino ad allora in affitto. Quando Napoli iniziò, col suo biglietto di presentazione, i suoi rapporti con la Lodigiani, i proprietari della cava che lui aveva in affitto, cercarono di mettergli i piedi sul collo. Fino allo scorso giugno, Napoli pagava come canone 150 lire a metro cubo di materiale estratto e venduto. "O ci dai 350 lire a metro cubo di materiale, o te ne puoi andare", gli dissero. Napoli si sentiva protetto. Chi lo aveva presentato al direttore della Lodigiani avrebbe potuto anche proteggerlo dalle "vessazioni" dei proprietari della cava. Perciò resistette e reagì comprandosi una cava vicina. Poi il 19 luglio scorso, quando quattro killer cercarono di ammazzarlo (o volevano solo impaurirlo?), Napoli si rese conto che i suoi protettori non potevano garantirgli anche la vita e fece frettolosamente fagotto. Si è rifugiato in Svizzera. Undici giorni dopo, sul ponte San Leonardo di Roccamena è morto ammazzato Giuseppe Artale, uno dei comproprietari della cava Mannarazza e guardiano del cantiere della Paltrinieri, un'altra delle undici imprese impegnate, per conto del consorzio dell'alto e medio Belice, in lavori nella vallata di Roccamena.

Ponti d'oro per la Lodigiani: mentre i disperati della base mafiosa ribattono a colpi di lupara e cal. 38. Questi i due volti di una stessa organizzazione, a livelli diversi. Ponti d'oro della mafia alla diga e alla Lodigiani, ponti d'oro alla diga anche del consorzio tra i proprietari dei terreni espropriati, che non si sono affatto battuti per impedire la costruzione di un invaso che avrebbe tolto lavoro a pane a circa duemila braccianti agricoli e portato in zone lontane l'acqua del palermitano.

"A battermi per il fermo della diga - dice l'on. Nicola Ravidà - sono rimasto solo e naturalmente inascoltato. Ho presentato all'Assemblea regionale, il 20 ottobre 1976, un'interrogazione con cui avevo sollecitato la sospensione della diga. Ottenni una risposta, dall'assessore all'Agricoltura, evasiva e insoddisfacente. Replicai nella seduta del 19 gennaio scorso, ma inutilmente. Definii la diga Garcia uno di quei monumenti allo spreco e di quelle voragini di pubblico denaro che segnano, come pietre mortuarie, il cammino del sud verso la depressione e l'emarginazione. Sono i risultati e i simboli di una falsa politica meridionalista, nutrita di improvvisazione, demagogia, superficialità e con uso disinvolto degli strumenti pubblici. Non è raro, del resto, che parti politiche e strumenti d'opinione, che si richiamano ad interessi popolari, finiscano poi col patrocinare soluzioni che comportano sprechi colossali e, quindi, distruzione di ricchezza pubblica e, quindi, altra miseria e altra depressione. La Garcia continua una non onorata tradizione di errori e di abbagli, che sono anche della sinistra siciliana. Perché questa spesa di miliardi? Forse per irrigare il cuore silenzioso e depresso della Sicilia occidentale e, quindi, portarvi speranza, benessere, alternative all'emarginazione e alla storica condanna del feudo? Nossignori! Serve a portare acqua dove già c'è, dove l'agricoltura è mirabilmente ornata di trasformazioni e di iniziative, trascurando e mandando alla malora le piane depresse dell'interno".

Ma la diga non è stata bloccata. Certi interessi, oscuri e curiosi, non possono essere travolti nel nome e nell'interesse di quelle categorie (piccoli coltivatori, mezzadri, affittuari, emigrati, assegnatari della riforma) che, per una diga con diverse finalità, avevano combattuto, affiancate da forze politiche e sindacali di un ampio schieramento.

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