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Quali interessi mobilita un'opera da 350 miliardi

Giornale di Sicilia 6.9.1977

Quali interessi mobilita un'opera da 350 miliardi

Gli espropriati sono 263: un ettaro di vigneto pagato tredici milioni, il doppio se apparteneva a un coltivatore diretto - I vantaggi dei trapanesi e degli agrigentini

L'uccisione del colonnello Giuseppe Russo è servita forse a mettere a nudo, in termini realistici, uno spaccato dell'oscuro mondo della mafia nei suoi livelli più qualificati e a fornirci una più chiara visione del connubio mafia - politica e dei potenti mezzi di cui questa accoppiata dispone nella sfrenata e sconcertante corsa all'arricchimento senza limiti. Forse Giuseppe Russo ha scritto da morto il rapporto più significativo della sua lunga e brillante carriera di ufficiale del nucleo investigativo dell'Arma: un rapporto che apre le sue prime pagine col dopo Ciaculli. Quando in quegli anni di guerra cruenta tra le cosche mafiose del palermitano, l'allora capitano Russo, succeduto al maggiore Favalli e al capitano Ricci al comando del nucleo investigativo, cominciò a muovere i primi passi contro la malavita organizzata della Sicilia occidentale, avvenne un fatto che incuriosì investigatori e mafiosi. Un certo costruttore, don Peppino Garda, presunto "boss" di Monreale, vendette frettolosamente molti degli edifici, costruiti in via Sciuti in società con Peppino Quartuccio (il marito della rapita di Monreale, in galera perché accusato di sei omicidi seguiti dalla liberazione senza riscatto della moglie), e si ritirò in eremitaggio. Perché la fuga da Palermo di Giuseppe Garda? Paura di venire coinvolto nella tremenda faida tra le cosche mafiose palermitane capeggiate dai La Barbera, Torretta, Greco, Cavataio, Luciano Liggio? Per un capitano - Giuseppe Russo - che giunge al comando del nucleo investigativo, un presunto boss dell'edilizia che fugge in un solitario eremitaggio a Roccamena.

"Dalla vendita degli edifici di via Sciuti - ci dice Giuseppe Garda - ricavai cento milioni. Investii il denaro a Roccamena e lo impiegai tutto per l'acquisto di un incolto latifondo" (dove ora in gran parte dovrà essere costruita la diga Garcia). Il motivo don Peppino non ce lo ha detto. Ma oggi, è facile intuirlo. Dal giorno della "fuga" da Palermo del "patriarca" di Monreale, prendeva il via l'esecuzione di un colossale progetto: quello per la costruzione della diga Garcia. L'ex costruttore, quindi, non fuggì dalla trincea dove le cosche palermitane si contendevano a colpi di calibro 38 e di "Giuliette-bomba" privilegi nelle costruzioni: andava a realizzare un progetto che, nel giro di dieci anni, gli ha fatto intascare quasi un terzo dei 17 miliardi stanziati dallo Stato per la costruzione della " faraonica " diga. E mentre il "re" di Roccamena compie gli ultimi passi per intascare la sua buona fetta di miliardi per i vigneti espropriatigli, raggiungendo il vertice della sua formidabile ascesa economica, il capitano Russo, divenuto poi colonnello, ha varcato il traguardo della vita nella vile imboscata di Ficuzza. Due carriere, due esempi.

La costruzione della diga Garcia era stata progettata da un trentennio. Ma col prefetto Mori a Palermo, negli anni trenta, la mafia dovette accantonare molti dei suoi progetti, impegnata in una dura lotta di sopravvivenza. Dopo Ciaculli e il ristabilimento degli equilibri mafiosi seguiti agli arresti di Angelo La Barbera, Pietro Torretta e Luciano Liggio, nel palermitano, e di don Vincenzo Rimi e del figlio Filippo, nel trapanese, il progetto tornò d'attualità.

"Burgisi" furbi, ma poco lungimiranti e, soprattutto preoccupati di evitare ogni rapporto con i superburocrati dell'espropriazione, furono ben lieti di cedere i loro terreni, del resto incolti ed adibiti a pascoli, per una fazzolettata di milioni. Giuseppe Garda, per assicurarsi un latifondo di oltre 300 ettari, impiegò 100 milioni. Altrettanto fecero personaggi lungimiranti come i Salvo e i Giocondo che con poche centinaia di milioni, divennero proprietari di feudi immensi. Quando nelle contrade di Gammari e di Balate di Roccamena, Garda, i Salvo, i Giocondo, etc., misero in moto la macchina della trasformazione della immensa vallata che da Roccamena si estende fino a Garcia (un triangolo di terra tra le provincie di Palermo, Agrigento e Trapani) , a Monreale, Roccamena, Pioppo, San Giuseppe Jato e San Cipirello, si gridò al miracolo. Centinaia di ettari di terreni a pascolo furono trasformati in lussureggianti vigneti irrigui. Naturalmente, le provvide leggi agricole regionali hanno favorito questa imponente trasformazione e la costruzione di laghetti collinari.

"I miei vigneti - dice Giocondo di Poggioreale, indicandoceli dalla roccaforte di Gammari di don Peppino Garda - sono decine di ettari e tutti giovani. Quest'anno sono al sesto raccolto. Fra cinque anni saranno sommersi dall'acqua della diga".

- Ma perché ha impiantato sette anni fa, un così vasto vigneto se ben sapeva che i terreni gli sarebbero stati espropriati per la costruzione della diga? Nessuna risposta. Per Giocondo parla la legge 865: 13 milioni a ettaro per i vigneti, 4 milioni e mezzo per i seminativi. Le cifre sono raddoppiate se i proprietari sono (e lo sono tutti) coltivatori diretti. Il miracolo della trasformazione, quindi, è divenuto un "miracolo" economico per i nuovi proprietari espropriati, una tremenda beffa per i vecchi "burgisi" che, per paura dell'esproprio, si erano frettolosamente disfatti dei loro terreni, e un tremendo inganno per il bracciantato agricolo del retroterra palermitano (circa duemila occupati), tradito prima dalla natura e poi dalla trasformazione. Avevano prima una valle incolta che non dava loro pane, avranno entro cinque anni un lago in cui soltanto potranno specchiare le loro ansie e la loro amarezza.

Giuseppe Garda, per ogni cento ettari di vigneto espropriatogli, guadagnerà 2 miliardi e seicento milioni: altri 13 milioni ad ettaro andranno nelle tasche dei generi, dei nipoti e di qualche amico per i rapporti di gabelle, mezzadrie e cooperazione che avevano instaurato con don Peppino e che sono indispensabili per avere la fetta delle somme stanziate per l'espropriazione. La costruzione della diga Garcia, anche se l'ingegnere Francesco Secco, rappresentante della Lodigiani, appaltatrice dei lavori per un primo progetto di 47 miliardi e rotti, si ostina a dire che "non ho ancora visto la mafia e non riesco a vedere come la mafia possa intrufolarsi nei lavori della diga", viene ad attuare un decennale piano della mafia che, nella realizzazione del più grande serbatoio del palermitano, aveva trovato nuovi equilibri: a Palermo i vantaggi delle terre espropriate, ad Agrigento una parte di acqua e le forniture per la mensa e delle persone di fiducia della Lodigiani, al trapanese la stragrande maggioranza dell'acqua della diga con la valorizzazione di immense distese di terreni prima incolti.

Se nella fase cruciale della realizzazione (piano espropriazione e inizio lavori) si sono registrati i sequestri Corleo, Campisi, Madonia e Graziella Mandalà, oltre quelli di Luciano Cassina e di Giuseppe Vassallo, vuole dire che proprio la diga Garcia ha fatto saltare equilibri che sembravano già consolidati. Di fronte alla ballata di miliardi intorno a Garcia, insomma, si è avuta una specie di rivolta di parenti poveri: una vera e propria guerra fra il vertice economico di una piramide (mafia - politica) e un certo strato, tra la mediana e la base, della piramide stessa. La diga, che aveva così fatto venire la "fame" anche a Danilo Dolci, che, per la realizzazione del grande invaso, aveva digiunato a Roccamena per 40 giorni: che aveva indotto il governo a dare alle masse contadine il contentino di pezzetti di latifondo a Roccamena (che rimarranno all'asciutto): che, all'improvviso ha evidenziato la beffa del miracolo della trasformazione che dava lavoro a duemila braccianti, fatalmente, si è trasformata in una trincea dove è iniziata una battaglia senza quartiere che, lungo la strada degli appalti, ha cominciato a seminare una catena di morti ammazzati. La Lodigiani non conosce la mafia? Lo vedremo.

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