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Quel memoriale promesso da Luciano Liggio

26 marzo 1979

 

Quel memoriale promesso da Luciano Liggio

Carabinieri, polizia, studiosi dei fenomeni mafiosi concordato tutti su un punto: che i sequestri dell'esattore di Salemi Luigi Corleo, preceduto di pochi giorni dal rapimento del professor Nicola Campisi, il sequestro di Graziella Mandalà, moglie dell'ex costruttore Giuseppe Quartuccio, la catena di omicidi intorno a Corleone apertasi nel '75, l'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, la soppressione di Ignazio Scelta e di Baldassare Garda sono le conseguenze più eclatanti di una guerra tra le due cosche dominanti in Sicilia e, forse, addirittura in tutta la penisola.

La mafia si sarebbe dunque spaccata in due tronconi contrapposti, con caratteristiche e programmi inconciliabilmente diversi. In questa lotta, il primo tenterebbe di conservare posizioni raggiunte in decenni di intensa attività, l'altro gruppo di imporre la sua legge e i suoi sistemi.

Secondo una schematizzazione attendibile, sarebbero queste le due grandi "famiglie" che si contendono il predominoi: la cosca dei cosiddetti "liggiani" e quella dei "guanti di velluto".

La prima programma rapine e sequestri e controlla a livello nazionale il contrabbando di sigarette e di droga: l'altra è composta da mafiosi fedeli ai tradizionali schemi dell'"organizzazione" che, attraverso una serie di società-paravento, hanno indirizzato i loro programmi verso le opere pubbliche finanziate dallo Stato soprattutto nel Mezzogiorno e, in particolare, nella Sicilia occidentale colpita nel '68 dal terremoto. I fondi per la ricostruzione della Valle del Belice hanno fatto gola a tanti uomini direttamente o indirettamente impegnati nella realizzazione di opere stradali, di invasi e dighe.

Vediamo quali sono gli eventi appariscenti che suffragano l'ipotesi dell'esistenza di due tronconi mafiosi in guerra in un vastissimo campo disseminato di morti ammazzati.

Il primo punto determinante è costituito dalla "promozione" di Gaetano Badalamenti, "capo-famiglia" di Cinisi, 56 anni, a "presidente della commissione" dell'organizzazione mafiosa del Palermitano, dopo la morte del boss di Caccamo, Giuseppe Panzeca, deceduto nel suo letto il 31 marzo 1967. Un'elevazione avvenuta secondo un antico rituale mafioso, con la partecipazione dei "capi-gruppo", ognuno dei quali rappresentante cinque "famiglie".

L'altro evento, quasi concomitante, è costituito dalla clamorosa fuga di Luciano Liggio dalla clinica romana del professor Bracci. Accadde il 24 novembre 1969. Trasferito nella casa di cura privata dell'ospedale di Reggio Calabria per essere sottoposto ad un delicato intervento chirurgico alla vescica. Liggio riuscì poi a dileguarsi sotto il naso degli agenti.

La fuga ha avuto strascichi pesanti. Se ne interessò la commissione antimafia nominata dal Parlamento per studiare il fenomeno mafioso. E se ne occupò il Consiglio superiore della magistratura, nel tentativo di individuare eventuali responsabilità da parte dei magistrati.

Dove si stabilì l'ex primula di Corleone subito dopo la fuga romana e prima del suo arresto avvenuto a Milano, il 4 luglio 1974?

Tentò di stanarlo il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, allora comandante del nucleo investigativo di Palermo. Gli diede la caccia seguendo le sue piste finché non riuscì a stabilire la sua presenza in una cittadina della provincia di Palermo tra il 72 e il 73.

Assolto per insufficienza di prove per una serie di delitti al primo processo di Bari, Liggio fu poi scarcerato. Quando seppe della modifica del verdetto in ergastolo al giudizio di appello, non pensò certo a costituirsi.

Avrebbe trovato una rete di protezione idonea per garantirgli una tranquilla latitanza solo in provincia di Palermo dove era già riuscito a nascondersi addirittura per 19 anni al punto da meritarsi l'appellativo di "primula" di Corleone. La sentenza di Bari, come si dice in termini giudiziari, fu resa definitiva dalla corte di Cassazione nel '71: a quel punto per Liggio non restavano alternative alla latitanza.

La conferma della sua presenza nel Palermitano nel maggio 1973 l'ho avuta dallo stesso Liggio. Tramite un vecchio avvocato poi scomparso, Franco Berna, la "primula" preannunciò un suo memoriale che avrebbe anche presentato alla Corte di Assise di appello di Bari, cioè ai giudici che lo avevano condannato all'ergastolo, in modo da chiedere la revisione del processo.

Con tutta probabilità Liggio si trasferì dunque in provincia di Palermo sia per usufruire della "rete di protezione", che per contattare i testi sui quali far leva nella stesura del memoriale.

Il colonnello Russo era convinto che Luciano Liggio si nascondesse a Piano Zucco, in gran parte controllato a quell'epoca dal parroco di Carini, Don Agostino Coppola, e dai fratelli Giacomo e Domenico. Controllato da loro ma di proprietà di Giacomo Chiello, abitante a Palermo in via Libertà, personaggio sotto certi aspetti ambiguo, causa indiretta dell'agguato subito dall'allevatore Francesco Paolo Randazzo il 27 ottobre 1974, rinviato a giudizio nel '77 per contrabbando di sigarette.

Alla fine del '73 Liggio, che nel frattempo era andato spesso a Milano eludendo ogni controllo, cambiò parere. Non pensò più alla revisione del processo di Bari. E a me, che aspettavo il memoriale promesso attraverso l'avvocato Berna, fece sapere che non se ne sarebbe fatto niente e che avrebbe preferito "esser considerato morto".

Si trasferì in quel periodo in Calabria. Lo prova un viaggio nella regione di Don Agostino Coppola, poi implicato nel sequestro dell'ingegner Luciano Cassina. Già a quell'epoca Liggio aveva deciso il suo programma: sequestri di persona e controllo del contrabbando.

Per mimetizzare i veri motivi della sua missione, Don Coppola si fece accompagnare in Calabria da una ragazza che interrogata, ha poi detto di essersi innamorata del sacerdote e, praticamente, di non essere riuscita a conquistare il suo amore.

Dalle Calabrie a Milano: Liggio trovò nella metropoli l'appoggio di Gerlando Alberti, il boss palermitano meglio noto con il nomignolo "'u paccarè".

Ma a Milano Liggio fu poi arrestato perché coinvolto in una eclatante serie di sequestri di persone e condannato a 18 anni di reclusione insieme ad altri siciliani tra i quali spicca padre Agostino Coppola condannato a 14 anni.

Ma perché l'ex primula di Corleone rinunciò alla comoda rete di protezione del Palermitano per trasferirsi nelle Calabrie prima e in Lombardia poi?

Fuggito dalla clinica romana nel novembre '69, Liggio appena giunto in provincia di Palermo strinse un patto di ferro con la mafia di Partinico, San Lorenzo Colli e Borgetto. La sua presenza è documentata da un atto notarile con il quale Liggio, revocando ogni sua precedente decisione, nominò la sorella Maria procuratrice legale di tutti i suoi beni. Non solo ma si è certi che in quel periodo fece consegnare alla sorella 40 milioni per acquistare un feudo in contrada Casale dove già possedeva 9 salme di terra. Per questa operazione Maria Liggio venne incriminata di violenza privata perché, secondo i carabinieri, il feudo sarebbe stato acquistato con l'imposizione e pagato per una somma inferiore al suo valore.

Nel Palermitano, Luciano Liggio raccoglie le istanze della malavita e soprattutto di giovani delinquenti gravitanti nel settore del contrabbando, in quell'epoca attanagliato da una forte crisi. E' soltanto una coincidenza se la cronaca comincia allora a registrare una clamorosa serie di sequestri? Si va dal rapimento dell'industriale Antonino Caruso, sequestrato nella sua fattoria di Salemi il 27 febbraio 1971, a quello di Giuseppe Vassallo (settembre '71), al tentato sequestro di Vincenzo Traina ucciso quella notte d'ottobre del '71 perché resisteva; e si giunge al sequestro di Luciano Cassina avvenuta il 16 agosto 1972.

Il clamore suscitato dai sequestri e, in particolare, da quelli di Vassallo e Cassina, tra i più noti e potenti imprenditori palermitani, non possono non provocare reazioni anche nei tradizionali ambienti della mafia.

Il colonnello Russo viene così a sapere di una riunione della cosiddetta "commissione mafiosa" presieduta da Gaetano Badalamenti. In quell'occasione i "picciotti" erano stati autorevolmente invitati "a smetterla con i sequestri".

Ogni "invito", nel gergo della mafia, è un "ordine" perentorio.

"Se volete dedicarvi ai sequestri", ammonì Badalamenti, "organizzateli fuori dalla Sicilia". Ed aggiunse: "A Palermo non voglio più sentire parlare di sequestri".

Sembra che la decisione del "tribunale della mafia" non sia stata adottata all'unanimità. Avrebbero votato contro i rappresentanti delle "famiglie" di Liggio, Coppola, Scaduto di Bagheria e Gerlando Alberti.

Il gruppo Liggio si trovò così in minoranza. Da qui la decisione di Liggio di trasferirsi in Calabria. Ma prima, acquistò a Vaccarizzo di Catania un agrumeto. Naturalmente non a nome suo. Si servì, come prestanome, di Antonino Quartararo, evaso il primo luglio 1970 mentre si trovava piantonato all'ospedale civico di Palermo.

Anche con la collaborazione dei fratelli Ugone, poi coinvolti nell'"anonima sequestri", Liggio fece costruire su questo terreno una villa a due piani con seminterrato adibito a magazzino. Una villa di oltre 400 metri quadrati.

I carabinieri e la guardia di finanza poi scoprirono che, sotto il pianerottolo principale, proprio a ridosso delle fondazioni, era stata costruita una cella certamente da destinare a prigione per i sequestri programmati dalla cosca in Calabria, in Puglia e nella Sicilia orientale.

Liggio dovette dunque obbedire, per quanto a malincuore alla decisione della "commissione mafiosa" presieduta da Gaetano Badalamenti. Ma era rimasto per tre anni nel Palermitano e aveva avuto modo di rinsaldare i vincoli associativi, oltre che con Gerlando Alberti e Tommaso Buscetta, con quasi tutti i capifamiglia della città, delle sue borgate e della provincia.

Il trasferimento di Luciano Liggio da Palermo in Calabria dev essere avvenuto il 25 febbraio 1974. Quel giorno, alle 13, la polizia bloccò in città, a piazza Scaffa, una "BMW 3000", targata "Napoli 900219". A bordo c'erano Michele Zaza di Procida (indicato nel febbraio '73 da Leonardo Vitale come un gregario della cosca di Liggio), il boss di Villafrati Salvatore Santomauro, Biagio Martello (fratello di Mario, condannato a 15 anni di reclusione nel gennaio '78 per il sequestro di Franco Madonia) e Alfredo Bono di Palermo, fratello di Giuseppe, uno degli imputati al processo dei "114" della cosiddetta "mafia nuovo corso".

Secondo informazioni confidenziali, i quattro che erano armati facevano da scorta ad un'altra auto riuscita a dileguarsi. Fu il colonnello Giuseppe Russo a stabilire che su questa seconda auto si sarebbero trovati Totò Greco l'"ingegnere", Luciano Liggio e Domenico Coppola, fratello di Don Agostino. Fu lo stesso Russo ad aggiungere successivamente il nome di una quarta persona che avrebbe viaggiato con loro: quello di Giovanni La Barbera.

Liggio e i suoi amici prima di partire per la Cabaria avrebbero tentato un vertice di mafia nella borgata di Uditore e, poco dopo, una seconda riunione nel fondo di un avvocato, a Brancaccio-Roccella: cioè dove – secondo le dichiarazioni di padre Giovanni Ajello, incaricato dal conte Arturo Cassina – furono depositati i primi 300 milioni del riscatto pagato (un miliardo e 300 milioni) per la liberazione dell'ingegner Luciano Cassina.

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