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Amara storia della Befana a Palermo

In galera per un paio di calze ma le ha rubate veramente?

 

Marittimo, padre di dieci figli, veniva da seppellirne uno – E' stato fermato in un grande magazzino: addosso non aveva nulla – Arrestato dopo venti giorni, adesso rischia di attendere anche sei mesi per essere giudicato

Gianfranco Garofalo, 51 anni, marittimo, dieci figli, è finito all'Ucciardone accusato d'avere rubato un paio di calzini. Il giudice ci ha aggiunto la violenza e ha meditato una ventina di giorni prima di mandargli a casa gli agenti della Mobile per associarlo (si dice così) alle carceri. E, all'Ucciardone, chi ci finisce, anche per un paio di calzini, si associa a delinquenti, a lenoni, a mafiosi, a professionisti del crimine. Nessuno comunque gli ha trovato addosso il paio di calzini, il corpo del reato, la prova provata. Se lo avessero "associato" il giorno stesso del furto non provato sarebbe stato giudicato per direttissima, forse sarebbe già fuori. Ma a venti giorni di distanza i suoi dieci figli possono attendere il giudizio anche per sei mesi.

Gianfranco Garofalo è adesso un cittadino in attesa di giudizio, per un paio di calzini che non gli hanno trovato in tasca. Questa, la storia della Befana 1972, la vecchina buona e gentile. Eccola raccontata qui di seguito.

Venti giorni fa Gianfranco Garofalo entrò in un grande magazzino di via Roma. Aveva la barba lunga, l'abito trasandato, l'espressione del viso allucinata. Il giorno prima aveva seppellito uno dei suoi figli. Sette anni. Era morto senza che fosse stato possibile trovare un rimedio. Gianfranco Garofalo non era un personaggio natalizio. Decisamente non s'accordava con i lustrini e "Bianco Natale".

Cercava un rasoio, quando una commessa lo toccò su un braccio. "Venga in direzione", disse. Garofalo rispose forse in maniera brusca. Poi, si decise a seguire la donna. In una stanza, dietro una scrivania c'era un uomo. "Ha preso un paio di calzini" gli contestò. Garofalo si vuotò le tasche. Non venne fuori nulla. Arrivò un tizio. Aveva un pacchettino, dentro c'erano i calzini. "Eccoli, li ha gettati lungo il corridoio". Garofalo giurò di non saperne nulla ma furono chiamati gli agenti.

Lo interrogarono al primo distretto di polizia. Lo denunciarono per furto semplice. Venne in redazione quella sera stessa. Forse si preoccupava che la notizia potesse trapelare. Il cronista lo ascoltò distratto. Tra le tante questioni di quel giorno gli sembrò la più stupida e anche la più campata in aria. Un paio di calzini che per giunta non aveva neppure con sé! Finì di ascoltare per semplice cortesia. Era forse una storia quella? E che avrebbero potuto fargli?

Tre gennaio: alle tre di notte bussano alla porta. Garofalo si trova davanti agli agenti. Lo portano in caserma. Perché? Nessuno gli risponde. Glielo dicono alle nove di mattina quando lo vengono a prendere per interrogarlo. E' per via dei calzini. "Ma come, mi mettete dentro per una cosa che non ho fatto?". Poi l'Ucciardone, l'ufficio matricola, gli effetti personali, la coperta, il giaciglio, le lenzuola, il bugliolo, la compagnia dei "soci" dell'Ucciardone.

Per quanto tempo? Forse per poco se accettano la richiesta di scarcerazione, ma potrebbe durare anche per mesi. E ai dieci figli, alla moglie di Garofalo chi ci pensa? E a Garofalo, che non aveva addosso i calzini "rubati"? Certo non la Befana, questa vecchina gentile che a pensarci bene, così a cavallo di una scopa, può sembrare anche una strega.

Giornale di Sicilia 7-1-1972

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