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Un detenuto palermitano a Barcellona

Un detenuto palermitano a Barcellona vittima delle gravi disfunzioni della giustizia Dimenticato per 16 anni al manicomio giudiziario

 

Dal 1956 attende di essere giudicato per un reato che, nel peggiore dei casi, gli sarebbe costato sette anni di reclusione

Arrestato 16 anni fa (2 dicembre 1956) per tentato omicidio, inviato otto mesi dopo a Barcellona Pozzo di Gotto, dove venne ritenuto totalmente infermo di mente, è stato dimenticato nel manicomio giudiziario per ben 16 anni. Dal 1956, cioè, è rimasto l'eterno detenuto in attesa di giudizio. Se giudicato avrebbe dovuto scomputare tre anni soltanto di manicomio, qualora i giudici l'avessero anche loro, ritenuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. In caso contrario avrebbe dovuto espiare da 3 a 7 anni di detenzione, se non fosse stata accolta la sua tesi di legittima difesa. Invece si trova ancora al manicomio di Barcellona (che è un carcere) e per lui la legge che ha abbreviato a due anni i termini di custodia preventiva (in questo caso un anno) non è mai esistita.

Il protagonista di questo singolare caso giudiziario è un personaggio all'epoca noto a Palermo, essendosi imposto nel settore del contrabbando di tabacchi: Giuseppe Devola, conosciuto nel so ambiente come "Pino Germania", nato nel 1927. Quando fu arrestato, 16 anni fa, aveva 30 anni esatti ed abitava al "Capo", cortile Anello 17, sposato e padre di un bambino.

Fu nelle prime ore del 29 novembre 1956, che proprio nel cuore del "Capo", a pochi passi dalla sua abitazione, ebbe una drammatica colluttazione con un altro contrabbandiere, Calogero Bombello, allora di 33 anni. Il corpo a corpo fu concluso da un micidiale colpo di pistola che ferì Bombello (vicolo Giancola, 42) al torace. Al pronto soccorso di piazza Marmi, la vittima ebbe medicate numerose ferite lacero-contuse, alle mani e al volto, oltre quella, gravissima, prodotta dal colpo di pistola. Segni evidenti di una drammatica colluttazione seguita da uno sparo. Bombello fece il nome del feritore, che si costituì alcuni giorni dopo, il 2 dicembre 1956, al commissariato Duomo). Devola sostenne di aver litigato con Bombello e che questi, ad un dato momento, aveva estratto una pistola. Egli gli era balzato addosso, e disarmatolo, aveva sparato un colpo per legittima difesa. Fu associato all'Ucciardone.

Giorni prima del drammatico ragionamento al "Capo", Bombello, Devola e altri erano stati protagonisti di un altro episodio. "Pino Germania" e soci erano stati sorpresi in via Papireto da una pattuglia di agenti mentre tentavano di allontanarsi con un camion carico di "bionde". Uno dei due agenti rimase a guardia dei "fermati" e del camion: l'altro si diresse all'ufficio della "notturna" per chiamare rinforzi.

I contrabbandieri in quel frangente, riuscirono ad avere il sopravvento sull'agente rimasto di guardia. Immobilizzatolo, lo costrinsero a salire sul camion, a bordo del quale tutti si allontanarono. L'agente preso in ostaggio fu poi lasciato alla periferia della città. Dei contrabbandieri nessuna traccia. Solo il camion, qualche giorno dopo, fu trovato in una trazzera, vuoto.

Il successivo litigio del "Capo" con conseguente ferimento di Bombello, fu allora ritenuto una conseguenza di contrasti insorti tra i contrabbandieri.

Fin qui il fatto e i motivi che portarono all'arresto di "Pino Germania". Per il resto, dagli atti abbiamo potuto ricavare che Devola, il 31 luglio 1957, fu inviato dall'Ucciardone al manicomio giudiziario di Barcelona Pozzo di Gotto, dove venne sottoposto a perizia psichiatrica. La conclusione fu favorevole all'imputato: al momento del fatto, era assolutamente incapace di intendere e di volere. La perizia era stata disposta d'ufficio dalla Corte di Assise dal momento che Devola era stato rinviato a giudizio dall'allora sostituto procuratore Lo Torto, con rito sommario. Appreso l'esito della perizia, la Corte il 28 ottobre 1957 dispose la sospensione del procedimento in attesa che, per le sue condizioni mentali, l'imputato fosse stato in grado di presenziare utilmente al dibattimento. E, d'allora, "Pino Germania" è stato dimenticato in manicomio: più che dimenticato, vorremmo dire abbandonato al suo destino in ossequio ad un codice di procedura penale che, come per questo caso, si evidenzia per norme assolutamente superate.

Non risulta che dal 1957 sia stato emesso, nei confronti di "Pino Germania", alcun decreto di citazione a giudizio. Né qualcuno, due anni addietro, si è ricordato di richiedere la scarcerazione per decorrenza di termini, allorché fu approvata la nuova riforma (ma si poteva richiedere anche con le vecchie norme) dei termini di carcerazione.

Abbiamo appreso che i familiari, che hanno sempre trovato ostacoli insormontabili nell'ignoranza del codice e nella procedura vigente, soltanto ora hanno cominciato ad alzare la voce. Hanno incaricato l'avv. Luigi Russo di compiere tutti gli opportuni passi perché il congiunto non venga ancora ignorato in una cella del manicomio giudiziario e perché, soprattutto, venga immediatamente scarcerato per decorrenza di termini. Per loro, il caso è all'opposto di quello di Giuseppe Cucinella. "Un bandito condannato a tre ergastoli e a 161 anni di reclusione, commutati in 20 anni di manicomio giudiziario – dicono i parenti – è libero, dopo 22 anni di galera e il nostro congiunto, che non è un assassino, è ancora in fondo di una galera, in mezzo ai pazzi".

Un caso incredibile, che la Corte di Assise sta cercando di valutare per adottare una immediata soluzione. Ma chi potrà restituire ad un minorato psichico 16 anni di libertà perduta?

Giornale di Sicilia 30-11-1972

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