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Durissima sentenza per un furto in campagna

Durissima sentenza per un furto in campagna per cinque chili di arance si prende 16 mesi di galera

Condannato un pastore di Pioppo – Con lui anche il figlio che però ha ottenuto la sospensione della pena

 

Un pastore di Pioppo (Monreale), 56 anni, dovrà restare in carcere per un anno e quattro mesi e dovrà pagare all'erario 140 mila lire di multa per avere "rapinato" cinque chili di arance. La stessa pena ha riportato un figlio che, essendo però incensurato, ha potuto godere della sospensione condizionale. Protagonisti di questo processo, Giuseppe Marceca ed il figlio Salvatore, 24 anni, intesi i "Maccarruni". Il secondo ha lasciato l'Ucciardone ieri pomeriggio; il primo, visibilmente avvilito, ha iniziato la dura espiazione. "Non potrai sopportare tutti questi mesi di carcere", ha gridato la moglie a Peppino Marceca. E l'imputato di rimando: "Non ti preoccupare per me, basta che hai tuo figlio". Poi, rivolto ai giornalisti, l'anziano pastore ha amaramente commentato: "E' tale la vergogna che provo per questa condanna che preferirei veramente morire in carcere".

Un fatto, un processo e una condanna veramente allucinanti in un'epoca in cui all'ordine della cronaca sono episodi gravissimi di corruzione e le notizie di "bustarelle" (che poi non sono tanto bustarelle) anche ad uomini di Stato, di "interessi neri" e di colossali truffe.

Giuseppe Marceca e il figlio Salvatore sono finiti in galera per cinque chili di arance, un furto di quattro soldi che, poi, nelle varie sequenze è stato gonfiato fino a diventare una "rapina impropria". Ed hanno rischiato 2 anni di carcere e 120 mila lire di multa ciascuna per la richiesta, "esemplare", del pubblico ministero.

Il fatto è avvenuto il 26 febbraio scorso, cioè otto giorni fa. Marceca padre e figlio si erano recati in contrada "Miccini" tra Pioppo e Monreale per vendere alcune pecore. Strada facendo, erano transitati dall'agrumeto di Salvatore Casamento di Monreale e la loro attenzione fu attirata da alcuni alberi di arance, stracarichi. Marceca padre si riempì le tasche; il figlio si tolse il giubbotto e lo imbottì pure di arance e di alcuni mandarini. La loro presenza fu, però, segnalata dal latrato di alcuni cani e così i due pastori-ladri furono sorpresi in flagranza di reato dal Casamento.

A questo punto, le versioni sono contrastanti. Il proprietario dell'agrumeto, che avrebbe preteso la restituzione delle arance, ha dichiarato di essere stato minacciato. "Stai zitto e fatti i fatti tuoi", gli avrebbero detto i due pastori. I Marceca, di contro, hanno dichiarato di aver pregato il Casamento a non denunciarli facendo atto di volere pagare il danno causato.

Appena i due pastori ripresero la loro strada, Casamento sporse denuncia ai carabinieri, indicando nei "Maccarruni" (così sono intesi i Marceca) gli autori del furto e delle minacce. Una perquisizione immediata dei carabinieri in casa dei Marceca portò al sequestro della refurtiva, cioè di cinque chili di arance (il proprietario aveva denunciato un furto di circa 30 chili), e all'arresto dei due pastori.

I "Maccarruni" sono stati ieri processati per direttissima. Il Tribunale (seconda sezione) ha respinto una richiesta del pubblico ministero Signorino di nullità del decreto di citazione per "mancata citazione della parte offesa". Quindi il presidente ha contestato ai due imputati il reato di rapina impropria. Poi il requirente ha chiesto due anni e 120 mila lire di multa a testa per i Marceca. Vani i tentativi dell'avvocato Mario Nicolosi di fare considerare l'episodio come un furto semplice. Duri i giudici: rapina con la concessione delle generiche e dell'attenuante del valore lieve.

Giuseppe Marceca, purtroppo, avendo in passato riportato una condanna per pascolo abusivo non ha potuto godere della sospensione della pena ed è rimasto in carcere.

Giornale di Sicilia 6 marzo 1976

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