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Le carenze del carcere palermitano

Le carenze del carcere palermitano

celle sempre aperte perché le serrature non funzionano più

 

L'Ucciardone ha perduto all'alba di ieri il mito di inviolabilità che, per un secolo e mezzo, lo ha fatto considerare il carcere più sicuro d'Italia. Un mito crollato per mano di cinque detenuti e per concomitanti e stupefacenti circostanze: il moschetto che si inceppa nelle mani dell'unico agente di custodia che, nell'ultimo tratto di muro, prima della "calata" a terra degli evasi, aveva notato sulla cinta delle ombre; due colpi di pistola sparati dal capo-posto, richiamato dalle grida di allarme della guardia, che, anziché una mobilitazione generale, hanno provocato stupore e scompiglio. Basava, all'allarme, spalancare il portone principale per trovarsi tra le braccia i cinque detenuti, impegnati nell'ultima fatica della discesa con una robusta fune di seta, proprio a meno di dieci metri dal portone centrale, chiamato il "portone della libertà".

Da ieri, quindi, l'Ucciardone non è più un carcere inviolabile. La sinistra fama delle sue strutture interne, che costituivano un impenetrabile segreto per i reclusi che vi si sono avvicendati dal 1780 è crollata di colpo. Ora, dietro il tetragono perimetro delle spesse e medievali mura di cinta, c'è un carcere che, improvvisamente, denuncia sistemi di protezione carenti e strutture insicure. I cinque evasi hanno potuto segare le sbarre di due cancelli e scavalcare ben cinque mura (il più alto di sei metri) per guadagnare la libertà eludendo la sorveglianza degli agenti di custodia dislocati nelle otto garitte a forma di torre sulle mura della cinta.

In passato, all'Ucciardone, si erano verificate evasioni, ma si è trattato di fughe eccezionali. Nel 1943, un varco aperto da una bomba, durante un'incursione aerea americana, nel muro perimetrale confinante con la via delle carceri, aveva consentito ad una ventina di detenuti di fuggire. Nel 1958, si ebbe la solitaria evasione di Antonino Bonura, in carcere per furto, che riuscì a nascondersi in una cesta usata per mandare i panni in lavanderia. L'ultima evasione si registrò nell'aprile 1965. Lo scopino Emanuele Di Natale, addetto alle pulizie nell'ufficio del direttore Fadda, era riuscito a farsi il duplicato della chiave di una porta secondaria che, dalla casa del direttore, immette direttamente in via Enrico Albanese. E il 12 aprile, usando la chiave falsa, riuscì ad evadere.

Questa volta, i cinque sono fuggiti dal carcere attuando un piano che, indubbiamente, è stato studiato nei minimi dettagli. E un tale piano non potevano non richiedere una perfetta conoscenza della pianta dell'Ucciardone. Chi l'ha studiato doveva conoscere l'ubicazione di tutti i muri interni di sbarramento, quelli a camminamento e i tratti allo scoperto. E solo dopo lo studio del piano hanno approntato i mezzi necessari: robuste lime per segare le sbarre di due cancelli, pertiche ricavate con tubi di branda, corde intrecciate con fili di seta, normalmente usati dai detenuti per lavori ad uncinetto e per la lavorazione di arazzi, cuscinetti, rivestimenti in seta di bottiglie. E dopo i mezzi, la scelta del giorno e dell'ora. Il giorno ventoso e piovoso, che costringe le guardie in servizio sulle mura perimetrali a sostare all'interno delle garitte e l'ora di notte (le 3.30 circa), adatta per i primi chiarori dell'alba e per agire indisturbati mentre gli altri detenuti sono immersi nel sonno.

Le inchieste del giudice di sorveglianza dottor Giuseppe Gebbia e della procura, dovranno ora mettere a fuoco le lacune che hanno consentito l'evasione. Certo gli evasi hanno giocato sul fattore sorpresa sconfiggendo anche la mafia che, da più parti, si dice sovrintenda all'"ordine" nelle nove sezioni dell'Ucciardone, per evitare controproducenti giri di vite. Col mito dell'inviolabilità dell'Ucciardone, è caduto anche il mito di Tommaso Buscetta, indicato come il soprintendente dei detenuti, l'uomo-d'ordine del carcere.

Ma l'inchiesta dovrà tenere conto anche di altre circostanze. L'insicurezza dell'Ucciardone non si evidenzia ora per l'evasione dei cinque detenuti. E' un problema vecchio di anni, esploso nell'agosto dello scorso anno, quando circa 200 agenti di custodia furono costretti a protestare, per sollecitare migliori condizioni di lavoro e, soprattutto, di sicurezza.

Le guardie carcerarie evidenziarono, tra le altre cose, che le serrature di molte celle, vecchie di un secolo e mezzo, erano fuori uso. Ed infatti nella quinta ed ottava sezione tutti i detenuti hanno la possibilità di muoversi liberamente rendendo agli agenti di custodia assolutamente impossibile il controllo. Se tutte le celle dei tre piani fossero state chiuse di notte i cinque detenuti ben difficilmente avrebbero potuto attuare il loro piano di fuga. Ci sono carenze e colpe, dunque, per questa clamorosa evasione, soprattutto da parte di chi, responsabile del settore, non ha voluto ascoltare le proteste degli agenti di custodia e le continue richieste, per una maggiore sicurezza, giunta alla direzione del carcere.

Giornale di Sicilia 04-12-1976

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