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La vera storia di Mario Francese che sfidò la mafia e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia [ di Francesca Barra – Rizzoli  ]

 

Recensione di Paolo Gatto (22 Settembre 2011  www.noidonne.org)

“Il quarto comandamento” di Francesca Barra è un libro che lascia il segno nella memoria e nelle coscienze. Si legge come un thriller con l’ansia del come andrà a finire ed è un mix equilibrato di passione civile, di delicatezza dei sentimenti, di cronaca e storia, di storia palermitana del giornalismo, di vicende individuali, giudiziarie e di mafia che s’intrecciano, si sfiorano, si contrappongono, si allontanano e di nuovo si mescolano e rispetto alle quali ti senti inspiegabilmente immerso nell’ambiente e tra i protagonisti grazie ad una tecnica narrativa di forte impatto che prima di tutto ti stupisce e poi ti ammalia, ti prende, piacevole e insieme misteriosa.

02177Quasi lo vedi questo delitto di mafia del giornalista Mario Francese. Stai là, nel lontano 1979, 26 gennaio. E sei vicino a quei quattro ragazzi, i figli, e alla madre che piangono assieme. E ai cronisti, alle forze dell’ordine, alla gente, ai mafiosi col volto mascherato di costernazione e di lutto che invece gioiscono nel loro intimo per essersi liberati di un ficcanaso di giornalista che aveva capito sin da subito come si stava evolvendo la mafia e lo scriveva sul suo giornale che per la verità avrebbe preferito “smussare”, attenuare, evitare alcune certezze. Erano i tempi in cui i corleonesi cominciavano ad imporsi come gruppo trainante della nuova mafia che voleva farsi imprenditrice, infiltrarsi nelle istituzioni e arraffare quanto più possibile col commercio clandestino della droga di massa e con altri illeciti, corrompendo e ammazzando.
Mario Francese aveva fiutato una pista e ne argomentava la consistenza e l’importanza: la diga Garcia, dopo un terremoto, quello del Belice e l’inevitabile ricostruzione: 1000 miliardi di lire italiane di valore complessivo, per capirci. 
Quando uno muore la disgrazia non investe solo la vittima. Che ne sarà dei familiari, delle mogli, dei figli? E’ questo l’incerto e lacerante percorso esistenziale e storico nel quale ci conduce Francesca Barra. Grazie a lei siamo pellegrini, curiosi esploratori in questo viaggio in terra di storia sicula e di mafia nel quale a libro aperto veniamo trasferiti come per un incantesimo. Ci scopriamo così gomito a gomito coi quattro figli della vittima, condividiamo con essi lacrime e sorrisi, la loro stessa ansia di ricostruire gli episodi di vita professionale del padre per la riapertura del processo. Più di vent’anni di lavoro, di sofferenza, segnati inizialmente in un attimo dal piombo esploso da chi vuole affermarsi nella vita e in mezzo al suo prossimo estirpando col sangue e con le stragi le forze sane, pulite, gli “ingenui” come Mario Francese con modalità operative molto simili al contrasto di una metastasi all’incontrario dove estirpi le cellule buone e lasci quelle malate, quelle che è garantito che uccideranno il corpo sociale e le sue capacità immunitarie contro ogni germe, ogni infezione, ogni attacco, piccolo o grande, alla vita dell’intero organismo.
Passano nel “Quarto Comandamento” personaggi e scorci di realtà veri, pentiti di mafia, la Procura di Palermo, l’amore per gli animali, gli affetti delle radici e del sangue comune fra fratelli e fra genitori e figli, le ipocrisie e le connivenze, le rabbie e le solitudini, con sofferta partecipazione e con ironia. E primeggia tra i protagonisti il figlio più piccolo della vittima: Giuseppe, artefice della ricostruzione certosina delle carte di papà da dare ai magistrati per il processo. 
Non vi racconto tutta la storia. Leggetela, se volete. Alla fine è straziante e purificatrice per il lettore. Per i protagonisti è un altro discorso. Ma in un corpo malato di cancro si tolgono le cellule infette non quelle buone. Altrimenti non può che succedere il peggio.
Concludo con un auspicio. Che questo libro diventi un film e giri il mondo. E’ una storia emblematica e grandiosa insieme della Sicilia e dell’Italia del periodo fine anni Settanta–Duemila. Una storia che vede contrapposte grandi scelleratezze ed elevate e nobili grandezze spirituali. Una storia che nel complesso ci riscatta un po’, ci fa piangere e ci fa soffrire. Ma che, fatta com’è di carne e di sangue senza ipocrisie né pudore, ci fa lucidamente anche sperare.

  Recensione  8 giugno 2011 tratta da:

 

http://letturesconclusionate.blogspot.com/2011/06/il-quarto-comandamento-francesca-barra.html

 


 

L’ho terminato giusto stamattina (21 maggio) e, sì, Francesca è riuscita a strapparmi anche una lacrimuccia. A cosa è dovuta starà chi leggerà questo libro capirlo, però sappiate che la delicatezza di Francesca nell’accostarsi alle storie e ai protagonisti è presente per tutta la durata di questa storia. Ci sono persone nate per fare i giornalisti, gli indagatori dell’occulto o del giallo ci sono quelli che sono capaci di raccontarvi cose scritte da altri fissando la telecamera senza sbattere nemmeno una volta le ciglia, e poi ci sono persone come l’autrice di questo bel libro che entrano in punta di piedi e con la delicatezza dei modi, che la contraddistingue, vi introducono in momenti bui della vita italiana, con il cipiglio del giornalista raggruppano nomi, cognomi, situazioni e storie parallele e le organizzano in maniera che siano comprensibili a tutti e ve le propongono senza per questo dovervi assediare o rivoluzionare la vita, ma con il chiaro obiettivo di dirvi: “Fermati, guarda a fondo, rifletti e comprendi dov’e’ l’errore e troviamo una nuova via”.

26 Gennaio 1979, Palermo, Via Campania orario serale della cena. Un giornalista, l’ennesimo, e nemmeno l’ultimo, viene ucciso a sangue freddo e in maniera vigliacca con 4 colpi di calibro 28, mentre volta le spalle al suo assassino, praticamente sotto le finestre di casa sua. Nonostante vi sia una testimone e un capace investigatore di nome Boris Giuliano, che dopo pochi mesi anch’esso cadrà vittima della mafia, a questo omidicio seguiranno circa 20 anni di silenzio colpevole e omertoso. Il giornalista è Mario Francese padre di 4 figli Giulio, Massimo, Fabio e Giuseppe e marito di Maria. Morto per fare silenzio sugli appalti truccati e pilotati dalla mafia e il particolare dalla nuova cupola che sta venendo piano piano fuori e sta contagiando come un virus tutto ciò che tocca.

La storia è vera, non è inventata, ma il libro di Francesca fa di più. Sottolinea un fattore nuovo, il “ricordo omertoso”. E’ forse una delle prime che sceglie di sottolineare questa caratteristica del nostro tempo, molto in voga (perché come siamo tutti allenatori sotto ai mondiali, con il tempo e il martellamento pubblicitario di questo o quel rivoluzionatore della storia politica o letteraria, diventiamo improvvisamente tutti professionisti dell’antimafia) e che ho visto trattato solo in maniera quasi accademica da Marcello Ravveduto in “Strozzateci tutti”. La differenza dei due scritti è che il saggio di Ravveduto guarda a tutto il mondo delle vittime e la percezione che esse hanno dell’essere colpite da un lutto a mano mafiosa ma per motivi legittimi o per puro caso e il libro. Il libro di Francesca Barra invece analizza un caso "esempio" facendo proprio parlare chi in questa brutta storia ci si è trovato e ha agito per tentare di uscire dalla casistica dei “Cold Case” indipendentemente dal ricordo dei palermitani che, comunque, riconosce come colpevole.

La moda imperante del dissenso è perfettamente logica e condivisibile, il problema è che oggi, sovente, si dissentisce e si ricorda solo perché qualcuno ci ha detto di farlo o per pulirsi la coscienza o in base di una scelta politica. E’ sempre qualcun altro il colpevole, oppure è troppo lontano, nel tempo e nello spazio il luogo per il quale manifestare e così, per impegni personali e di famiglia, si preferisce accendere la candela, scrivere che si è contro questo o quello, magari in rete, partecipare a commemorazioni virtuali e chiuso l’evento o il pc si ritorna alla propria quotidianità certi di aver fatto quel che si doveva. Come finita una manifestazione si ritirano i cartelloni e si contano quelli che le hanno prese e si torna a casa, indipendentemente dal motivo che ci ha mosso per manifestare e se il messaggio sia passato o no, insomma siamo talmente specializzati nell’indignarci da non accorgerci che a forza di esserlo, non lo siamo veramente più. Ricordare persone vive o morte appioppando l’appellativo di “Eroi” non basta e non serve, anzi spesso i congiunti non vogliono e rifuggono da questa etichetta. Gli eroi sono morti e sepolti e di solito sono morti in azioni impossibili da riprodurre o in situazioni catastrofiche.

Mario Francese, i suoi figli e tutte le vittime morte per il loro lavoro e il loro impegno giornaliero devono essere considerati “Esempi”; perché se tutti avessimo sempre seguito un codice di comportamento legale e civile, Mario come tanti altri, non sarebbe mai morto. Perché l’omertà nelle morti di mafia non viene tirata su come un velo luttuoso quando viene ucciso qualcuno, ma prima ogni volta che questi uomini o donne sono stati messi all’indice silenzioso che è percepibile come un distacco pre-morte. L’ “esempio” non vuole essere ricordato solo l’anniversario della sua morte perché così muore ogni giorno! L’esempio dev’essere sempre presente e vivo ogni momento della vita di tutti e deve essere principio e base di ogni nostra scelta di vita e nella nostra quotidianità.

Ha necessità di essere raccontato, perché non abbia a disperdersi nel tempo e nell’oblio, ma non come un modo per sentirci colpevoli ma come ulteriore modo per spronare la nostra attenzione e guidare i nostri passi giornalieri. Ed è questo il fattore che brucia di più queste famiglie e a questa famiglia, cui il congiunto è stato tolto troppo presto e senza alcuna giustificazione o aiuto, ed è per questo che i 4 ragazzi Francese, e in particolare il più piccolo fra loro Giuseppe, si sono battuti per anni. Per mantenere vivo in prima persona l’ “esempio” di vita e di lavoro del padre e per trovare gli assassini e le motivazioni che ha impedito loro di poter vivere una vita tranquilla e serena come tutti solitamente si aspettano.Questo è quello che traspare spesso anche dalle trasmissioni in cui Francesca è protagonista e presentatrice come “La bellezza contro le mafie” e “Wipress” su La3 su satellite. Non a caso è difficile che ci siano polemiche dopo gli interventi da lei, perché fare il giornalista non significa decostruire sottolineando solo in marcio in virtù del sensazionalismo vuoto e col solo fine di tenere appesi spettatori per un paio d’ore ma come dice Don Aniello, nella sua autobiografia uscita in contemporanea con questo libro, bisogna conoscere chi cosa e come e sopratutto l’ambiente che si era creato prima e nel quale le storie di violenza nascono e si sviluppano, matrice che sembra collegare tutti coloro che hanno, anche, dato la vita per questo motivo ovvero lo “sguardo analitico del momento pregresso”. E tutto questo deve essere fatto da un lato, quello del giornalista, con la delicatezza di un adulto che deve spiegare a dei giovani, il suo uditorio, una nuova storia ogni volta che però porta sempre con se una piccola morale, che non condanna nessuno ma ammonisce sempre a non abbandonare la via, pena il ritorno ad uno status quo vuoto e ripetitivo. Il tutto deve essere fatto e appreso senza preconcetti e senza secondi fini.

Al di la di quello che dicono Saviano in copertina e Lucarelli in quarta, questo libro è di una bellezza disarmante. Racconta una storia vera e marcia, ma con una sensibilità unica. E’ una storia che mi mancava, perchè come sa chi mi segue ho scelto di approfondire le mafie un po’ per settori stagni, partendo dalla camorra. Però come avviene per le storie che colpiscono particolarmente, rimarrà con me anche a libro chiuso.

E’ un libro che sono contenta di aver comprato e che consiglio veramente a tutti non solo di comprare e leggere, ma anche di regalare. Non importa che il destinatario abbia un particolare interesse sull’argomento perchè lo stile della scrittura è così particolare e mai retorico da permettere a Francesca Barra di essere apprezzata veramente da tutti.

Recensione  8 giugno 2011 tratta da:

 

http://letturesconclusionate.blogspot.com/2011/06/il-quarto-comandamento-francesca-barra.html


 

L’ho terminato giusto stamattina (21 maggio) e, sì, Francesca è riuscita a strapparmi anche una lacrimuccia. A cosa è dovuta starà chi leggerà questo libro capirlo, però sappiate che la delicatezza di Francesca nell’accostarsi alle storie e ai protagonisti è presente per tutta la durata di questa storia. Ci sono persone nate per fare i giornalisti, gli indagatori dell’occulto o del giallo ci sono quelli che sono capaci di raccontarvi cose scritte da altri fissando la telecamera senza sbattere nemmeno una volta le ciglia, e poi ci sono persone come l’autrice di questo bel libro che entrano in punta di piedi e con la delicatezza dei modi, che la contraddistingue, vi introducono in momenti bui della vita italiana, con il cipiglio del giornalista raggruppano nomi, cognomi, situazioni e storie parallele e le organizzano in maniera che siano comprensibili a tutti e ve le propongono senza per questo dovervi assediare o rivoluzionare la vita, ma con il chiaro obiettivo di dirvi: “Fermati, guarda a fondo, rifletti e comprendi dov’e’ l’errore e troviamo una nuova via”.

26 Gennaio 1979, Palermo, Via Campania orario serale della cena. Un giornalista, l’ennesimo, e nemmeno l’ultimo, viene ucciso a sangue freddo e in maniera vigliacca con 4 colpi di calibro 28, mentre volta le spalle al suo assassino, praticamente sotto le finestre di casa sua. Nonostante vi sia una testimone e un capace investigatore di nome Boris Giuliano, che dopo pochi mesi anch’esso cadrà vittima della mafia, a questo omidicio seguiranno circa 20 anni di silenzio colpevole e omertoso. Il giornalista è Mario Francese padre di 4 figli Giulio, Massimo, Fabio e Giuseppe e marito di Maria. Morto per fare silenzio sugli appalti truccati e pilotati dalla mafia e il particolare dalla nuova cupola che sta venendo piano piano fuori e sta contagiando come un virus tutto ciò che tocca.

La storia è vera, non è inventata, ma il libro di Francesca fa di più. Sottolinea un fattore nuovo, il “ricordo omertoso”. E’ forse una delle prime che sceglie di sottolineare questa caratteristica del nostro tempo, molto in voga (perché come siamo tutti allenatori sotto ai mondiali, con il tempo e il martellamento pubblicitario di questo o quel rivoluzionatore della storia politica o letteraria, diventiamo improvvisamente tutti professionisti dell’antimafia) e che ho visto trattato solo in maniera quasi accademica da Marcello Ravveduto in “Strozzateci tutti”. La differenza dei due scritti è che il saggio di Ravveduto guarda a tutto il mondo delle vittime e la percezione che esse hanno dell’essere colpite da un lutto a mano mafiosa ma per motivi legittimi o per puro caso e il libro. Il libro di Francesca Barra invece analizza un caso "esempio" facendo proprio parlare chi in questa brutta storia ci si è trovato e ha agito per tentare di uscire dalla casistica dei “Cold Case” indipendentemente dal ricordo dei palermitani che, comunque, riconosce come colpevole.

La moda imperante del dissenso è perfettamente logica e condivisibile, il problema è che oggi, sovente, si dissentisce e si ricorda solo perché qualcuno ci ha detto di farlo o per pulirsi la coscienza o in base di una scelta politica. E’ sempre qualcun altro il colpevole, oppure è troppo lontano, nel tempo e nello spazio il luogo per il quale manifestare e così, per impegni personali e di famiglia, si preferisce accendere la candela, scrivere che si è contro questo o quello, magari in rete, partecipare a commemorazioni virtuali e chiuso l’evento o il pc si ritorna alla propria quotidianità certi di aver fatto quel che si doveva. Come finita una manifestazione si ritirano i cartelloni e si contano quelli che le hanno prese e si torna a casa, indipendentemente dal motivo che ci ha mosso per manifestare e se il messaggio sia passato o no, insomma siamo talmente specializzati nell’indignarci da non accorgerci che a forza di esserlo, non lo siamo veramente più. Ricordare persone vive o morte appioppando l’appellativo di “Eroi” non basta e non serve, anzi spesso i congiunti non vogliono e rifuggono da questa etichetta. Gli eroi sono morti e sepolti e di solito sono morti in azioni impossibili da riprodurre o in situazioni catastrofiche.

Mario Francese, i suoi figli e tutte le vittime morte per il loro lavoro e il loro impegno giornaliero devono essere considerati “Esempi”; perché se tutti avessimo sempre seguito un codice di comportamento legale e civile, Mario come tanti altri, non sarebbe mai morto. Perché l’omertà nelle morti di mafia non viene tirata su come un velo luttuoso quando viene ucciso qualcuno, ma prima ogni volta che questi uomini o donne sono stati messi all’indice silenzioso che è percepibile come un distacco pre-morte. L’ “esempio” non vuole essere ricordato solo l’anniversario della sua morte perché così muore ogni giorno! L’esempio dev’essere sempre presente e vivo ogni momento della vita di tutti e deve essere principio e base di ogni nostra scelta di vita e nella nostra quotidianità.

Ha necessità di essere raccontato, perché non abbia a disperdersi nel tempo e nell’oblio, ma non come un modo per sentirci colpevoli ma come ulteriore modo per spronare la nostra attenzione e guidare i nostri passi giornalieri. Ed è questo il fattore che brucia di più queste famiglie e a questa famiglia, cui il congiunto è stato tolto troppo presto e senza alcuna giustificazione o aiuto, ed è per questo che i 4 ragazzi Francese, e in particolare il più piccolo fra loro Giuseppe, si sono battuti per anni. Per mantenere vivo in prima persona l’ “esempio” di vita e di lavoro del padre e per trovare gli assassini e le motivazioni che ha impedito loro di poter vivere una vita tranquilla e serena come tutti solitamente si aspettano.Questo è quello che traspare spesso anche dalle trasmissioni in cui Francesca è protagonista e presentatrice come “La bellezza contro le mafie” e “Wipress” su La3 su satellite. Non a caso è difficile che ci siano polemiche dopo gli interventi da lei, perché fare il giornalista non significa decostruire sottolineando solo in marcio in virtù del sensazionalismo vuoto e col solo fine di tenere appesi spettatori per un paio d’ore ma come dice Don Aniello, nella sua autobiografia uscita in contemporanea con questo libro, bisogna conoscere chi cosa e come e sopratutto l’ambiente che si era creato prima e nel quale le storie di violenza nascono e si sviluppano, matrice che sembra collegare tutti coloro che hanno, anche, dato la vita per questo motivo ovvero lo “sguardo analitico del momento pregresso”. E tutto questo deve essere fatto da un lato, quello del giornalista, con la delicatezza di un adulto che deve spiegare a dei giovani, il suo uditorio, una nuova storia ogni volta che però porta sempre con se una piccola morale, che non condanna nessuno ma ammonisce sempre a non abbandonare la via, pena il ritorno ad uno status quo vuoto e ripetitivo. Il tutto deve essere fatto e appreso senza preconcetti e senza secondi fini.

Al di la di quello che dicono Saviano in copertina e Lucarelli in quarta, questo libro è di una bellezza disarmante. Racconta una storia vera e marcia, ma con una sensibilità unica. E’ una storia che mi mancava, perchè come sa chi mi segue ho scelto di approfondire le mafie un po’ per settori stagni, partendo dalla camorra. Però come avviene per le storie che colpiscono particolarmente, rimarrà con me anche a libro chiuso.

E’ un libro che sono contenta di aver comprato e che consiglio veramente a tutti non solo di comprare e leggere, ma anche di regalare. Non importa che il destinatario abbia un particolare interesse sull’argomento perchè lo stile della scrittura è così particolare e mai retorico da permettere a Francesca Barra di essere apprezzata veramente da tutti.

 


CHI HA TRADITO MARIO FRANCESE - Recensione di Salvo Palazzolo su Repubblica 14 giugno 2011

Chissà perché mai nessun giornalista siciliano ha provato a scrivere un libro sulla storia di Mario Francese. L’ unico punto di riferimento per conoscere in maniera approfondita il cronista di giudiziaria del “Giornale di Sicilia” assassinato da Cosa nostra il 26 gennaio 1979 resta il volume promosso dall’ Ordine dei giornalisti di Sicilia e pubblicato da Gelka nel 2000, “Mario Francese, una vita in cronaca”. Ma è come se quel libro fosse scritto dallo stesso Mario Francese, perché è una raccolta preziosa dei suoi articoli, introdotti dalle riflessioni di giornalisti, storici e magistrati.

Rimane la domanda: perché nessun giornalista siciliano ha mai raccontato in un libro-inchiesta la vicenda umana e professionale di Mario Francese? Adesso che un libro su di lui è stato pubblicato (”Il quarto comandamento” – Rizzoli), e per di più da una giornalista non siciliana (Francesca Barra, conduttrice del programma di Radio 1 Rai “La bellezza contro le mafie”) la questione è aperta. Perché per tanti anni la vita e la morte di Francese non hanno fatto notizia? È la stessa domanda che si poneva Luciano Mirone, nel suo libro dedicato ai giornalisti siciliani uccisi dalla mafia, dal significativo titolo “Gli insabbiati” (Castelvecchi editore, 1999). È la domanda che ha schiacciato uno dei figli di Francese, Giuseppe: dopo aver cercato a lungo di ottenere giustizia, si è tolto la vita, il 3 settembre 2002. Processi e sentenze avevano individuato il sicario e i mandanti dell’ assassinio di suo padre, ma Giuseppe riteneva che non fosse stata raggiunta tutta la verità.

Nel racconto di Francesca Barra, il cronista e suo figlio sono insieme già dal sottotitolo: “La vera storia di Mario Francese che sfidò la mafia e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia”. Perché i processi che sono stati celebrati hanno avuto un merito, quello di aver tirato fuori dai ricordi confusi di una città alcuni punti fermi: le inchieste di Francese raccontavano già cosa sarebbe diventato il potere dei nuovi mafiosi. I processi hanno spazzato via soprattutto il tam tam che per troppi anni ha continuato a girare fra le redazioni e i salotti buoni: «Se l’ è cercata. Il posto preferito di Francese era accanto al pubblico ministero, quasi a voler fare da suggeritore dell’ accusa. Era un’ inutile sfida la sua». La conclusione della cantilena, che troppo spesso veniva affidata dai più anziani ai giovani cronisti, faceva pressappoco così: «Chissà chi l’ ha ammazzato, ma a questo punto può essere stato chiunque». Oggi, non si può più dire questo di Mario Francese. Eppure, la sua storia è ancora poco raccontata.

Chi ha vissuto i giorni del processo potrebbe testimoniare che durante quelle udienzei giornalisti di Palermo hanno vissuto un dramma lacerante. Perché è rimasta l’ ombra di uno o più traditori alle spalle di Francese. Nel settembre 1978, Cosa nostra aveva deciso una vera e propria strategia d’ attacco contro l’ informazione ficcanaso. Prima, colpendo l’ auto del direttore del “Giornale di Sicilia” Lino Rizzi. Poi un mese dopo, la casa di Casteldaccia del capocronista Lucio Galluzzo. Hanno detto i pentiti che Riina voleva fermare a tutti i costi una linea editoriale. Ma a settembre Francese non è al giornale, sta in convalescenza. E ci resterà sinoa fine anno. Eppure, l’ escalation prosegue, come sei mafiosi sapessero che Francese non se ne sta con le mani in mano. Anzi, affina lo scoop della sua vita, un grande dossier sulla mafia, che ha consegnato a maggio. Di tanto in tanto, il cronista va in redazione, chiede che fine abbia fatto il suo lavoro, perché non sia stato ancora pubblicato. All’ inizio del gennaio ‘ 79, al ritorno in servizio, Francese ha il sospetto che il dossier sia filtrato all’ esterno. Qualcuno ha tradito Mario Francese? È la domanda che si poneva suo figlio Giuseppe.

È una storia scomoda, questa. Ma è pur sempre una storia di 32 anni fa e molti giornalisti di oggi non hanno neanche vissuto quella complicata stagione. Deve esserci dunque qualche altra ragione perché la storia di Francese non abbia fatto notizia per così tanto tempo. Un indizio lo offre il libro di Francesca Barra quando descrive la vita normale di quel cronista che era arrivato a Palermo da Siracusa. Non si atteggiava a eroe dell’ antimafia: cercava solo storie, personaggi, fatti. E non li trovava di certo nelle veline di qualche ufficio stampa. Forse, visto dall’ era di Internet, il giornalismo di Francese sarà sembrato arcaico a qualcuno. Forse, la generazione dei quarantenni in cronaca non si è mai davvero fermata a riflettere sull’ eredità che è stata chiamata a raccogliere: prima, assillata dalla palude del precariato, poi stretta negli ingranaggi veloci dell’ informazione cosiddetta moderna, che tutto masticae di niente sembra aver memoria. Forse,i riti dell’ antimafia hanno ormai fatto passare in secondo piano persino le vittime e la ragione della loro morte.

Questo non è un atto d’ accusa. Solo, un ragionevole ventaglio di ipotesi per una possibile autocritica da parte della generazione dei giovani cronisti siciliani.

 


 

UN PADRE UCCISO PERCHE' LIBERO - Recensione di Giovanni Marinetti su il futurista 16-6-2011

Onorare il padre è esercizio d’amore mai semplice, anche se dettato dal sentimento più semplice: l’amore, appunto. Onorare il padre, quando non c’è più, diventa dovere doppio. Per giustizia, oltre per amore. “Quartocomandamento” è il titolo del libro di Francesca Barra, giovane giornalista che riempie di vita ogni suo lavoro. Il padre raccontato in questo libro è un uomo ucciso perché libero. Mario Francese era un giornalista siciliano che si occupava di cronaca nera, che in Sicilia diventa mafia. Ma è anche la storia dei suoi figli, che con amore hanno onorato il padre fino ad avere giustizia. Un percorso faticoso e pesante. E questo peso ha schiacciato Giuseppe, il figlio più piccolo. Un libro di memoria ma anche di speranza. Un libro di battaglie civili e di una magistratura che ascolta i cittadini. Un libro che insegna che onorare il padre è sempre la giusta via. Per essere poi buoni padri. E rendere migliore questo scorcio di mondo.

Barra, perché hai deciso di raccontare la storia di Mario Francese?

Quando ho deciso di diventare giornalista fui spinta dall’idea romantica che il giornalista fosse colui che ricercava la verità in strada. E non ho mai smesso di crederci. Un’idea romantica perché oggi sono sempre meno i giovani giornalisti che vanno a cercare le fonti personalmente, e non davanti al computer.
Mario Francese era un giornalista “romantico”. Mi affascinava la storia di questo cronista che lavorava con le notizie e arrivava prima degli inquirenti, come fosse un investigatore.
Sono i giornalisti come Mario Francese i veri maestri del giornalismo che dovrebbero far conoscere nelle scuole: i giornalisti di nera in Sicilia durante l’ascesa dei Corleonesi di Riina. Il libro è scritto in modo che la figura di Mario venisse fuori in maniera diretta, quasi sena mediazione. È davvero una storia che dovrebbe essere raccontata nelle scuole. Ho fatto prevalere l’oggetto sull’io narrante. Quando ho raccontato questa storia non avevo bisogno di “riempire”, perché è talmente forte da sola che non serviva che mettessi in primo piano il mio stile. Avrei solo distratto il lettore. Volevo raccontare i fatti così come lo faceva Mario Francese.

Come hai scoperto la storia di Mario Francese e di suo figlio?

Per caso, leggendola in un libro che raccontava i profili dei giornalisti uccisi dalla mafia, “Gli Insabbiati”. Ma il libro definiva Mario Francese vittima di mafia insieme al figlio. Io, che ho condotto un programma sulle mafie e raccontato 700 storie di mafia non avevo avuto notizia di un duplice omicidio di questo tipo. Ho cercato su internet e chiesto a colleghi siciliani: nessuno sapeva nulla del figlio di Mario. Allora sono andata in Sicilia e ho bussato alla porta della famiglia Francese. Mi hanno accolta con una generosità che non ha pari, fino a farmi diventare parte della loro famiglia. Ho capito cosa prova un familiare di una vittima di mafia: il dolore, l’isolamento. Significa convivere non solo con la tragedia ma anche con la responsabilità di tenere alta la memoria del proprio caro. Talvolta anche una memoria materiale. Oggi ci sono tanti familiari di vittime di mafia che ancora aspettano giustizia e verità. E ho scoperto la storia di Giuseppe, un bambino di dodici anni, il figlio di Mario Francese, che cresce con la voglia di scoprire la verità riguardo all’omicidio del padre e raccoglie le prove necessarie – assieme ai fratelli - per far riaprire il processo.

Tu scrivi: “Verità e giustizia sono due bestie lente e testarde”. Perché?

Prova a entrare in famiglie che hanno avuto un dramma simile. Come fai a chiedere loro cosa pensano della giustizia quando ancora non l’hanno avuta? Oppure, prova a chiedere loro cosa sia la verità. Sono due bestie perché sono l’ombra di queste famiglie, due bestie con cui fare i conti quotidianamente. La storia del caso Francese è una bella storia di magistratura. Le prove raccolte da Giuseppe e dai suoi fratelli sono accolte dai magistrati, tanto da riaprire il processo. Sì, sicuramente. E succede negli anni dei primi pentiti, per cui c’è anche un terreno un po’ più fertile e la volontà di mettere insieme più tasselli.

La famiglia Francese ha anche il merito di aver vinto un’altra battaglia: quella degli aiuto dello Stato ai parenti delle vittime di mafia.

È vero. Anche grazie alla collaborazione delle altre famiglie sono riusciti a farsi sentire in questa battaglia giusta. E vincerla. Anche se ancora c’è tanto da fare…Dal punto di vista culturale, sì. L’esempio è quello di Mario Calabresi e della figlia di Tobagi: con i loro libri sono al cuore del pubblico. Cosa si può fare? Sicuramente, non limitarsi soltanto ai giorni della memoria. Serve un lavoro costante di esercizi di memoria. E, ovviamente, servono indagini. E, magari, si dovrebbe migliorare la legislazione. Ma io sono ottimista: queste testimonianze dimostrano che la mafia sbagli a pensare che, uccidendo una persona, dopo possa agire indisturbata. Queste storie dimostrano che la memoria può ottenere risultati straordinari.

Come si fa a scrivere di mafia comunicando speranza?

La speranza è una mia responsabilità: non avrei potuto fare questo lavoro, ma neanche mettere al mondo un bambino, se non credessi nella possibilità di un mondo migliore. La mia speranza mia è che queste storie siano sempre meno isolate. Credo molto nelle nuove generazioni e credo che possano sentirle come uno schiaffo alla propria coscienza. Un bambino, durante un incontro in una scuola, mi ha chiesto: “Voglio diventare un ingegnere. Come faccio a diventare un ingegnere non mafioso?”. Eravamo a Milano! In questa sua domanda c’è tutto un mondo che capisce che esiste un’alternativa. I giovani hanno un bisogno disperato di avere una speranza.

Perché al Nord non si parla mai di mafie?

Non se ne parlava. Oggi se ne parla, grazie al lavoro di giornalisti bravi. Sicuramente, i ragazzi sanno che c’è.

Solo la politica fa finta che la mafia al Nord non esista?

Fino a qualche tempo era sicuramente così. Certo, c’è l’interesse a tacere su questo argomento.

Da qualche anno, anche in radio, ti occupi di mafia. Cosa pensi di quei politici che dicono che parlando di mafia si infanga nome dell’Italia?

Il mio programma si chiama “La bellezza contro le mafie”. Ho sempre cercato di mostrare anche l’altra faccia della medaglia: io parlo di mafia ma anche di bellezza.
Per cui, ogni volta che parlo di un omicidio, parlo anche dei cittadini che fanno iniziative per la legalità. Bisogna sempre pensare che in quelle zone ci sono cittadini onesti. Io, della mia Italia, racconto la verità, e bisogna farlo, ma cerco disperatamente anche il bello. Serve per aiutare la gente di questi territori. Il politico ha detto che raccontando la mafia s’infanga il nome dell’Italia spero volesse dire anche altro.

 


 

Recensione di Mario Bocola sul blog www.mariobocola.it

Il libro della verità, del riscatto, della cronaca giornalistica di un brutto fatto di sangue: un best-seller che racconta la mafia, nei suoi eccessi, nella sua spietata realtà, che non guarda in faccia a nessuno, soprattutto ai giornalisti, nel mirino quando raccontano o scovano verità assolute. E il libro di Francesca Barra, “Il quarto comandamento” (Milano, Rizzoli, 2011) è una disarmante verità di mafia, di quella vendetta che uccide senza pietà. Il libro ha un sottotitolo “La vera storia di Mario Francese che sfidò la mafia e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia”. È il 26 Gennaio 1979, a Palermo, in  Via Campania orario serale della cena. Un giornalista, l’ennesimo, e nemmeno l’ultimo, viene ucciso a sangue freddo e in maniera vigliacca con 4 colpi di calibro 28, mentre volta le spalle al suo assassino, praticamente sotto le finestre di casa sua. Nonostante vi sia una testimone e un capace investigatore di nome Boris Giuliano, che dopo pochi mesi anch’esso cadrà vittima della mafia, a questo omicidio seguiranno circa 20 anni di silenzio colpevole e omertoso. Il giornalista è Mario Francese padre di 4 figli Giulio, Massimo, Fabio e Giuseppe e marito di Maria. Morto per fare silenzio sugli appalti truccati e pilotati dalla mafia e in particolare dalla nuova cupola che sta venendo piano piano fuori e sta contagiando come un virus tutto ciò che tocca. La storia è vera, non è inventata, ma il libro di Francesca Barra fa di più. Sottolinea un fattore nuovo, il “ricordo omertoso”. Il libro di Francesca Barra invece analizza un caso "esempio" facendo proprio parlare chi in questa brutta storia ci si è trovato e ha agito per tentare di uscire dalla casistica dei “Cold Case” indipendentemente dal ricordo dei palermitani che, comunque, riconosce come colpevole. La moda imperante del dissenso è perfettamente logica e condivisibile, il problema è che oggi, sovente, si dissentisce e si ricorda solo perché qualcuno ci ha detto di farlo o per pulirsi la coscienza o in base di una scelta politica. E’ sempre qualcun altro il colpevole, oppure è troppo lontano, nel tempo e nello spazio il luogo per il quale manifestare e così, per impegni personali e di famiglia, si preferisce accendere la candela, scrivere che si è contro questo o quello, magari in rete, partecipare a commemorazioni virtuali e chiuso l’evento o il pc si ritorna alla propria quotidianità certi di aver fatto quel che si doveva. Come finita una manifestazione si ritirano i cartelloni e si contano quelli che le hanno prese e si torna a casa, indipendentemente dal motivo che ci ha mosso per manifestare e se il messaggio sia passato o no, insomma siamo talmente specializzati nell’indignarci da non accorgerci che a forza di esserlo, non lo siamo veramente più. Ricordare persone vive o morte appioppando l’appellativo di “Eroi” non basta e non serve, anzi spesso i congiunti non vogliono e rifuggono da questa etichetta. Gli eroi sono morti e sepolti e di solito sono morti in azioni impossibili da riprodurre o in situazioni catastrofiche. Mario Francese, i suoi figli e tutte le vittime morte per il loro lavoro e il loro impegno giornaliero devono essere considerati “Esempi”; perché se tutti avessimo sempre seguito un codice di comportamento legale e civile, Mario come tanti altri, non sarebbe mai morto. Perché l’omertà nelle morti di mafia non viene tirata su come un velo luttuoso quando viene ucciso qualcuno, ma prima ogni volta che questi uomini o donne sono stati messi all’indice silenzioso che è percepibile come un distacco pre-morte. L’ “esempio” non vuole essere ricordato solo l’anniversario della sua morte perché così muore ogni giorno! L’esempio dev’essere sempre presente e vivo ogni momento della vita di tutti e deve essere principio e base di ogni nostra scelta di vita e nella nostra quotidianità. Ha necessità di essere raccontato, perché non abbia a disperdersi nel tempo e nell’oblio, ma non come un modo per sentirci colpevoli ma come ulteriore modo per spronare la nostra attenzione e guidare i nostri passi giornalieri. Ed è questo il fattore che brucia di più queste famiglie e a questa famiglia, cui il congiunto è stato tolto troppo presto e senza alcuna giustificazione o aiuto, ed è per questo che i 4 ragazzi Francese, e in particolare il più piccolo fra loro Giuseppe, si sono battuti per anni. Per mantenere vivo in prima persona l’ “esempio” di vita e di lavoro del padre e per trovare gli assassini e le motivazioni che ha impedito loro di poter vivere una vita tranquilla e serena come tutti solitamente si aspettano. Al di la di quello che dicono Saviano in copertina e Lucarelli in quarta, questo libro è di una bellezza disarmante. Racconta una storia vera e marcia, ma con una sensibilità unica. E’ una storia che mi mancava, perché come sa chi mi segue ho scelto di approfondire le mafie un po’ per settori stagni, partendo dalla camorra. Però come avviene per le storie che colpiscono particolarmente, rimarrà con me anche a libro chiuso. É un libro che consiglio veramente a tutti non solo di comprare e leggere, ma anche di regalare. Non importa che il destinatario abbia un particolare interesse sull’argomento perché lo stile della scrittura è così particolare e mai retorico da permettere a Francesca Barra di essere apprezzata veramente da tutti. Una scrittrice che racconta fatti inquietanti con passione per non dimenticare gli “eroi della penna”, qual era Mario Francese.


 

 

Recensione su  www.cremonaonline.it20 giugno 2011

Questa è la storia di Mario Francese e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia. Storia di un giornalista ucciso a Palermo per aver raccontato il male della mafia e del figlio che anni dopo riesce a strappare l'inchiesta dai banchi di sabbia nella quale era stata sepolta e fa condannare gli assassini di suo padre, prima di togliersi la vita per non essere mai riuscito a superare quell'assenza cupa. A raccontarla, in un libro tenero e struggente che si legge tutto d'un fiato: 'Il Quarto comandamento' è la giornalista Francesca Barra. La storia comincia il 26 gennaio 1979: Mario Francese, cronista di «nera» del Giornale di Sicilia, per primo aveva osato scrivere della trasformazione imprenditoriale di Cosa nostra, degli interessi mafiosi intorno alla ricostruzione del Belice terremotato e alla realizzazione della diga Garcia. Suo figlio Giuseppe quel giorno ha dodici anni.

Sente sei colpi di pistola, ma non sa che giù in strada giace il corpo di suo padre. A distanza di vent'anni ha cercato testimonianze, ha raccolto materiali, si è fatto giornalista investigativo per regolare i conti col passato. E alla fine è riuscito a far condannare mezza Cupola: Bagarella, Riina, Provenzano, esecutore e mandanti della morte del primo cronista a fare il nome di Totò Riina su un giornale. Ma purtroppo anche per Giuseppe è in agguato un terribile epilogo. Come due fili intrecciati, le vite di Mario e suo figlio seguono una traiettoria simile, un percorso che condurrà entrambi a una morte prematura. Con grande maestria e sensibilità, Francesca Barra ricostruisce la vicenda che portò all'uccisione di Mario Francese, raccontando al contempo la storia di un padre e di un figlio - e di un'intera famiglia - spezzata dalla violenza della mafia. E restituisce alla coscienza collettiva un patrimonio di onestà che il tempo non può e non deve cancellare. Barra mette mano con giusta misura e senza dietrologia alla vita della famiglia Francese a partire da quella notte di infamia da cui ci separano oltre trent'anni e sino al suicidio del figlio Giuseppe da cui pure sono passati quasi dieci anni. Scrive tracciando una curva, un tragico semicerchio che va dalla morte del padre a quella del figlio, focalizzando, senza enfasi nè forzature, il percorso inevitabile che dovrebbe stare, oggi come oggi, sotto gli occhi di tutti, dei più attenti almeno. Ricominciare dal '79, dalle stanze della famiglia Francese, dai rapporti tra genitori e figli, incentrati sulla figura del padre. Francesca Barra va con mano leggera ma dice tutto sul destino di Giuseppe che pare, sin dall'inizio forse, senza che nè lui nè i suoi cari possano intuirlo, tragicamente segnato. Sin da quell'attimo brutale in cui per primo percepì dalla strada i colpi della morte che di lì a poco, li avrebbe travolti. Poi arriva il silenzio e la lunga trafila degli eventi, molti dei quali consentono fatalmente che questo silenzio continui. Come quello che per anni la famiglia Francese subì. Come quello che, a processo ultimato, dopo tanta cronaca di mafia, dopo le ricorrenze che in onore di Mario Francese, hanno cercato di aprire una costante vigilanza sul tema, non hanno potuto mettere a fuoco l'entità del danno, cioè la morte che Giuseppe Francese ha voluto darsi. La Barra racconta e implicitamente esorta a rileggere, a ripensare. Da giornalista, scrupolosa nella ricerca, propone le carte di Giuseppe, il suo cammino, breve ma intenso. E non si esclude che una verità, o ciò che abbiamo archiviata come tale, manchi di qualcosa, di qualcuno. Che all'interno di una famiglia sia rimasto qualcosa di inaccettato, probabilmente di inaccettabile. Come se la verità avesse ancora qualcosa da rivelare, come se al danno di un padre troppo presto perduto si assommasse quello di una società che non sempre il suo, di danno, riesce a misurarlo.


 

QUANDO LA MAFIA UCCIDE UN PADRE E SUICIDA IL FIGLIO - Recensione ANSA 17/06/2011

 Questa è la storia di Mario Francese e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia. Storia di un giornalista ucciso a Palermo per aver raccontato il male della mafia e del figlio che anni dopo riesce a strappare l'inchiesta dai banchi di sabbia nella quale era stata sepolta e fa condannare gli assassini di suo padre, prima di togliersi la vita per non essere mai riuscito a superare quell'assenza cupa. A raccontarla, in un libro tenero struggente che si legge tutto d'un fiato: 'Il Quarto comandamentò è la giornalista
Francesca Barra.
La storia comincia il 26 gennaio 1979: Mario Francese, cronista di «nera» del Giornale di Sicilia, per primo aveva osato scrivere della trasformazione imprenditoriale di Cosa nostra, degli interessi mafiosi intorno alla ricostruzione del Belice terremotato e alla realizzazione della diga Garcia. Suo figlio Giuseppe quel giorno ha dodici anni. Sente sei colpi di pistola, ma non sa che giù in strada giace il corpo di suo padre. A distanza di vent'anni ha cercato testimonianze, ha raccolto materiali, si è fatto giornalista investigativo per regolare i conti col passato. E alla fine è riuscito a far condannare mezza Cupola: Bagarella, Riina, Provenzano, esecutore e mandanti della morte del primo cronista a fare il nome di Totò Riina su un giornale. Ma purtroppo anche per Giuseppe è in agguato un terribile epilogo. Come due fili intrecciati, le vite di Mario e suo figlio seguono una traiettoria simile, un percorso che condurrà entrambi a una morte prematura.  Con grande maestria e sensibilità, Francesca Barra ricostruisce la vicenda che portò all'uccisione di Mario Francese, raccontando al contempo la storia di un padre e di un figlio - e di un'intera famiglia - spezzata dalla violenza della mafia. E restituisce alla coscienza collettiva un patrimonio di onestà che il tempo non può e non deve cancellare. Barra mette mano con giusta misura e senza dietrologia alla vita della famiglia Francese a partire da quella notte di infamia da cui ci separano oltre trent'anni e sino al suicidio del figlio Giuseppe da cui pure sono passati quasi dieci anni. Scrive tracciando una curva, un tragico semicerchio che va dalla morte del padre a quella del figlio, focalizzando, senza enfasi nè forzature, il percorso inevitabile che dovrebbe stare, oggi come oggi, sotto gli occhi di tutti,
dei più attenti almeno. Ricominciare dal '79, dalle stanze della famiglia Francese, dai rapporti tra genitori e figli, incentrati sulla figura del padre. 
Francesca Barra va con mano leggera ma dice tutto sul destino di Giuseppe che pare, sin dall'inizio forse, senza che nè lui nè i suoi cari possano intuirlo, tragicamente segnato. Sin da quell'attimo brutale in cui per primo percepì dalla strada i colpi della morte che di lì a poco, li avrebbe travolti. Poi arriva il silenzio e la lunga trafila degli eventi, molti dei quali consentono fatalmente che questo silenzio continui. Come quello che per anni la famiglia Francese subì. Come quello che, a processo ultimato, dopo tanta cronaca di mafia, dopo le ricorrenze che in onore di Mario Francese, hanno cercato di aprire una costante vigilanza sul
tema, non hanno potuto mettere a fuoco l'entità del danno, cioè la morte che Giuseppe Francese ha voluto darsi. La Barra racconta e implicitamente esorta a rileggere, a ripensare. 

Da giornalista, scrupolosa nella ricerca, propone le carte di Giuseppe, il suo cammino, breve ma intenso. E non si esclude che una verità, o ciò che abbiamo archiviata come tale, manchi di qualcosa, di qualcuno. Che all'interno di una famiglia sia rimasto qualcosa di inaccettato, probabilmente di inaccettabile. Come se la verità avesse ancora qualcosa da rivelare, come se al danno di un padre troppo presto perduto si assommasse quello di una società che non sempre il suo, di danno, riesce a misurarlo.

Recensione di Gery Palazzotto su www.dipalermo.it 22-6-2011

Un giornalista ucciso perché ha sfidato la mafia. Un ragazzo che vive solo per scoprire i colpevoli. Una Palermo da decifrare.

La storia di Mario Francese non era mai stata raccontata in modo completo. Quel cronista coraggioso ammazzato dalla mafia in una sera di gennaio del 1979 sembrava non interessare a nessuno. Gli anni Settanta erano anni di confusione criminale, dominati dal terrorismo: nella conta delle vittime si perdevano di vista le nuove emergenze. Il giornale per cui lavorava Francese, il Giornale di Sicilia, non si mostrò mai troppo assetato di verità. I familiari rimasero per decenni – soli – immersi in un limbo di domande: chi lo ha ucciso e perché? Uno dei figli, il più piccolo, Giuseppe scrisse pagine e pagine di diari raccontandosi a quel padre che aveva conosciuto troppo poco e costruì, ingranaggio dopo ingranaggio, il motore che avrebbe dovuto (ri)avviare la macchina della giustizia.
Oggi finalmente questa storia, drammaticamente istruttiva, è racchiusa in un libro: Il quarto comandamento di Francesca Barra (Rizzoli, 175 pag, 17,90 euro). Vi si racconta la vita di un giornalista che aveva capito prima degli altri i nuovi equilibri mafiosi e che aveva identificato le piste economiche attraverso le quali il potere criminale tentava il colpo grosso.
Con ammirevole equilibrio, la Barra distilla vicende private e pubblici sfaceli mostrando l’uomo e il suo ambito, il delitto e le connivenze, le bugie e la forza dell’amore. Perché quella di Mario Francese non è solo una vicenda di mafia. I sei colpi di pistola di quella sera di gennaio 1979 risuonano in una Palermo che fa finta di non saper distinguere i buoni dai cattivi, fischiano nelle orecchie di molti colleghi di Mario, bucano l’unità di una famiglia che pur devastata da una somma di lutti darà sempre esempio di dignità del dolore.
Il quarto comandamento è un libro prezioso perché ci ricorda che un lieto fine può anche essere drammatico e che il coraggio degli uomini soli è l’unica forma di incoscienza cui solo la storia può rendere pieno merito.

P.S. Messaggio agli insegnanti di liceo: l’anno prossimo fatelo leggere ai vostri alunni.


 

 

Recensione su  http://fuoridalloblo.blog.espresso.repubblica.it/blog/2011/06/il-quarto-comandamento-quando-scrivere-e-parlare-%C3%A8-sfida-alla-mafia.html 22/06/2011

 

"Io credo che il mio abito non debba diventare l'alibi alla tua violenza. Io credo di essere libera di dirti di no. Io sono stanca di dovermi giustificare. Essere donna non vuol dire essere tua. Esistono donne che sanno scegliere più di uomini che non sanno "distinguere" (Francesca Barra - Campagna contro la violenza sulle donne).

Francesca è una donna che sente profondamente, sulla pelle, la realtà contemporanea: in tutte le sue sfaccettature. 
E sceglie. Quel che accade intorno a sé la riguarda.

Guidata da passione e serietà, nel suo lavoro di giornalista, scrittrice ed autrice televisiva e radiofonica, è diventata vero punto di riferimento, per chi riflette e sceglie di raccontarsi e denunciare i mali della propria terra. O semplicemente, raccontare la "Bellezza", che ancora resiste, nel fango.

Oggi è in libreria, con "Il Quarto Comandamento", edito da Rizzoli.

“Onora il padre e la madre”, il quarto comandamento. Giuseppe e Mario Francese: rispettivamente figlio e padre, sono stati entrambi decisi, nel non calare la testa, per portare alla luce la verità. Ma andiamo con ordine. Chi era, Mario Francese?

Mario Francese è stato uno dei più grandi cronisti di nera e giudiziaria italiano. Lavorava per il giornale di Sicilia quando fu ammazzato nel 1979 sotto casa, per ordine della cupola di cosa nostra. Le sue indagini, incentrate sui movimenti e sugli interessi della nuova mafia in ascesa, stava spaventando i corleonesi.

Giuseppe era pressappoco un bambino, quando fu ucciso suo padre. Il primo, a non dimenticare.

Giuseppe aveva 12 anni quando gli dicono, i tre fratelli e la madre, che suo padre è stato ucciso non in un incidente, non da una malattia, ma dalla “mafia” che per un bambino così piccolo può significare tutto e niente. Una entità a cui, per tutta la vita, cercherà di dare un nome, un volto.

Questo è un libro prezioso, perché ha il grandissimo merito di mostrare, ciò che si voleva nascondere. Lei ci racconta, da anni, della “Bellezza, contro le mafie” (ai microfoni di Radio Uno Rai) ed è una professionista completa, arricchita di una grandissima dote, non comune tra i Suoi colleghi: la sensibilità. Difficile, “entrare nella vita” di una persona che ha subìto direttamente od indirettamente l’agìre mafioso. Come parlare delle vittime.

Parlare delle vittime di organizzazioni criminali è un dovere per prima cosa di cittadino, poi di professionista. E’ uno dei più grandi problemi del nostro Paese perché coinvolge la nostra economia, ogni settore, ogni ruolo professionale, perfino e soprattutto i nostri territori, avvelenati, saccheggiati. Ma la voce di chi resiste, di chi si ribella, è più forte del silenzio che si vuole imporre. E per questo il mio microfono è a disposizione di chiunque voglia raccontare, denunciare, ma anche rappresentare il bello in cui dobbiamo credere per le nuove generazioni. “anche quando parlo del male, io continuo a credere nel bene”

Perché, secondo Lei, è ancora pericoloso, raccontare la verità?

Perché c’è ancora chi uccide, corrompe, avvelena il territorio, costruisce, edifica, grazie a chi non la racconta.

Mafia e politica. Fu Francese, a sollevare per primo l’ipotesi di omicidio, e ad indagare sulla strana morte di Cosimo Cristina, altra “penna scomoda”, per i signori del tempo. Armi, droga, appalti: ingorde, le mafie. Tuttavia, oggi appaiono meno interessate, a metter mano alla fondina.

Purtroppo non è così. La mano si mette ancora alla fondina causando vittime anche innocenti. Solo che i morti sono numeri e nomi e non sconvolgono la maggior parte dei lettori, dei telespettatori perché ciò che non si comprende, si allontana dalla propria curiosità e comprensione. Tuttavia cos è la droga se non un’arma? Cosa gli appalti,cosa le armi? Dovremmo trovare il tempo per educare i nostri ragazzi alla legalità, portandoli nei campi confiscati, facendoli stare a contatto con il frutto di una semina . E far vedere che da qualsiasi terreno può nascere un “frutto”. Basta seminare.

Ha mai ricevuto minacce, per il Suo lavoro?

Mai e non “stuzzichiamo” il can che dorme…

Com’è nata, l’idea di scrivere di Francese?

La storia di Mario Francese, esempio per chiunque voglia fare il mestiere di giornalista “scendendo” in campo, mi è entrata dentro perché lui e la sua famiglia, sono esemplari per far comprendere che patrimonio ha il nostro Paese e quanto, talvolta, non lo protegge e ricorda a sufficienza.

“L’indifferenza di oggi, sarà l’oblìo di domani”. Importante, l’opera di chi “non cala la testa” e s’impegna ogni giorno, nel contrasto alle mafie. Nella Sua esperienza ha incontrato tante persone, tanti giovani, che scelgono l’antimafia ed il rispetto delle regole nel proprio agìre quotidiano. Chi l’ha colpita, maggiormente?

Mi hanno colpita i giovani che resistono. Che si associano, che marciano, che si organizzano in campi estivi organizzati nei beni confiscati alle mafie. I familiari delle vittime di mafia che ancora aspettono giustizia, coloro che lottano per la verità, che rinunciano alla propria libertà per la nostra sicurezza e che magari restano nell’ombra, come gli uomini della scorta, come i carabinieri, i poliziotti, gli uomini della catturandi, i finanzieri… e le donne, quando denunciano. Perché loro sono la nostra salvezza.

“Il quarto comandamento”, che ricordiamo essere edito da Rizzoli, è stato presentato presso “La Feltrinelli”, a Roma, alla presenza di Francesco (detto Ciccio) La Licata, che possiamo definire un vero “storico della mafia”. Le prossime occasioni, per incontrarLa ed ascoltarLa?

Mi ha presentato a Milano Giuseppe Di Piazza, altra firma storica siciliana ed oggi direttore di Sette. Incontro molto toccante con un pubblico che ha partecipato con interventi e domande. Il 24 giugno sarò a Lamezia Terme, il 9 luglio a Parigi, il 14 luglio a Viterbo durante Caffeina, il 22 luglio a Palermo con libera. Il 1 agosto a Maratea e poi riprenderò ad agosto con nuove date…

Da cittadina a cittadina: complimenti e grazie, per questo scritto. La Memoria, è uno strumento fondamentale, per affrontare il futuro. Le mafie non attendono altro, che la nostra disattenzione.

Grazie a te perché ogni storia ha il diritto di essere raccontata, ma ancor di più ricordata, in qualsiasi forma. E non solo in giorni commemorativi. L’uomo è fatto di memoria e non solo di giorni di memoria…


 

Lo stile Francese  - Da gerypalazzotto.it 23/06/2011

Ho finito di leggere Il quarto comandamentodi Francesca Barra e ne ho scritto su diPalermo.
Qui invece mi piace fornire una inquadratura diversa della storia, che – lo ricordiamo – è quella del giornalista Mario Francese, ucciso dalla mafia, e del figlio Giuseppe, che rese possibile il riavvio della macchina giudiziaria per scoprire assassini e mandanti.
Sono stato collega di Giulio Francese, il maggiore dei figli di Mario. Al Giornale di Sicilia eravamo compagni di banco, dato che le nostre scrivanie erano vicine (nonostante ci fosse una vetrata nel mezzo, lui ha dovuto sopportare per anni la mia musica e la mia voce squillante).
Dei tormenti e del dolore che Giulio ha vissuto nella sua vita non c’è mai stata traccia visibile al giornale. La compostezza e la serietà dell’uomo e del professionista non hanno mai conosciuto incrinature. Neanche nei giorni drammatici del suicidio del fratello Giuseppe, Giulio mostrò di perdere mai il controllo. Eppure lui non è una persona fredda, al contrario è un tipo sanguigno, pronto a battersi per un principio e a difendere un’idea coi denti.
Solo che nel dolore Giulio ha sempre veleggiato in solitaria, almeno in redazione. E ciò lo ha reso titanico ai miei occhi.
L’ho rivisto qualche giorno fa, quando è venuto a casa mia per consegnarmi il libro. Oggi è in pensione, nonostante sembri un ragazzino e abbia ancora lo stesso ciuffo di capelli elettrici che, al giornale, era il termometro della tensione lavorativa. Era sereno e sorridente come non lo vedevo da molto tempo. Pensavo che fosse per la sua nuova vita un po’ più rilassata e invece dopo aver letto il libro ho capito perché: in quelle pagine ci sono molti cerchi che finalmente si chiudono.
Il sollievo è un sentiero lungo che, pur partendo dal dolore, alla fine può arrivare sino alla felicità.


 

Recensione di Lorenzo Baldo  -  23/07/2011

Con le parole scritte nella memoria conclusiva di Laura Vaccaro, pubblico ministero al processo per l'omicidio di Mario Francese, l'autrice del libro “Il quarto comandamento - La vera storia di Mario Francese e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia”, Francesca Barra, introduce la presentazione del suo volume. “In questi venti e più anni, che ci separano dall'uccisione di  Mario Francese – prosegue la vincitrice del premio Mario  Francese 2010 per il suo programma 'La bellezza contro le mafie' leggendo il documento processuale –, abbiamo dovuto, noi operatori della giustizia, molto più i familiari, gli amici - quelli veri -, di Mario Francese, ingoiare l'amara pillola di un omicidio del quale appariva chiara, ai più, la matrice mafiosa, ma al quale nessuno  poteva dare un nome. Per venti anni, la moglie ed i figli  di  Mario Francese, hanno dovuto convivere con una morte non riconosciuta, soffocando in un silenzio che appariva (ma tale non è stato), come un abbandono delle istituzioni, il bisogno legittimo  di giustizia di verità”. “Ce lo dicevano i fatti, ce lo diceva la vita di  Mario Francese, ce lo dicevano soprattutto i suoi scritti, che la chiave di lettura andava cercata nel suo impegno professionale, nella sua tenacia nel ricercare la verità e comunicarla  attraverso le pagine di un Giornale all'epoca non coraggioso come il suo cronista; ce lo dicevano questi fatti, che la morte di Mario Francese  era stata opera di quelli che, sul finire degli anni 70,  erano i veri 'padroni' delle nostre città, della nostra terra, di questa città. Ma non avevamo prove per fare di tutto ciò  un processo, non avevamo elementi per richiedere una affermazione di verità giudiziaria”. La gente ascolta in silenzio. Il luogo scelto da Libera Palermo per la presentazione di questo libro sembra quasi un omaggio alla memoria di Giuseppe Francese. Dietro il tavolo dei relatori sistemato nello spazio ampio di uno chalet della spiaggia di Mondello quel mare azzurro che tanto amava Giuseppe brilla lucente sotto il sole pomeridiano. Con estrema semplicità Francesca Barra spiega di aver scritto questo libro perché non l'aveva fatto nessun altro. Poche parole per illustrare la contraddittorietà di una terra che di fronte al martirio dei suoi figli si ostina ad infierire ulteriormente nei confronti delle vittime e dei suoi familiari in un perverso gioco di isolamento contrassegnato da dietrologie striscianti e intriso di oblio, indifferenza e complicità. La forza e la bellezza struggente di questo libro emerge in ogni sua pagina. La storia del giornalista del Giornale di Sicilia ucciso da Cosa Nostra il 26 gennaio 1979 si unisce a quella di suo figlio Giuseppe che la notte del 3 settembre 2002, a 36 anni, decide di morire dopo essere riuscito a rendere giustizia a suo padre. Due storie intrecciate tra loro che entrano prepotentemente nel cuore e nella mente del lettore per emozionarlo, scuoterlo e soprattutto per renderlo testimone della vita e della morte di questi due uomini. Senza alcuna vena polemica, ma basandosi essenzialmente su un dato di fatto, l'autrice evidenzia come proprio il Giornale di Sicilia, che per primo avrebbe dovuto raccontare ampiamente la storia del suo giornalista, a tutt'oggi non lo ha ancora fatto. Il ricordo di Giulio Francese, primogenito del cronista siracusano, parte dal periodo vissuto all'interno della redazione del Gds subito dopo la sua assunzione avvenuta successivamente l'omicidio di Mario Francese. Ed è proprio lì che Giulio rivive quel senso di solitudine già respirato dal padre in quegli stessi stanzoni. Nelle parole del figlio del giornalista assassinato vibra a tratti l'amarezza per la lettura di un vecchio articolo de l'Ora che dipingeva la figura del padre quasi come un malato di protagonismo della storia giudiziaria. Ma è un'amarezza in parte alchimizzata, lontana, resa parzialmente inoffensiva dal riscatto messo in atto da Giuseppe. “Questo libro – afferma con serena convinzione Giulio Francese – è un dono del Cielo che restituisce un pezzo di storia della mia famiglia”. Ed è proprio quella storia, vera, autentica, che esce dalle pagine del libro e va a sbattere in faccia a quella parte di Palermo che volutamente ha dimenticato il cronista del Gds perfino ogni anniversario del suo omicidio. L'immagine di Mario Francese che solleva un lenzuolo bianco messo pietosamente per coprire un cadavere buttato in terra rappresenta l'essenza del suo essere un giornalista “che voleva guardare da vicino” al di fuori da qualsiasi forma di mero cinismo professionale. “Giuseppe Francese – prosegue Giulio parlando del fratello – è stato un gigante, un gigante fragile che voleva rendere giustizia a suo padre”. L'inarrestabile sete di giustizia di Giuseppe pulsa ancora nelle parole dell'autrice del libro che con grande tatto e altrettanto rispetto dei fatti narrati riesce a trasmettere tutta l'angoscia, la rabbia e il dolore del figlio di Mario Francese fino al tragico epilogo. Ma è soprattutto l'opera straordinaria di Giuseppe Francese quella che ha il sopravvento sulla sua tragedia. A lui va il merito di essere riuscito a rimettere insieme i pezzi mancanti del puzzle sulla morte di suo padre riuscendo ad ottenere la riapertura dell'inchiesta giudiziaria archiviata anni prima, sfociata poi in un vero e proprio processo. Il procedimento svolto con rito abbreviato si conclude l'11 aprile del 2001 con la condanna a 30 anni di Totò Riina ed altri boss di Cosa Nostra di prima grandezza come Leoluca Bagarella (esecutore materiale), Francesco Madonia, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco e Pippo Calò (nel processo bis, con rito ordinario, l’altro imputato Bernardo Provenzano viene condannato all’ergastolo). Nella motivazione della sentenza i giudici evidenziano che dagli articoli e dai dossier redatti da Mario Francese emerge “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa Nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa nostra alle istituzioni”. “Una strategia eversiva che aveva fatto  - si legge tra l'altro nel documento - un salto di qualità proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, di un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all’opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all’interno di Cosa Nostra”. L’impianto accusatorio regge fino alla Cassazione confermando i 30 anni di carcere per Totò Riina, Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia  e Michele Greco; vengono invece assolti Pippo Calò, Antonino Geraci e Giuseppe Farinella “per non avere commesso il fatto”. Dopo il ricordo affettuoso di Egle Palazzolo, ex collega di Mario Francese al  Giornale di Sicilia, è la volta di Alessandra Dino, docente universitaria nonché scrittrice. L'autrice del libro “Gli ultimi padrini” ripercorre la sua “conoscenza” di Mario Francese avvenuta attraverso l'incontro con la mamma di Peppino Impastato. Prima di morire Felicia Bartolotta aveva raccontato ad Alessandra Dino di aver capito che doveva uscire dal timore che le impediva di parlare grazie all'intervista che le aveva fatto Mario Francese dopo l'omicidio di Peppino. La carica di umanità e di grande professionalità del cronista del Giornale di Sicilia aveva permesso a Francese di comprendere il dolore di una madre alla quale avevano appena ucciso un figlio contribuendo notevolmente al suo riscatto. Nella citazione di Sofocle “L'offesa alla verità sta all'origine della catastrofe” la professoressa Dino ribadisce il “valore salvifico della parola”. La capacità di Mario Francese di raccontare storie semplici, di riuscire a dare voce agli ultimi, ai deboli, così come di mettere in risalto le nefandezze dei “grandi” rappresenta un punto fermo nell'intervento della docente universitaria. E' un ricordo bruciante quello di Alessandra Dino quando sottolinea che l'omicidio di Mario Francese matura “all'interno del suo modo di concepire il mestiere”, evidenziando che negli atti processuali sono contenute le testimonianze dei pentiti come Gaspare Mutolo e Totuccio Contorno che raccontavano delle “connivenze”, così come delle “strane amicizie” dentro il Giornale di Sicilia. Testimonianze dirompenti che si intersecano con quelle di alcuni giornalisti come Francesco La Licata o Lino Rizzi che hanno confermato il clima pesante all'interno del Giornale di Sicilia nel quale lo stesso Francese si trovava a dover scrivere. Parafrasando la frase di Gesù Cristo “Non sono venuto a portare pace, ma la verità che è come una spada che divide” Alessandra Dino prende a simbolo quella spada come una verità che anche in questo caso fa male e scuote da quella complice indifferenza che per troppo tempo ha avvolto la storia di Mario Francese. Ed è proprio la verità ottenuta da Giuseppe Francese attraverso il prezzo più alto che un uomo può pagare quella che riflette la sua figura nel quarto comandamento.


 

Mario Francese, il felice rompiscatole - Recensione di Roberto Puglisi 22 luglio 2011 su www.livesicilia.it

Mario Francese è un eroe siciliano. Antipatico ai cattivi in vita. Amico di tutti dall’ora della sua morte in poi. L’ho conosciuto poco attraverso i suoi articoli. Molto di più ho appreso nello sguardo di suo figlio.

Giulio Francese è un giornalista diversamente scomodo, ma felicemente rompiscatole come suo padre. Mario squarciava i veli del potere con inchieste che conservano il pregio e l’asciuttezza della cronaca. Né aggettivi, né avverbi. La nuda cronaca degli oggetti, l’essenza di un professionista, la copia di ciò che gli occhi vedono, il coraggio della sincerità. Giulio ha passato una vita con lo stesso calco d’onestà. Non ho mai visto un altro uomo così ossessionato dalla sua pagina per rettitudine e passione. Significa considerazione del lettore e coscienza del proprio lavoro. Dare sempre il meglio. Interpretare la funzione costituzionale dell’informazione con la passione per il dettaglio e per la completezza. Non puntiglio, amore. Giulio, diversamente grande, eppure grande come suo padre Mario.

Ho conosciuto il dolore della purezza solitaria con gli occhi di Giulio. Ho avuto la fortuna di lavorare accanto a lui al “Giornale di Sicilia”. Ho avuto il privilegio del cazziatone. Ho imparato qualcosa da un maestro che mi ha insegnato ad avere rispetto del lettore e della lettura, non soltanto l’orgoglio egocentrico della buona scrittura. Le pupille azzurre di Giulio Francese sono state un indicatore importantissimo, con i loro lampi e con il pensoso scurirsi di certe serate. Si sono addensate molto fino alla nebbia, nel caso tragico della scomparsa di un fratello, Giuseppe, straziato dalla fame di verità. Anche in quel frangente, Giulio è stato un magnifico esempio. Ci ha insegnato la temperanza dell’amarezza, il contegno sotto il macigno del lutto. Ci ha insegnato che uomo e giornalista non sono entità dissimili. Anzi, tra i due termini c’è una diretta proporzione, la stessa progressione nel bene.

Ora, Giulio Francese mi dirà che sono andato ancora una volta fuori tema, mi rimprovererà con la sua dolcezza di burbero: “La notizia almeno nelle prime dieci righe”. Avrei dovuto parlare di suo padre Mario e del libro – “Quarto comandamento” - dissepolto dalla giornalista Francesca Barra. Avrei dovuto accennare ai silenzi e alle omissioni, soprattutto all’interno della sua categoria professionale, che consegnarono Mario Francese alla solitudine. Avrei dovuto raccontare la storia del padre e mi sono soffermato sul figlio. E’ che io non vedo la differenza.

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