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QUANDO LA MAFIA UCCIDE UN PADRE E SUICIDA IL FIGLIO - Recensione ANSA 17/06/2011

 Questa è la storia di Mario Francese e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia. Storia di un giornalista ucciso a Palermo per aver raccontato il male della mafia e del figlio che anni dopo riesce a strappare l'inchiesta dai banchi di sabbia nella quale era stata sepolta e fa condannare gli assassini di suo padre, prima di togliersi la vita per non essere mai riuscito a superare quell'assenza cupa. A raccontarla, in un libro tenero struggente che si legge tutto d'un fiato: 'Il Quarto comandamentò è la giornalista
Francesca Barra.
La storia comincia il 26 gennaio 1979: Mario Francese, cronista di «nera» del Giornale di Sicilia, per primo aveva osato scrivere della trasformazione imprenditoriale di Cosa nostra, degli interessi mafiosi intorno alla ricostruzione del Belice terremotato e alla realizzazione della diga Garcia. Suo figlio Giuseppe quel giorno ha dodici anni. Sente sei colpi di pistola, ma non sa che giù in strada giace il corpo di suo padre. A distanza di vent'anni ha cercato testimonianze, ha raccolto materiali, si è fatto giornalista investigativo per regolare i conti col passato. E alla fine è riuscito a far condannare mezza Cupola: Bagarella, Riina, Provenzano, esecutore e mandanti della morte del primo cronista a fare il nome di Totò Riina su un giornale. Ma purtroppo anche per Giuseppe è in agguato un terribile epilogo. Come due fili intrecciati, le vite di Mario e suo figlio seguono una traiettoria simile, un percorso che condurrà entrambi a una morte prematura.  Con grande maestria e sensibilità, Francesca Barra ricostruisce la vicenda che portò all'uccisione di Mario Francese, raccontando al contempo la storia di un padre e di un figlio - e di un'intera famiglia - spezzata dalla violenza della mafia. E restituisce alla coscienza collettiva un patrimonio di onestà che il tempo non può e non deve cancellare. Barra mette mano con giusta misura e senza dietrologia alla vita della famiglia Francese a partire da quella notte di infamia da cui ci separano oltre trent'anni e sino al suicidio del figlio Giuseppe da cui pure sono passati quasi dieci anni. Scrive tracciando una curva, un tragico semicerchio che va dalla morte del padre a quella del figlio, focalizzando, senza enfasi nè forzature, il percorso inevitabile che dovrebbe stare, oggi come oggi, sotto gli occhi di tutti,
dei più attenti almeno. Ricominciare dal '79, dalle stanze della famiglia Francese, dai rapporti tra genitori e figli, incentrati sulla figura del padre. 
Francesca Barra va con mano leggera ma dice tutto sul destino di Giuseppe che pare, sin dall'inizio forse, senza che nè lui nè i suoi cari possano intuirlo, tragicamente segnato. Sin da quell'attimo brutale in cui per primo percepì dalla strada i colpi della morte che di lì a poco, li avrebbe travolti. Poi arriva il silenzio e la lunga trafila degli eventi, molti dei quali consentono fatalmente che questo silenzio continui. Come quello che per anni la famiglia Francese subì. Come quello che, a processo ultimato, dopo tanta cronaca di mafia, dopo le ricorrenze che in onore di Mario Francese, hanno cercato di aprire una costante vigilanza sul
tema, non hanno potuto mettere a fuoco l'entità del danno, cioè la morte che Giuseppe Francese ha voluto darsi. La Barra racconta e implicitamente esorta a rileggere, a ripensare. 

Da giornalista, scrupolosa nella ricerca, propone le carte di Giuseppe, il suo cammino, breve ma intenso. E non si esclude che una verità, o ciò che abbiamo archiviata come tale, manchi di qualcosa, di qualcuno. Che all'interno di una famiglia sia rimasto qualcosa di inaccettato, probabilmente di inaccettabile. Come se la verità avesse ancora qualcosa da rivelare, come se al danno di un padre troppo presto perduto si assommasse quello di una società che non sempre il suo, di danno, riesce a misurarlo.

Recensione di Gery Palazzotto su www.dipalermo.it 22-6-2011

Un giornalista ucciso perché ha sfidato la mafia. Un ragazzo che vive solo per scoprire i colpevoli. Una Palermo da decifrare.

La storia di Mario Francese non era mai stata raccontata in modo completo. Quel cronista coraggioso ammazzato dalla mafia in una sera di gennaio del 1979 sembrava non interessare a nessuno. Gli anni Settanta erano anni di confusione criminale, dominati dal terrorismo: nella conta delle vittime si perdevano di vista le nuove emergenze. Il giornale per cui lavorava Francese, il Giornale di Sicilia, non si mostrò mai troppo assetato di verità. I familiari rimasero per decenni – soli – immersi in un limbo di domande: chi lo ha ucciso e perché? Uno dei figli, il più piccolo, Giuseppe scrisse pagine e pagine di diari raccontandosi a quel padre che aveva conosciuto troppo poco e costruì, ingranaggio dopo ingranaggio, il motore che avrebbe dovuto (ri)avviare la macchina della giustizia.
Oggi finalmente questa storia, drammaticamente istruttiva, è racchiusa in un libro: Il quarto comandamento di Francesca Barra (Rizzoli, 175 pag, 17,90 euro). Vi si racconta la vita di un giornalista che aveva capito prima degli altri i nuovi equilibri mafiosi e che aveva identificato le piste economiche attraverso le quali il potere criminale tentava il colpo grosso.
Con ammirevole equilibrio, la Barra distilla vicende private e pubblici sfaceli mostrando l’uomo e il suo ambito, il delitto e le connivenze, le bugie e la forza dell’amore. Perché quella di Mario Francese non è solo una vicenda di mafia. I sei colpi di pistola di quella sera di gennaio 1979 risuonano in una Palermo che fa finta di non saper distinguere i buoni dai cattivi, fischiano nelle orecchie di molti colleghi di Mario, bucano l’unità di una famiglia che pur devastata da una somma di lutti darà sempre esempio di dignità del dolore.
Il quarto comandamento è un libro prezioso perché ci ricorda che un lieto fine può anche essere drammatico e che il coraggio degli uomini soli è l’unica forma di incoscienza cui solo la storia può rendere pieno merito.

P.S. Messaggio agli insegnanti di liceo: l’anno prossimo fatelo leggere ai vostri alunni.

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