Utilizzo dei cookies

Questo sito utilizza i cookies. Utilizzando il nostro sito web l'utente dichiara di accettare e acconsentire all’utilizzo dei cookies in conformità con i termini di uso dei cookies espressi in questo documento.

Decrease font size Default font size Increase font size

il-quarto-comandamento

 

Recensione di Mario Bocola sul blog www.mariobocola.it

Il libro della verità, del riscatto, della cronaca giornalistica di un brutto fatto di sangue: un best-seller che racconta la mafia, nei suoi eccessi, nella sua spietata realtà, che non guarda in faccia a nessuno, soprattutto ai giornalisti, nel mirino quando raccontano o scovano verità assolute. E il libro di Francesca Barra, “Il quarto comandamento” (Milano, Rizzoli, 2011) è una disarmante verità di mafia, di quella vendetta che uccide senza pietà. Il libro ha un sottotitolo “La vera storia di Mario Francese che sfidò la mafia e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia”. È il 26 Gennaio 1979, a Palermo, in  Via Campania orario serale della cena. Un giornalista, l’ennesimo, e nemmeno l’ultimo, viene ucciso a sangue freddo e in maniera vigliacca con 4 colpi di calibro 28, mentre volta le spalle al suo assassino, praticamente sotto le finestre di casa sua. Nonostante vi sia una testimone e un capace investigatore di nome Boris Giuliano, che dopo pochi mesi anch’esso cadrà vittima della mafia, a questo omicidio seguiranno circa 20 anni di silenzio colpevole e omertoso. Il giornalista è Mario Francese padre di 4 figli Giulio, Massimo, Fabio e Giuseppe e marito di Maria. Morto per fare silenzio sugli appalti truccati e pilotati dalla mafia e in particolare dalla nuova cupola che sta venendo piano piano fuori e sta contagiando come un virus tutto ciò che tocca. La storia è vera, non è inventata, ma il libro di Francesca Barra fa di più. Sottolinea un fattore nuovo, il “ricordo omertoso”. Il libro di Francesca Barra invece analizza un caso "esempio" facendo proprio parlare chi in questa brutta storia ci si è trovato e ha agito per tentare di uscire dalla casistica dei “Cold Case” indipendentemente dal ricordo dei palermitani che, comunque, riconosce come colpevole. La moda imperante del dissenso è perfettamente logica e condivisibile, il problema è che oggi, sovente, si dissentisce e si ricorda solo perché qualcuno ci ha detto di farlo o per pulirsi la coscienza o in base di una scelta politica. E’ sempre qualcun altro il colpevole, oppure è troppo lontano, nel tempo e nello spazio il luogo per il quale manifestare e così, per impegni personali e di famiglia, si preferisce accendere la candela, scrivere che si è contro questo o quello, magari in rete, partecipare a commemorazioni virtuali e chiuso l’evento o il pc si ritorna alla propria quotidianità certi di aver fatto quel che si doveva. Come finita una manifestazione si ritirano i cartelloni e si contano quelli che le hanno prese e si torna a casa, indipendentemente dal motivo che ci ha mosso per manifestare e se il messaggio sia passato o no, insomma siamo talmente specializzati nell’indignarci da non accorgerci che a forza di esserlo, non lo siamo veramente più. Ricordare persone vive o morte appioppando l’appellativo di “Eroi” non basta e non serve, anzi spesso i congiunti non vogliono e rifuggono da questa etichetta. Gli eroi sono morti e sepolti e di solito sono morti in azioni impossibili da riprodurre o in situazioni catastrofiche. Mario Francese, i suoi figli e tutte le vittime morte per il loro lavoro e il loro impegno giornaliero devono essere considerati “Esempi”; perché se tutti avessimo sempre seguito un codice di comportamento legale e civile, Mario come tanti altri, non sarebbe mai morto. Perché l’omertà nelle morti di mafia non viene tirata su come un velo luttuoso quando viene ucciso qualcuno, ma prima ogni volta che questi uomini o donne sono stati messi all’indice silenzioso che è percepibile come un distacco pre-morte. L’ “esempio” non vuole essere ricordato solo l’anniversario della sua morte perché così muore ogni giorno! L’esempio dev’essere sempre presente e vivo ogni momento della vita di tutti e deve essere principio e base di ogni nostra scelta di vita e nella nostra quotidianità. Ha necessità di essere raccontato, perché non abbia a disperdersi nel tempo e nell’oblio, ma non come un modo per sentirci colpevoli ma come ulteriore modo per spronare la nostra attenzione e guidare i nostri passi giornalieri. Ed è questo il fattore che brucia di più queste famiglie e a questa famiglia, cui il congiunto è stato tolto troppo presto e senza alcuna giustificazione o aiuto, ed è per questo che i 4 ragazzi Francese, e in particolare il più piccolo fra loro Giuseppe, si sono battuti per anni. Per mantenere vivo in prima persona l’ “esempio” di vita e di lavoro del padre e per trovare gli assassini e le motivazioni che ha impedito loro di poter vivere una vita tranquilla e serena come tutti solitamente si aspettano. Al di la di quello che dicono Saviano in copertina e Lucarelli in quarta, questo libro è di una bellezza disarmante. Racconta una storia vera e marcia, ma con una sensibilità unica. E’ una storia che mi mancava, perché come sa chi mi segue ho scelto di approfondire le mafie un po’ per settori stagni, partendo dalla camorra. Però come avviene per le storie che colpiscono particolarmente, rimarrà con me anche a libro chiuso. É un libro che consiglio veramente a tutti non solo di comprare e leggere, ma anche di regalare. Non importa che il destinatario abbia un particolare interesse sull’argomento perché lo stile della scrittura è così particolare e mai retorico da permettere a Francesca Barra di essere apprezzata veramente da tutti. Una scrittrice che racconta fatti inquietanti con passione per non dimenticare gli “eroi della penna”, qual era Mario Francese.

App Noma

udc1

www.webzoom.it by Nino Pillitteri