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UN PADRE UCCISO PERCHE' LIBERO - Recensione di Giovanni Marinetti su il futurista 16-6-2011

Onorare il padre è esercizio d’amore mai semplice, anche se dettato dal sentimento più semplice: l’amore, appunto. Onorare il padre, quando non c’è più, diventa dovere doppio. Per giustizia, oltre per amore. “Quartocomandamento” è il titolo del libro di Francesca Barra, giovane giornalista che riempie di vita ogni suo lavoro. Il padre raccontato in questo libro è un uomo ucciso perché libero. Mario Francese era un giornalista siciliano che si occupava di cronaca nera, che in Sicilia diventa mafia. Ma è anche la storia dei suoi figli, che con amore hanno onorato il padre fino ad avere giustizia. Un percorso faticoso e pesante. E questo peso ha schiacciato Giuseppe, il figlio più piccolo. Un libro di memoria ma anche di speranza. Un libro di battaglie civili e di una magistratura che ascolta i cittadini. Un libro che insegna che onorare il padre è sempre la giusta via. Per essere poi buoni padri. E rendere migliore questo scorcio di mondo.

Barra, perché hai deciso di raccontare la storia di Mario Francese?

Quando ho deciso di diventare giornalista fui spinta dall’idea romantica che il giornalista fosse colui che ricercava la verità in strada. E non ho mai smesso di crederci. Un’idea romantica perché oggi sono sempre meno i giovani giornalisti che vanno a cercare le fonti personalmente, e non davanti al computer.
Mario Francese era un giornalista “romantico”. Mi affascinava la storia di questo cronista che lavorava con le notizie e arrivava prima degli inquirenti, come fosse un investigatore.
Sono i giornalisti come Mario Francese i veri maestri del giornalismo che dovrebbero far conoscere nelle scuole: i giornalisti di nera in Sicilia durante l’ascesa dei Corleonesi di Riina. Il libro è scritto in modo che la figura di Mario venisse fuori in maniera diretta, quasi sena mediazione. È davvero una storia che dovrebbe essere raccontata nelle scuole. Ho fatto prevalere l’oggetto sull’io narrante. Quando ho raccontato questa storia non avevo bisogno di “riempire”, perché è talmente forte da sola che non serviva che mettessi in primo piano il mio stile. Avrei solo distratto il lettore. Volevo raccontare i fatti così come lo faceva Mario Francese.

Come hai scoperto la storia di Mario Francese e di suo figlio?

Per caso, leggendola in un libro che raccontava i profili dei giornalisti uccisi dalla mafia, “Gli Insabbiati”. Ma il libro definiva Mario Francese vittima di mafia insieme al figlio. Io, che ho condotto un programma sulle mafie e raccontato 700 storie di mafia non avevo avuto notizia di un duplice omicidio di questo tipo. Ho cercato su internet e chiesto a colleghi siciliani: nessuno sapeva nulla del figlio di Mario. Allora sono andata in Sicilia e ho bussato alla porta della famiglia Francese. Mi hanno accolta con una generosità che non ha pari, fino a farmi diventare parte della loro famiglia. Ho capito cosa prova un familiare di una vittima di mafia: il dolore, l’isolamento. Significa convivere non solo con la tragedia ma anche con la responsabilità di tenere alta la memoria del proprio caro. Talvolta anche una memoria materiale. Oggi ci sono tanti familiari di vittime di mafia che ancora aspettano giustizia e verità. E ho scoperto la storia di Giuseppe, un bambino di dodici anni, il figlio di Mario Francese, che cresce con la voglia di scoprire la verità riguardo all’omicidio del padre e raccoglie le prove necessarie – assieme ai fratelli - per far riaprire il processo.

Tu scrivi: “Verità e giustizia sono due bestie lente e testarde”. Perché?

Prova a entrare in famiglie che hanno avuto un dramma simile. Come fai a chiedere loro cosa pensano della giustizia quando ancora non l’hanno avuta? Oppure, prova a chiedere loro cosa sia la verità. Sono due bestie perché sono l’ombra di queste famiglie, due bestie con cui fare i conti quotidianamente. La storia del caso Francese è una bella storia di magistratura. Le prove raccolte da Giuseppe e dai suoi fratelli sono accolte dai magistrati, tanto da riaprire il processo. Sì, sicuramente. E succede negli anni dei primi pentiti, per cui c’è anche un terreno un po’ più fertile e la volontà di mettere insieme più tasselli.

La famiglia Francese ha anche il merito di aver vinto un’altra battaglia: quella degli aiuto dello Stato ai parenti delle vittime di mafia.

È vero. Anche grazie alla collaborazione delle altre famiglie sono riusciti a farsi sentire in questa battaglia giusta. E vincerla. Anche se ancora c’è tanto da fare…Dal punto di vista culturale, sì. L’esempio è quello di Mario Calabresi e della figlia di Tobagi: con i loro libri sono al cuore del pubblico. Cosa si può fare? Sicuramente, non limitarsi soltanto ai giorni della memoria. Serve un lavoro costante di esercizi di memoria. E, ovviamente, servono indagini. E, magari, si dovrebbe migliorare la legislazione. Ma io sono ottimista: queste testimonianze dimostrano che la mafia sbagli a pensare che, uccidendo una persona, dopo possa agire indisturbata. Queste storie dimostrano che la memoria può ottenere risultati straordinari.

Come si fa a scrivere di mafia comunicando speranza?

La speranza è una mia responsabilità: non avrei potuto fare questo lavoro, ma neanche mettere al mondo un bambino, se non credessi nella possibilità di un mondo migliore. La mia speranza mia è che queste storie siano sempre meno isolate. Credo molto nelle nuove generazioni e credo che possano sentirle come uno schiaffo alla propria coscienza. Un bambino, durante un incontro in una scuola, mi ha chiesto: “Voglio diventare un ingegnere. Come faccio a diventare un ingegnere non mafioso?”. Eravamo a Milano! In questa sua domanda c’è tutto un mondo che capisce che esiste un’alternativa. I giovani hanno un bisogno disperato di avere una speranza.

Perché al Nord non si parla mai di mafie?

Non se ne parlava. Oggi se ne parla, grazie al lavoro di giornalisti bravi. Sicuramente, i ragazzi sanno che c’è.

Solo la politica fa finta che la mafia al Nord non esista?

Fino a qualche tempo era sicuramente così. Certo, c’è l’interesse a tacere su questo argomento.

Da qualche anno, anche in radio, ti occupi di mafia. Cosa pensi di quei politici che dicono che parlando di mafia si infanga nome dell’Italia?

Il mio programma si chiama “La bellezza contro le mafie”. Ho sempre cercato di mostrare anche l’altra faccia della medaglia: io parlo di mafia ma anche di bellezza.
Per cui, ogni volta che parlo di un omicidio, parlo anche dei cittadini che fanno iniziative per la legalità. Bisogna sempre pensare che in quelle zone ci sono cittadini onesti. Io, della mia Italia, racconto la verità, e bisogna farlo, ma cerco disperatamente anche il bello. Serve per aiutare la gente di questi territori. Il politico ha detto che raccontando la mafia s’infanga il nome dell’Italia spero volesse dire anche altro.

 

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