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il-quarto-comandamento

 

L’ho terminato giusto stamattina (21 maggio) e, sì, Francesca è riuscita a strapparmi anche una lacrimuccia. A cosa è dovuta starà chi leggerà questo libro capirlo, però sappiate che la delicatezza di Francesca nell’accostarsi alle storie e ai protagonisti è presente per tutta la durata di questa storia. Ci sono persone nate per fare i giornalisti, gli indagatori dell’occulto o del giallo ci sono quelli che sono capaci di raccontarvi cose scritte da altri fissando la telecamera senza sbattere nemmeno una volta le ciglia, e poi ci sono persone come l’autrice di questo bel libro che entrano in punta di piedi e con la delicatezza dei modi, che la contraddistingue, vi introducono in momenti bui della vita italiana, con il cipiglio del giornalista raggruppano nomi, cognomi, situazioni e storie parallele e le organizzano in maniera che siano comprensibili a tutti e ve le propongono senza per questo dovervi assediare o rivoluzionare la vita, ma con il chiaro obiettivo di dirvi: “Fermati, guarda a fondo, rifletti e comprendi dov’e’ l’errore e troviamo una nuova via”.

26 Gennaio 1979, Palermo, Via Campania orario serale della cena. Un giornalista, l’ennesimo, e nemmeno l’ultimo, viene ucciso a sangue freddo e in maniera vigliacca con 4 colpi di calibro 28, mentre volta le spalle al suo assassino, praticamente sotto le finestre di casa sua. Nonostante vi sia una testimone e un capace investigatore di nome Boris Giuliano, che dopo pochi mesi anch’esso cadrà vittima della mafia, a questo omidicio seguiranno circa 20 anni di silenzio colpevole e omertoso. Il giornalista è Mario Francese padre di 4 figli Giulio, Massimo, Fabio e Giuseppe e marito di Maria. Morto per fare silenzio sugli appalti truccati e pilotati dalla mafia e il particolare dalla nuova cupola che sta venendo piano piano fuori e sta contagiando come un virus tutto ciò che tocca.

La storia è vera, non è inventata, ma il libro di Francesca fa di più. Sottolinea un fattore nuovo, il “ricordo omertoso”. E’ forse una delle prime che sceglie di sottolineare questa caratteristica del nostro tempo, molto in voga (perché come siamo tutti allenatori sotto ai mondiali, con il tempo e il martellamento pubblicitario di questo o quel rivoluzionatore della storia politica o letteraria, diventiamo improvvisamente tutti professionisti dell’antimafia) e che ho visto trattato solo in maniera quasi accademica da Marcello Ravveduto in “Strozzateci tutti”. La differenza dei due scritti è che il saggio di Ravveduto guarda a tutto il mondo delle vittime e la percezione che esse hanno dell’essere colpite da un lutto a mano mafiosa ma per motivi legittimi o per puro caso e il libro. Il libro di Francesca Barra invece analizza un caso "esempio" facendo proprio parlare chi in questa brutta storia ci si è trovato e ha agito per tentare di uscire dalla casistica dei “Cold Case” indipendentemente dal ricordo dei palermitani che, comunque, riconosce come colpevole.

La moda imperante del dissenso è perfettamente logica e condivisibile, il problema è che oggi, sovente, si dissentisce e si ricorda solo perché qualcuno ci ha detto di farlo o per pulirsi la coscienza o in base di una scelta politica. E’ sempre qualcun altro il colpevole, oppure è troppo lontano, nel tempo e nello spazio il luogo per il quale manifestare e così, per impegni personali e di famiglia, si preferisce accendere la candela, scrivere che si è contro questo o quello, magari in rete, partecipare a commemorazioni virtuali e chiuso l’evento o il pc si ritorna alla propria quotidianità certi di aver fatto quel che si doveva. Come finita una manifestazione si ritirano i cartelloni e si contano quelli che le hanno prese e si torna a casa, indipendentemente dal motivo che ci ha mosso per manifestare e se il messaggio sia passato o no, insomma siamo talmente specializzati nell’indignarci da non accorgerci che a forza di esserlo, non lo siamo veramente più. Ricordare persone vive o morte appioppando l’appellativo di “Eroi” non basta e non serve, anzi spesso i congiunti non vogliono e rifuggono da questa etichetta. Gli eroi sono morti e sepolti e di solito sono morti in azioni impossibili da riprodurre o in situazioni catastrofiche.

Mario Francese, i suoi figli e tutte le vittime morte per il loro lavoro e il loro impegno giornaliero devono essere considerati “Esempi”; perché se tutti avessimo sempre seguito un codice di comportamento legale e civile, Mario come tanti altri, non sarebbe mai morto. Perché l’omertà nelle morti di mafia non viene tirata su come un velo luttuoso quando viene ucciso qualcuno, ma prima ogni volta che questi uomini o donne sono stati messi all’indice silenzioso che è percepibile come un distacco pre-morte. L’ “esempio” non vuole essere ricordato solo l’anniversario della sua morte perché così muore ogni giorno! L’esempio dev’essere sempre presente e vivo ogni momento della vita di tutti e deve essere principio e base di ogni nostra scelta di vita e nella nostra quotidianità.

Ha necessità di essere raccontato, perché non abbia a disperdersi nel tempo e nell’oblio, ma non come un modo per sentirci colpevoli ma come ulteriore modo per spronare la nostra attenzione e guidare i nostri passi giornalieri. Ed è questo il fattore che brucia di più queste famiglie e a questa famiglia, cui il congiunto è stato tolto troppo presto e senza alcuna giustificazione o aiuto, ed è per questo che i 4 ragazzi Francese, e in particolare il più piccolo fra loro Giuseppe, si sono battuti per anni. Per mantenere vivo in prima persona l’ “esempio” di vita e di lavoro del padre e per trovare gli assassini e le motivazioni che ha impedito loro di poter vivere una vita tranquilla e serena come tutti solitamente si aspettano.Questo è quello che traspare spesso anche dalle trasmissioni in cui Francesca è protagonista e presentatrice come “La bellezza contro le mafie” e “Wipress” su La3 su satellite. Non a caso è difficile che ci siano polemiche dopo gli interventi da lei, perché fare il giornalista non significa decostruire sottolineando solo in marcio in virtù del sensazionalismo vuoto e col solo fine di tenere appesi spettatori per un paio d’ore ma come dice Don Aniello, nella sua autobiografia uscita in contemporanea con questo libro, bisogna conoscere chi cosa e come e sopratutto l’ambiente che si era creato prima e nel quale le storie di violenza nascono e si sviluppano, matrice che sembra collegare tutti coloro che hanno, anche, dato la vita per questo motivo ovvero lo “sguardo analitico del momento pregresso”. E tutto questo deve essere fatto da un lato, quello del giornalista, con la delicatezza di un adulto che deve spiegare a dei giovani, il suo uditorio, una nuova storia ogni volta che però porta sempre con se una piccola morale, che non condanna nessuno ma ammonisce sempre a non abbandonare la via, pena il ritorno ad uno status quo vuoto e ripetitivo. Il tutto deve essere fatto e appreso senza preconcetti e senza secondi fini.

Al di la di quello che dicono Saviano in copertina e Lucarelli in quarta, questo libro è di una bellezza disarmante. Racconta una storia vera e marcia, ma con una sensibilità unica. E’ una storia che mi mancava, perchè come sa chi mi segue ho scelto di approfondire le mafie un po’ per settori stagni, partendo dalla camorra. Però come avviene per le storie che colpiscono particolarmente, rimarrà con me anche a libro chiuso.

E’ un libro che sono contenta di aver comprato e che consiglio veramente a tutti non solo di comprare e leggere, ma anche di regalare. Non importa che il destinatario abbia un particolare interesse sull’argomento perchè lo stile della scrittura è così particolare e mai retorico da permettere a Francesca Barra di essere apprezzata veramente da tutti.

 

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