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Avevo quegli occhioni scuri

Avevo quegli occhioni scuri quando bruscamente sei andato via. Ho ancora gli stessi occhi e con loro continuo a percorrere le impervie strade della vita. Senza di te, ma con te.

 

E mentre proseguo l'ineluttabile cammino della vita, mi guardo intorno.

Non sono riuscito a non fermarmi nel vedere un giovane stramazzato a terra in via Notarbartolo, tra l'indifferenza generale: ho telefonato alla polizia,che appena arrivata lo ha svegliato, gli ha controllato le braccia: «Vabbè, è un tossico». Gli hanno dato una pacca e via, mentre io mi chiedevo: «Ma dove andrà adesso?» e come un folle l'ho seguito per un po', fin quando l'ho perso di vista.

Non sono riuscito a non precipitarmi tra gli scogli mentre stavo pranzando in una trattoria sul mare, vedendo un uomo svenire e cadere a terra. L'ho, insieme ad altri, portato in una casa, gli ho alzato le gambe, le ho poggiate su una sedia, poi ho chiesto: «II signore è diabetico?».

«No dottore».

Dottore 'sta minchia gli stavo rispondendo.

«Allora datemi subito acqua e zucchero e chiamate immediatamente un'ambulanza».

«Certo dottore».

Arridagli col dottore! Mentre il paziente riprendeva conoscenza, udivo da lontano il suono della sirena. Cazzo, pensai! Adesso in qualità di medico mi tocca salire sull'ambulanza. Appena l'ambulanza arrivò, riuscii a sgattaiolare tra la confusione. Ma mentre mi allontanavo sento una gran voce: «Grazie dottore». Era la moglie. Mi giro: «Di nulla signora, ho fatto semplicemente il mio dovere».

Non sono riuscito a fare a meno di sedermi accanto ad un giovane solo ed ubriaco che conosco di vista e che appena mi ha riconosciuto dentro al pub mi si è avvicinato e mi ha baciato. Mi sono seduto per un po' accanto a lui cercando di convincerlo di non bere mai più, io che appena tre sere prima ero seduto nello stesso posto ubriaco quasi come lui. Quella sera però mi sono bevuto una bella tisana e l'ho invitato a fare lo stesso.

Non sono riuscito a non fermarmi nel vedere uno a terra pieno di sangue perché era stato investito. Ho cercato di tamponargli la ferita alla testa mettendomi seduto sotto di lui premendogli con un fazzoletto la testa che zampillava sangue: e con il suo sangue addosso quella mattina sono andato a lavorare.

Non riesco la notte nei pub a non guardare gli occhi profondi dei bambini di colore che cercano di vendere rose a chi li caccia con violenza.

Ed io lo so di non poter fare un cazzo per loro, perché lo sfruttamento dei minori fa comodo a tanti.

Non sono riuscito a trattenermi dal mandare a fare in culo quattro persone sedute accanto al mio tavolo, mentre stavo cenando in un ristorante, quando uno di loro si è permesso di dire: «Ma chi, tizio? La sua unica fortuna è che gli hanno ammazzato il padre».

Non sono riuscito una sera d'estate a resistere mentre mi trovavo seduto ad una tavolata composta dalla migliore nobiltà e alta borghesia palermitana, dove il discorso più profondo era sul viaggio alle Seycelles o alle Maldive o se è meglio la barca a vela di dodici, di quattordici o di diciotto o che cazzo ne so di metri. Non sono riuscito a resistere alla tentazione di afferrare la mano alla principessa X, come mi era stata preventivamente e forse in via cautelativa annunciata, ricalcarla su un tovagliolo, copiare perfettamente il suo anello e poi dirle: «Stasera mi porto questo tovagliolo a casa».

«Per farne cosa? Mi ha chiesto lei con un sorriso di compiacimento».

«Sai - le ho risposto - stasera nella solitudine del mio letto prenderò questo bel tovagliolo e mi farò una bella sega, perché non credo di poter avere alcuna possibilità di possedere la mano di una principessa in carne ed ossa».

Tutti i presenti avevano il viso "arrussicato" dalla vergogna, la principessa no! Anzi mi ha chiesto se potevo darle un passaggio a casa.

Non sono riuscito a far finta di non vedere don Vittorio salire le scale tutto imbacuccato alle 2,45 di notte. «Che c'è, don Vittorio».

«Buttana la miseria, ho sentito che mi citofonavano e ho pensato che fosse una donna che conosco; minchia stanotte si ficca.E invece arristò una dentro l'ascensore e la devo liberare».

Io pensavo dentro me «ma unni avi a ghiri che un si può manco catamiare».

Allora io, che pure avevo le braccia quel giorno che non potevo muovere perché ero caduto, l'ho accompagnato all'ottavo piano, rigorosamente a piedi, e l'ho aiutato. Lui sciancato di gambe e con il fiatone. Io con le braccia quasi immobili che santiavo per il dolore, impegnato a calare con una mano una leva e con l'altra le corde dell'ascensore.

«Don Vittorio tutti rue insemmula facemu una bella accoppiata, paremu Totò e Peppino».

Lui si è messo a ridere.

Ed é allora che ho capito che nonostante tutto la vita è bella.

Forse per stare bene bisogna prendere un po' meno sul serio la vita, proprio come ci hanno insegnato Totò e Peppino.

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