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Il telefono

Oggi sono andato a Piazza Marina a vedere il mercato dell'usato. Ci vado spesso, mi piace e mi rilassa. Ogni tanto faccio anche qualche acquisto. Oggi mi sono avvicinato ad una bancarella ed ho chiesto al robivecchi "un telefono beige, il più scassato che c'è».

 

«Guardi che io - mi risponde un po' incazzato il robivecchi - vendo roba buona, il mio telefono funziona perfettamente».

«Lo so - gli ho risposto - ma a me serve un telefono scassato, che non funziona».

Il robivecchi mi guardava un po' stranito. "Questo è pazzo», avrà pensato.

«Senta - mi spiego meglio. lo avrei bisogno di un telefono scassatissimo e che costa niente. Mi serve per fottere la Telecom».

Quello cominciò a guardarmi con aria leggermente più interessata.

«Sa, mio fratello sebbene abbia comprato da un po' di tempo un telefono cordless, quello senza filo per intenderci, continua a pagare come un fissa il canone di noleggio apparecchio alla Telecom. Perciò voglio comprare un telefono scassato. Perché restituendo l'apparecchio che secoli fa gli hanno noleggiato e che non trova più, gli faccio fare la disdetta del noleggio».

I1 robivecchi, vuoi per l'idea che gli è piaciuta, vuoi perché gli avrò fatto simpatia, ha insistito per portarmi al bar ed offrirmi un caffè. Cosa che ho accettato volentieri. Anche a me faceva simpatia: aveva un occhio strano, forse di vetro. Boh! Comunque ricordate sempre una cosa che mi hanno insegnato e che non ho mai dimenticato: a Palermo un caffè non si rifiuta mai, può essere motivo di grave offesa. Al bar ho approfittato per chiedergli se nel suo piccolo, stretto e affollato magazzino - come me lo ha descritto lui - si trovano piccoli oggetti e giornali vecchi che mi servono. Lui mi ha detto che proverà a cercarmeli. Ci rincontreremo domenica prossima. Così con il mio nuovo, vecchio acquisto, un bel telefono beige scassato ma non troppo, l'ho salutato, gli ho fatto gli auguri natalizi e sono andato via. Mi sono infilato dentro la Vucciria, dove sono andato a salutare un vecchio amico di mio padre che ha una macelleria. «Buongiorno dottore».

«Senta, io non sono dottore e se non le dispiace diamoci del tu, per favore».

Dopo saluti, abbracci, auguri e baci mi dice: «Aspetta un attimo. Giovà - che sarebbe il ragazzo che lavora lì - apri il frigo e prendi un chilo di sasizza, quella messa di lato però, quella nostra». E rivolto a me agiunge: «Portati sta sasizza di maiale, assaggiala: e tale e quale a quella che vi portava vostro padre, non ha cambiato sapore per niente».

L'ho ringraziato: la sasizza la mangerò la notte di Natale insieme ad i miei familiari, speriamo che sia veramente come quella di ventidue anni fa.

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