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In ospedale

Io vivo da solo. Vivere da solo ha indubbiamente i suoi vantaggi. a volte no. Come quella gelida notte di febbraio. Ero ben accucciato sotto due coperte ed un piumone, quando all'improvviso:"ahiii!". Sento una fitta insopportabile al fianco destro. E più passava il tempo più il dolore aumentava.

 

«Che cazzo sarà mai, ho qui ho un'appendicite oppure ho le doglie».

Così con la forza della disperazione mi sono vestito da spaventapasseri, e con la macchina sono andato verso il pronto soccorso. Erano le 2,50 circa, di notte si capisce. Vicino casa mia c'è un ospedale: ma io no, in quello più lontano volevo andare, me ne hanno parlato tutti meglio. E mentre santiavo per il dolore, la mia auto mi conduceva all'ospedale più lontano.

Ero quasi arrivato quando pensai: «Minchia, e se mi ricoverano per operarmi, quella santa donna di mia madre, che ci ha pure la sua età, come viene e trovarmi? Come minimo deve prendere due autobus». E a Palermo se non prendi gli autobus che vanno nel salotto buono della città, ma quelli che vanno in periferia, ti perdi. Ed io non volevo perdere mia madre. Allora sempre santiando, faccio marcia indietro e mi dirigo all'ospedale, quello più vicino, quello che tutti me ne parlano male, ma io a mia madre negli autobus per la periferia non ce la mando. Dovessi crepare.

Finalmente arrivo al pronto soccorso, tutto chiuso. Comincio a suonare il campanello come un folle. Fin quando, uno con il camice bianco, che non si capisce se era medico o infermiere, mi apre la porta. Io ero piegato dal dolore. «Mettete questo qui nel lettino e fategli una flebo: ha una colica renale». Minchia e come lo ha capito: forse ce l'avevo scritto nella faccia smorfiata dal dolore. Mi mettono in un lettino; prendono il mio portafoglio e il mio cellulare: «Tenga signora». E li danno tranquillamente ad una signora che si trovava lì per i cazzi suoi.

Io li guardavo stralunato: «Scusate ma il portafoglio e il cellulare sono miei».

«Ma perché la signora non è con lei?».

«E no!».

«Signora ci scusi, ci ridia il portafoglio ed il cellulare. Ma allora lei é venuto da solo?».

«E già!».

Mentre stavo disteso sul lettino con una flebo infilata nel braccio, tremavo come una foglia: avevano lasciato dietro le mie spalle una finestra aperta.

Stavo morendo oltre che dal dolore anche dal freddo. «0 qui muoio per sto dolore, o di broncopolmonite». Intanto ero rimasto solo, perché il medico si era allontanato.

Finita la prima flebo non veniva nessuno. Ho piegato il metallo che sta lungo il tubicino della flebo e ho cominciato a chiamare il dottore: «Sente ancora dolore?».

«Sì, dottore».

E via con un'altra flebo, poi delle iniezioni attraverso la flebo e poi: «Apra la bocca» e giù una dozzina di gocce sotto la lingua. E di nuovo via. Continuavo a sentire freddo. Da quella finestra entrava un venticello gelido. Ma non avevo avuto nemmeno il tempo di chiedere la cortesia al medico di chiudere la finestra. Finita anche la seconda flebo chiamo il medico. «Come va?».

«Come prima dottore». E giù la terza flebo, iniezioni, gocce e via. «Cazzo, se n'è andato di nuovo. E la finestra?».

Alla quarta flebo, quando stava per rimettermi le gocce sotto la lingua, che fino ad allora non avevo detto niente perché erano buone, al sapore di fragola, gli ho chiesto: «Scusi ma queste gocce a che servono?».

«Sono dei tranquillanti».

«Perché dei tranquillanti? Non sono mica nervoso».

«Ma se trema come una foglia».

«Guardi dottore che se forse chiude la finestra, le prometto che non tremo più. Anzi la prego di avvicinarmi il mio giubbotto. Grazie».

In effetti con il giubbotto di sopra e la finestra chiusa non ho tremato più. Dopo la quinta flebo, la sesta iniezione e le quaranta gocce circa, non accusando più dolori sul fianco mi hanno dimesso. Appena uscito che erano le 3,45 e non si vedeva una mazza, sento una voce chiamarmi: «Signore, signore, per favore».

«Mi dica».

Era un uomo sulla sessantina e forse più, in pigiama: «Per favore, potrebbe accompagnarmi a casa? Mi hanno dimesso».

«Mi scusi, ma lei come c'è venuto in ospedale, da solo?».

«Perché lei come c'è venuto, accompagnato?».

«Già!».

«In realtà mi hanno dimesso da circa un'ora, ho telefonato ad un amico, ma ancora non si è visto nessuno. Per favore mi accompagni lei».

Io che ero ancora rincoglionito dalle gocce, ed avevo il fianco indolenzito gli ho detto «Bene, andiamo. Dove abita?».

«Allo Zen 2, sa dov'è?».

«Più o meno, ma faccia strada lei».

Il tizio cominciò a farmi fare strade scognite che io non conoscevo proprio. Mi sembrava di vivere in diretta una scena del film «incontri ravvicinati del terzo tipo»; quando quelli con l'automobile cominciano a perdersi per le strade e cominciano ad avere paura.

Siamo approdati in una zona di case mezze diroccate: una lunga fila di cubi rosa, tutti uguali, che ad una prima occhiata parevano casermette deserte dopo un attacco via terra dei marines.

Attorno buio pesto: «Per favore mi accompagni dentro casa che da solo non ce la faccio».

Intanto notavo che a circa trenta metri da noi c'erano due uomini che parlottavano tra loro, fuori da una utilitaria color bianco, uno da un lato dello sportello, uno dall'altro. Ebbi paura, pensai ad un'imboscata.

«Se qui mi acchiappano posso urlare come un agnello portato al macello, ma chi mi aiuta?».

Intanto il vecchietto insisteva ed io non sapevo che fare: me lo misi a braccetto e cominciai a pregare in silenzio.

«Tanto, se muoio adesso sono a posto perché sto facendo una buona azione». Giunsi ad un portone: tutto intorno buio, buissimo.

«Ecco siamo arrivati, mi aiuti ad entrare per favore».

C'era qualche gradino. Così con un braccio sollevavo il vecchietto mentre con un occhio guardavo in direzione dei due uomini, che ad un certo punto non vidi più. «Cazzo, ora mi arriva una botta in testa», e già stringevo i denti nell'attesa. Finalmente il vecchietto entrò in casa, e a me nessuna botta. Mi è andata bene. Ho salutato il vecchietto che mi ha tanto ringraziato. Cercavo tra un dedalo di viuzze la strada del ritorno verso casa. Mi ero infilato in una specie di labirinto dal quale non riuscivo più ad uscire ed inoltre temevo di rincontrare l'utilitaria bianca. Poi finalmente ho ritrovato la strada giusta.

Ogni tanto ripenso a quella notte, a quel vecchietto e alle nostre solitudini.

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