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Castelli di rabbia

L'inchiesta dicembre 1998

 

A venti anni dalla morte di mio padre, Mario Francese, finalmente qualche squarcio di verità

Castelli di rabbia

di Giuseppe Francese

C'è una frase di un libro di Alessandro Baricco 'Castelli di rabbia' che così recita:

"Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde".

Avevo dodici anni quando la sera del 26 gennaio del 1979 ho sentito da casa quella tragica sequenza di colpi di arma da fuoco. Sei per l'esattezza. Dal lì a poco scoprii che quei colpi avevano centrato il bersaglio, e che il bersaglio era mio padre, il giornalista Mario Francese. Da quel tragico momento la mia vita è stata sconvolta, come se quel lugubre rosario di colpi avesse leso irrimediabilmente qualche punto nevralgico della mia esistenza.

"Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde"

Intanto crescevo ma contemporaneamente cresceva dentro me, diventando sempre più grande, un immenso vuoto ed un'incredibile ansia di giustizia. Ammetto che per un breve periodo la sete di verità si è trasformata in rassegnazione per una giustizia assai lenta ad arrivare. Ma la rassegnazione presto si è trasformata in rabbia.

Già, di 'Castelli di rabbia' in questi quasi venti anni ne ho costruiti, e tanti. La mia rabbia cresceva e si alimentava soprattutto per certi comportamenti inspiegabili da parte di 'amici' e 'colleghi' di mio padre, che più di tutti avrebbero dovuto in qualche modo intervenire, fare qualcosa, lottare: invece, nulla. Dimenticato. Come se quel corpo martoriato in viale Campania non fosse mai esistito, come se quell' uomo semplice, corretto, buono, ma nello stesso tempo forte e tenace, non lo avesse meritato. Ma cos'è che li bloccava? Paura? O c'era qualcos'altro?

Rileggo un articolo pubblicato sul giornale L'Ora il 27 gennaio del 1979 a firma di Alberto Stabile, mentre mio padre si trovava ancora nella camera ardente.

Scriveva testualmente:, "Amava le tesi a sorpresa, i colpi di scena. Il suo posto preferito era in piedi, accanto al Pubblico Ministero, quasi. volesse fare da suggeritore al ruolo della pubblica

accusa, nel quale più spesso che negli altri finiva per identificarsi. Più volte davanti a certe preoccupazioni che gli attraversavano la mente e che egli stesso rendeva note con una punta di compiacimento misto a rammarico, gli fu detto di meditare sull'opportunità di assumere atteggiamenti di così aperta e in sostanza inutile sfida. Ma Mario Francese era fatto così, voleva sentirsi protagonista della vicenda giudiziaria di Palermo e non si curava se certe volte

quella sicurezza ostentata rischiava di rasentare l'irresponsabilità". L'articolo proseguiva su questo tenore, in modo che definirei quanto meno irrispettoso nei riguardi di un collega ucciso da poche ore soltanto per avere avuto il coraggio, a differenza di tanti altri, di scrivere la verità.

Comprensibile, ma assolutamente ingiustificabile l'atteggiamento di Alberto Stabile con la sofferenza che doveva patire ogni qualvolta che Mario Francese, da grande segugio della notizia, dava dei "buchi" al giornale concorrente!

Altro particolare significativo che mi piace ricordare è l'intervista rilasciata dal dott Alberto Di Pisa (che è stato il Pubblico Ministero nelle prime indagini sul delitto Francese) per la trasmissione Mixer. In quell' intervista, effettuata a sedici anni dall'omicidio, Di Pisa metteva ancora in dubbio che potesse trattarsi di un omicidio di mafia. Da sottolineare che l'anteprima Mixer trasmessa a Siracusa durante la manifestazione per la consegna del Premio Nazionale Mario Francese - terza edizione, non è stata mai mandata in onda dalla Rai, come si era ufficialmente impegnato a fare il direttore di Mixer, Giovanni Minoli. Mistero anche quello.

Inoltre il dottor Di Pisa, in un'intervista rilasciata al Giornale di Sicilia in

data 13 settembre 1995 dichiarava: "Un'inchiesta

da riaprire". Come se non fosse stato lui il titolare delle inconcludenti indagini sull'omicidio, archiviato troppo frettolosamente soltanto dopo otto anni.

Per il primo anniversario della sua morte, il Giornale di Sicilia scriveva: "Francese:

un anno di silenzio". Era passato appena un anno e già sull'omicidio Francese era calato il sipario.

Ripenso a tutti quei libri scritti da 'profondi conoscitori' del fenomeno mafioso dove nella Sequenza, cronologica , dei delitti eccellenti si inizia sempre dal 21 luglio del 1979,

giorno dell'omicidio del Vicequestore Boris Giuliano, trascurando quel 26 gennaio del 1979, data in cui cominciava realmente il violento attacco alle istituzioni da parte del feroce clan dei corleonesi.

Quel 1979 terribile dove, in un crescendo impressionante di vittime eccellenti non a caso si inizia con un giornalista come Mario Francese.

Con: lui i corleonesi hanno voluto colpire non soltanto l'uomo, ma anche minacciare e cercare di assoggettare l'istituzione (cioè il giornale) per cui lavorava.

I1 12 novembre 1998, il giudice per le indagini preliminari " del Tribunale di Palermo,

dottor Gioacchino Scaduto, su richiesta avanzata dal Pubblico Ministero, dottoressa Enza Sabatino, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare contro l'intera 'Cupola' di Cosa Nostra, o meglio, contro i superstiti della 'Commissione mafiosa' operativa nel 1979: Salvatore Riina,

Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Giuseppe Farinella, Nenè Geraci, Michele Greco,

Francesco Madonia, Matteo Motisi, quali mandanti dell'omicidio Francese.

Secondo le richieste del Pubblico Ministero, ad eseguire l'omicidio sarebbero stati Leoluca Bagarella e Giuseppe Madonia. Ma per questi ultimi, a parere del gip non ci sarebbero sufficienti indizi di colpevolezza. Pertanto, per loro la richiesta di custodia cautelare è stata al momento rigettata.

Mario Francese, secondo la Procura della Repubblica di Palermo, sarebbe stato ucciso per le sue inchieste giornalistiche ed in particolare per quelle riguardanti il clamoroso omicidio del

tenente colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, e per quelle sui rilevanti interessi

mafiosi, ed in particolare della parte corleonese facente capo a Totò Riina, nella ricostruzione del Belice e, più specificamente, nella realizzazione di una delle più imponenti opere pubbliche

quegli anni, la diga Garcia. A confermare questa tesi ci sono ben cinque collaboratori di giustizia: Gaspare Mutolo Angelo Siino, Gioacchino Pennino, Francesco Di Carlo e Giovanni Brusca.

Dall'indagine sono emerse anche frequentazioni tra alcuni editori e giornalisti del Giornale di Sicilia ed esponenti di spicco di Cosa Nostra. Mi auguro che si faccia al più presto piena luce e

che paghino non soltanto i soliti noti, ma chiunque abbia avuto una qualche responsabilità nell'omicidio, a qualsiasi livello, noto e ignoto.

Siamo soltanto all'inizio, ma è già qualcosa. "Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde".

Sono passati quasi venti anni e la vita sta rispondendo. A tutti loro. Spero adesso che i miei 'Castelli di rabbia ' si trasformino presto in semplici castelli di sabbia costruiti in una quieta spiaggia, spianata dalla verità e dalla giustizia.

Per concludere vorrei ringraziare il Pubblico Ministero, la dottoressa Enza Sabatino, che ho avuto modo di conoscere ed apprezzare non soltanto per la sua serietà professionale ma anche per le sue doti umane.