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Suicidato dalla mafia?

L'inchiesta Sicilia • 22 aprile - 5 maggio 1998

 

'Suicidato' dalla mafia?

Cosimo Cristina venne trovato morto sui binari della galleria Fossola,a Termini Imerese, un pomeriggio dell'ormai lontano 1960. Il professore Giovanni Cappuzzo, recentemente scomparso, avrebbe voluto rievocare il 'caso'

 

E' la storia di un giornalista scomodo che, con i propri articoli, seminava lo scompiglio tra i potenti di Termini, Cefalù e delle Madonie. La tesi del suicidio, che ha retto fino ad oggi. Ma anche tanti dubbi mai fugati. Le inchieste dell'allora vice Questore, Angelo Mangano

di GIUSEPPE FRANCESE

Voleva tornare a raccontare il 'caso' di Cosimo Cristina, il giovane giornalista morto in circostanze alquanto strane trentotto anni fa. Aveva anche telefonato al nostro periodico annunciando la ricostruzione di una vicenda della quale era stato tra i protagonisti. Parliamo di Giovanni Cappuzzo, noto critico letterario di Palermo. Ma il professore non ha avuto il tempo di tornare a rievocare una storia che all'epoca fece scalpore. Cappuzzo, che fu grande amico e collaboratore di Cristina, è morto qualche tempo fa. Noi abbiamo tentato di ricostruire una vicenda che rimane ancora avvolta da moltissime ombre e da pochissime luci.

Cosimo Cristina era nato a Termini Imerese, l'11 agosto 1935. Terminati gli studi, aveva intrapreso l'attività giornalistica. Tra il 1955 e il 1959 aveva collaborato come corrispondente per il giornale 'L'Ora' di Palermo, per 'il Giorno' di Milano, per l'agenzia Ansa, per 'il Messaggero' di Roma e per 'il Gazzettino' di Venezia. Giovane e ambizioso, aveva anche fondato e dirigeva a Palermo, il periodico 'Prospettive Siciliane'. il pomeriggio del 5 maggio 1960, ad appena venticinque anni, Cosimo Cristina fu rinvenuto privo di vita nel tunnel ferroviario di contrada 'Fossola' a Termini Imerese. "Si tratta di un palese suicidio", sentenziarono sicuri gli inquirenti, intervenuti sul luogo del ritrovamento, tanto che non predisposero nemmeno l'autopsia. Eppure quel 'presunto suicidio' lascia tutt'oggi aperti tanti dubbi.

La mattina del 3 maggio, alle 1l circa, Cosimo Cristina uscì di casa ben vestito, con il solito cravattino, rasato di fresco e accuratamente profumato. Strano, per chi decide di farla finita. in genere, chi si vuoi togliere la vita non cura il proprio aspetto. Quella sera, non vedendolo rincasare, i genitori e le tre sorelle, si preoccuparono. Ma non eccessivamente: sapevano, che Cosimo era giornalista ventiquattr'ore su ventiquattro, ed altre volte era capitato che rientrasse a casa fuori orario. Poi, una volta a casa, raccontava di avere fatto un grande servizio o scoperto chissà quali verità. Ma quella volta le cose andarono diversamente.

Cosimo fu rinvenuto morto due giorni dopo la sua scomparsa. Il suo corpo privo di vita fu ritrovato alle 15,35 del 5 maggio, dal guardalinee Bernardo Rizzo di Roccapalumba. Tra i primi a correre sul luogo del ritrovamento fu proprio il padre, impiegato delle Ferrovie, che, avendo appreso dalla radio della presenza di un corpo senza vita sui binari, accorse sui posto. Mai avrebbe immaginato, il signor Luigi, di trovare su quei binari il proprio figlio. Il corpo di Cosimo Cristina, al momento del ritrovamento, si presentava perfettamente integro. Soltanto sulla testa c'era un'evidente ferita all'altezza della nuca. Cosi scriveva il giornale 'L'Ora: "Cosimo Cristina fu trovato al centro dei binari con la testa poggiata al binario di destra. Ma il fendente, che era visibile sulla testa, era sulla parte sinistra, Inoltre, il convoglio che avrebbe dovuto investirlo proveniva da Palermo. Il cadavere era posto in modo tale che i piedi si trovava no in direzione della città, mentre le spalle verso Termini. Tutti gli oggetti appartenenti alla vittima furono ritrovati tra il cadavere e il lato dal quale era giunto il convoglio. Furono pertanto sovvertiti tutti i principi relativi allo spostamento d'aria, il cui risucchio porta un qualsiasi oggetto lungo la scia della direzione di marcia".

Dalla descrizione, come si può notare, emergevano alcune incongruenze. Sul corpo furono riscontrati parecchi ematomi ed evidenti macchie di defecazione sulle natiche e sulle gambe. Queste ultime causate, probabilmente, da avvelenamento. Il povero Cosimo, stando ad ipotesi per altro mai appurate, potrebbe essere stato costretto ad ingerire forti dosi di medicinali, che lo avrebbero stordito. Inoltre, le ecchimosi presenti sui corpo non potevano giustificarsi in un cadavere che aveva subito un forte dissanguamento, come nel caso di Cristina. Ferite che, stando sempre ad ipotesi, potrebbero essere state provocate prima del 'suicidio'. E' difficile comprendere come un corpo finito sotto un treno, o che abbia impattato su di esso, non presentasse nessuna evidente frattura.

Lo zio, Filippo Cristina, fratello del padre, fece subito notare le palesi anomalie, richiedendo l'autopsia. Ma gli investigatori non ritennero opportuno ricorrere all'esame del cadavere. Va rilevato, inoltre, che in una tasca della giacca di Cosimo Cristina fu trovato un biglietto nel quale il giovane avrebbe scritto poche parole per il fraterno amico Giovanni Cappuzzo, invocandone il perdono per l'irreparabile gesto. Il biglietto conteneva soltanto un accenno alla sua fidanzata, pregando l'amico di volerle dare un bacio per lui. Nessun riferimento alla madre,

ed è molto strano, visto che Cosimo Cristina era particolarmente legato alla sua famiglia. Dell'autenticità del biglietto, sia la famiglia, sia la giovane fidanzata, la sartina romana Enza Venturella, non furono mai convinti. Altro particolare strano: in tasca, Comiso aveva anche una schedina del totocalcio appena giocata, chi ha deciso di togliersi la vita non tenta la fortuna al gioco.

Dalla scomparsa al ritrovamento del giovane trascorsero due giorni. Cosa avvenne nel frattempo?

Da quanto tempo il povero Cosimo giaceva sui binari? E' lecito pensare che Cosimo Cristina sia morto il 5 maggio, o che sia morto prima, in un altro luogo, e che solo successivamente sia trasportato su quei binari? Tanti interrogativi. E tanti particolari che lasciano dubitare che possa essersi trattato di suicidio. Ma allora, se di suicidio non si trattò, chi decise e attuò la sentenza di morte per il giovane giornalista? Cosimo Cristina si era occupato, come collaboratore, di alcuni giornali, ed anche attraverso "Prospettive Siciliane"- il periodico che aveva fondato e che dirigeva- di parecchie vicende scottanti. Fatti avvenuti a Termini Imprese e nei centri delle Madonie. Vogliamo ricordare alcuni titoli apparsi su "Prospettive Siciliane" : "La strada per la droga passa per Palermo"; "Agostino Tripi è stato ucciso dalla mafia?"; "La verità sull'omicidio dell'industriale Pusateri"; "Ecco chi sono Giovanni Cammarata, Antonio Malta e Alessandro Alagna, incriminati per l'uccisione del capomafia di Valledolmo". Si era anche occupato dell'uccisione del sacerdote Pasquale Culotta, avvenuta a Cefalù nel 1955 e del processo dell'omicidio di Carmelo Giallombardo, il cui cadavere fu trovato mutilato lungo la strada ferrata Palermo-Messina. Particolare interesse suscitarono in Cosimo Cristina la serie di estorsioni e gli attentati, avvenuti a Mazzarino alla fine degli anni '50, culminati con l'omicidio del cavaliere Angelo Cannada, avvenuto il 5maggio 1959 e con il tentato omicidio del vigile urbano, Giovanni Stuppìa. Naturalmente a Mazzarino regnava il terrore e l'omertà era assoluta. Fin quando, un'improvvisa svolta nelle indagini porta va all'arresto dell'ortolano del convento dei monaci, tale Carmelo Lo Bartolo. Il magistrato non fece in tempo ad interrogarlo: lo trovarono cadavere dentro la sua cella, 'asfissia da ostruzione meccanica delle vie respiratorie", secondo la perizia del medico legale. "Me lo hanno suicidato", continuava invece ad urlare a squarciagola la signora Teresa, vedova Lo Bartolo. Strana morte anche quella, se consideriamo che la maggior parte di impiccati muore non per soffocamento, ma per rottura di una vertebra cervicale.

lI 16 febbraio 1960, il procuratore Lamia spiccava ordini di cattura per quattro frati del convento di Mazzarino. L'accusa per tutti era di associazione per delinquere, simulazione di reato, omicidio, estorsioni e violenze private. Una vicenda che fece scalpore e che divise l'Italia. Una storia, quella dei frati di Mazzarino, raccontata dal giornalista Giorgio Frasca Polara in un libro edito da Sellerio. Cosimo Cristina si dedicò anima e corpo a quest'inchiesta. Il 26 febbraio deI 1960, sulla prima pagina del suo periodico, 'Prospettive Siciliane', apparve un titolo a nove colonne: "Avvocato di Mazzarino, corrispondente di un noto giornale siciliano, è il capo della famigerata banda dei monaci". Nell'articolo che ne seguiva, a firma del direttore, non veniva però indicato il nome del professionista coinvolto nella vicenda. A Mazzarino, in quel periodo, tre avvocati collaboravano per altrettanti giornali siciliani. Uno di loro, per la verità, non scriveva ormai da molto tempo. Dei tre, soltanto l'avvocato Alfonso Russo Cigna, collaboratore del 'Giornale di Sicilia', ritenendo l'articolo lesivo della sua onorabilità di professionista e di uomo, sporgeva formale querela per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Cosimo Cristina. Quest'ultimo era convinto di vincere la

battaglia in Tribunale, dato che, nel contesto dell'articolo, non era stato fatto alcun nome. Dopo un breve processo iniziato il 10 Marzo 1960 e conclusosi il 30 dello stesso mese, Cristina, ritenuto colpevole del reato ascrittogli, veniva condannato alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, nonché al risarcimento dei danni da liquidarsi nella misura di due milioni di lire. Cosimo Cristina incredulo, amareggiato, ma per niente rassegnato, attendeva il processo d'appello. Era certo che ne sarebbe uscito indenne e stava raccogliendo il materiale per la controffensiva.

Sei anni dopo la sua morte, a seguito di numerose indagini condotte dal 'Nucleo Antimafia' della Questura di Palermo, diretto dal vice questore Angelo Mangano, fu riaperto il 'caso Cristina'.

Finalmente le prime mosse per riabilitare un giornalista coraggioso, ritenuto fino a quel momento un suicida. Nel corso delle indagini fu più volte sentito dagli inquirenti il professor Giovanni Cappuzzo. Cappuzzo era amico d'infanzia di Cosimo Cristina ed insieme avevano cominciato le prime esperienze giornalistiche. Quando Cosimo propose all'amico di fondare un nuovo giornale che potesse dare un ulteriore contributo nella lotta alla mafia, il Cappuzzo accettò subito l'invito e ne divenne il condirettore. Da quel momento condivisero tutto, guadagni (per la verità molto pochi), ma soprattutto guai. Il Cappuzzo, sentito dal Procuratore della Repubblica, Macaluso, avrebbe rac contato di essere stato avvicinato da un certo Accursio Mendola, il quale gli avrebbe 'consigliato' di stare molto attento per sé stesso e di abbandonare il Cristina al suo destino. Secondo il Mendola, il giovane Cristina era stato già condannato a morte da un 'tribunale' di mafia. Il Mendola, sentito dai magistrati, confermò l'episodio. Il 'Valachi delle Madonie', come fu subito ribattezzato (Joe Valachi, è noto, è stato uno dei primi pentiti della mafia americana) il 12 dicembre 1960, subì un attentato, gli vennero sparati addosso alcuni colpi di lupara e di pistola, ma riuscì a salvarsi miracolosamente. L'allora vice questore Mangano, in un'intervista rilasciata nel programma televisivo 'Cordialmente', mandata in onda su Rai due, affermava di aver raggiunto le prove che Cosimo Cristina fosse stato ucciso dalla mafia.

Coinvolti nella vicenda, secondo il rapporto del vice questore Angelo Mangano, sarebbero stati Giuseppe lngrao, detto 'cazzotto' (già defunto per cause naturali), e Luigi Longo, detto 'fezza d'olio', in quanto lavorava in un frantoio. La tesi fu smentita dalle indagini successive, se è vero che il 'caso Cristina' si chiuse con la tesi ufficiale del suicidio. Ingrao, tra l'altro, fu trovato cadavere nel 1961, nella stessa galleria nella quale venne rinvenuto il corpo di Cosimo Cristina. Sempre secondo il rapporto Mangano, nella vicenda sarebbero stati coinvolti Santo Gaeta e Vincenzo Sorci, implicati anche in altre vicissitudini giudiziarie. Il questore Mangano fece predisporre gli ordini di cattura anche per i loro complici, Giuseppe Gaeta, figlio di Santo, Agostino Rubino, Giuseppe Panzeca (già compreso nella più vasta associazione per delinquere, capeggiata dai boss palermitani Angelo La Barbera e Pietro Torretta) e Orazio Lesina Calà. Secondo la ricostruzione del vice questore Mangano, Cosimo Cristina, sarebbe stato tramortito da un colpo di spranga in testa e successiva mente gettato sui binari della galleria. Cosimo Cristina sarebbe stato ucciso a causa dell'inchiesta sull'omicidio del pregiudicato Agostino Tripi. Inoltre il rapporto del vice questore aveva stabilito l'esistenza di precisi legami fra i boss di Termini Imerese ed alcuni individui di Collesano, di Cerda, di Caccamo, di Scordia, di Isnello, di Montemaggiore Belsito, di Scillato e di Corleone. Il 12 luglio 1966, il corpo di Cosimo Cristina veniva riesumato per l'autopsia. Le relazioni depositate a seguito dell'autopsia effettuata dai periti, in contrasto con le tesi del nucleo di coordinamento regionale per la lotta alla criminalità, stabilivano che si trattava di un chiaro caso di suicidio. Ma l'autopsia, bisogna ricordarlo, fu predisposta soltanto a sei anni dalla morte, ed eseguita su uno scheletro. Il caso fu pertanto nuovamente archiviato come suicidio.

Dal racconto dei familiari, pare che Cosimo Cristina, alcuni mesi prima di morire, non scrivesse più per il giornale 'L'Ora'. In quel periodo, attorno al giovane giornalista si era creato il vuoto. Nonostante tutto, Cosimo riuscì a trovare lavoro presso una importante torrefazione, fin quando, senza una plausibile ragione, veniva inaspettatamente licenziato. Dopo la sua morte, il proprietario della torrefazione, forse divorato dal rimorso, per riparare in qualche modo a 'quell'inspiegabile' licenziamento, fece assumere la sorella di Cosimo.

Nel giorno che precedette la sua scomparsa, Co. Cri., (com'era noto in paese, dalla sigla dei suoi articoli) aveva sbandierato ai quattro venti che nel giornale 'L'Ora' del giorno successivo sarebbe apparsa una notizia bomba. Ma Cosimo Cristina, l'indomani forse era già morto, e sul giornale 'L'Ora' nemmeno un piccolo petardo.

La bomba, quella vera, scoppiava diciotto anni dopo. A saltare per aria, un altro giovane giornalista, Peppino Impastato, impegnato sul fronte della controinformazione. Dalla sua 'Radio Aut', tuonava denunce contro il potere politico-mafioso e contro i boss del calibro di Gaetano Badalamenti. Il corpo di Impastato, con una singolare analogia con Cristina, venne trovato, dilaniato dall'esplosione, lungo la linea ferroviaria Palermo-Trapani, a due passi da Cinisi. Per tanti anni hanno provato a farci credere che Peppino si fosse suicidato, o peggio ancora, che fosse morto nel tentativo di compiere un atto terroristico, essendo militante della nuova sinistra. In realtà gli assassini, nel tentativo di depistare le indagini, dopo averlo ucciso, misero il suo corpo sui binari, quindi piazzarono l'ordigno per la spettacolare messa in scena. Cosimo e Peppino, due giovani giornalisti uniti nello stesso tragico destino?

Recentemente, una sala dell'Associazione siciliana della stampa è stata intitolata ai giornalisti uccisi dalla mafia. Tra questi figura il nome di Cosimo Cristina. L'Ordine dei giornalisti, pertanto, riconosce in Cosimo Cristina, una vittima della mafia, lo Stato no .

"Caso Cristina" Cronologia

25 dicembre 1959

Cosimo Cristina, già corrispondente di alcuni quotidiani, tra i quali il giornale 'L'Ora' di Palermo, fonda e dirige il periodico palermitano 'Prospettive Siciliane '. Nell'articolo di presentazione il direttore esordisce scrivendo:

"Riteniamo che premessa indispensabile per ogni opera di rinnovamento sia la moralizzazione. Denunzieremo quindi ogni violazione ai principi di onestà amministrativa e politica, sicuri anche in questo di interpretare i sentimenti e le aspettative di un popolo di antica saggezza". Nello stesso numero pubblica, sempre in prima pagina, l'articolo "Ucciso dalla mafia Agostino Tripi?".

23 febbraio 1960

Nella prima pagina del periodico 'Prospettive Siciliane ', appare un titolo a nove colonne: "Un noto avvocato di Mazzarino, corrispondente di un quoti diano siciliano, è il capo della famigerata banda dei monaci di Mazzarino". Nel contesto del suddetto articolo, a firma di Cosimo Cristina, non viene, però, menzionato il nome del professionista coinvolto nella vicenda. L'Avvocato Alfonso Russo Cigna, di Mazzarino, collaboratore del 'Giornale di Sicilia ', ritenuto l'arti colo lesivo della sua persona, sporge formale querela per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Cosimo Cristina.

10 marzo 1960

Inizia il processo che vede imputato Cosimo Cristina per diffamazione a mezzo stampa

30 marzo 1960

A conclusione del processo Russo- Cristina, il Tribunale ritiene Cosimo Cristina colpevole del reato ascrittogli e Io condanna ad un anno e quattro mesi di reclusione, nonché al risarcimento dei danni da liquidarsi nella misura di due milioni di lire. La pena è sospesa in atte sa del processo di appello.

5 maggio 1960

Cosimo Cristina, viene rinvenuto privo di vita, due giorni dopo la sua scomparsa, nel tunnel fèrroviario di contrada 'Fossola' di Termini Imerese. Ad effettuare la macabra scoperta è il guardalinee Bernardo Rizzo. Il giovane giornalista giace morto, con la testa insanguinata appoggiata nel lato interno del binario. La polizia interviene sul posto, con al comando il dottore Onofrio Cortese, commissario capo, per le rituali constatazioni di legge e per la successiva rimozione del cadavere. li caso viene subito etichettato ed archiviato come suicidio.

23 giugno 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"Un voluminoso dossier, redatto dopo mesi di lavoro, dagli uomini del 'Nucleo Antimafia' presso la questura di Palermo, diretto dal vice questore Angelo Mangano, afferma che il giornalista Cosimo Cristina, trovato morto nel pomeriggio del 5 maggio 1960, dentro la galleria di contrada Fossola tra Termini

delle Madonie. Vogliamo ricordare alcuni titoli apparsi su 'Prospettive siciliane':

"La strada della droga passa per Palermo"; "Agostino Tripi è stato ucciso dalla mafia?"; "La verità sull'omicidio dell'industriale Pusateri"; "Ecco chi sono Giovanni Cammarata, Antonio Malta e Alessandro Alagna, incriminati per l'uccisione del capomafia di Valledolmo". Si era anche occupato dell'uccisione del sacerdote Pasquale Culotta, avvenuta a Cefalù nel 1955 e del processo per l'omicidio di Carmelo Giallombardo,' il cui cadavere fu ritrovato mutilato lungo la strada ferrata Palermo-Messina. Particolare interesse suscitarono: in Cosimo Cristina la serie di estorsioni

Imerese e Trabia, non si è suicidato. E' stato ucciso. Il rapporto, al vaglio del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Termini Imerese, dott. Giovan Battista Macaluso, conterrebbe una ventina di nomi di individui indicafi come associati per delinquere, e assegnerebbe a ciascuno di essi un ruolo ben preciso nella vicenda che si concluse con la morte del giovane giornalista. Tra i personaggi coinvolti figurerebbe quello dell'arciprete di Caccamo, doti Salvatore Panzeca, fratello di "don' Peppino Panzeca, il boss della zona incluso nel famoso rapporto dei '37' elaborato dalla squadra mobile e dai carabinieri alla vigilia della strage di Ciaculli, e costituitosi al vice questore Angelo Mangano qualche mese. Questi personaggi, inizialmente coinvolti, verranno poi completamente scagionati.

23giugno 1966 (dal Giornale L'Ora)

"Il dott. Mangano impegnato a fondo in tutta questa tragica vicenda e pur mantenendo un riserbo assolutamente impenetrabile ha dimostrato un certo ottimismo sulla conclusione delle sue indagini che sono ora all'esame del dott. Macaluso della Procura di Termini. Per quanto riguarda Cristina, fu un suo parente a ripresentare il 'caso'. Giuseppe Asaro scrisse alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla malia. La pratica passò al vice questore Mangano che dirige lo speciale Nucleo regionale Antimafia il quale stava già indagando sui fatti oscuri delle Madonie. Il primo ad essere sentito fu Giovanni Cappuzzo, il quale in una dettagliata dichiarazione, ricordando che, qualche giorno prima della scomparsa di Cosimo Cristina, egli, insieme col Cristina stesso, Fu avvicinato da un uomo di Termini, certo Accursio Mendola, il quale disse loro: vi consiglio di non uscire di notte, di non camminare insieme, di non frequentare luoghi solitari perché alcune persone avrebbero deciso di fare del male al Cristina se non la smette con i suoi articoli. Il Mendola fu posto a confronto con Giovanni Cappuzzo.Secondo quanto abbiamo appreso, egli avrebbe confermato di aver detto quanto dichiarato dal Cappuzzo, ma ha detto altresì di avere voluto avvertire i due amici a un di bene, in quanto aveva sentito la voce che correva in determinati ambienti sulla fine che avrebbe dovuto fare Cosimo Cristina.

24 giugno 1966 (dal Giornale di Sicilia)

'E' stata la coraggiosa attività giornalistica che ha portato Cosimo Cristina alla morte. E' stato il suo giornale ' Prospettive Siciliane ' con le sconcertanti rivelazioni sui più misteriosi delitti di mafia, ad attirargli l'odio dei componenti dell'onorata società di Termini e di Caccamo. Non ne dubita più nessuno. Oggi a Termini è stata una giornata calda. Non è passata inosservato un intenso movimento tra Procura, Commissariato di P.S., compagnia carabinieri. E' circolato qualche nome di quelli contenuti nel famoso 'dossier' del 'Nucleo Mungono. Nomi anche di stimati professionisti del luogo. Nomi che non hanno ricevuto alcuna conferma. Mai era stato dato di vedere un muro così spesso di riserbo sull'intera vicenda. Al contrario stato detto che l'arciprete di Caccamo, don Salvatore Panzeca, fratello del 'boss' attualmente ristretto all'Ucciardone di Palermo perché incluso nel 'rapporto dei 37', non è compreso nell'elenco redatto dall'antimafia della questura palermitana. La proiezione di talune voci riportate dall'uno all'altro ha portato, ieri mattina, il nome di don Salvatore Panzeca sulla bocca di tutti. La notizia è rimbalzata in città. Il restò è noto. Il 'caso Cristina' è troppo grosso per pensare che potesse passare inosservato, oppure sotto silenzio".

24 giugno 1966 (dal quotidiano 'Telestar')

Clamorose dichiarazioni di Giovanni Cappuzzo, condirettore di 'Prospettive Siciliane:

"Aveva un particolare fiuto della notizia-sensazione, della notizia da prima pagina. Si era fatto tutto da sé, con la sua ostinata capacità, con il suo gran de intuito, ed aveva un programma ben definito: sapeva quel che voleva. Per primo, bisogna dargliene atto, in un periodo in cui era pericoloso nella nostra provincia muoversi in un certo senso, affondare il bisturi su certi temi tabù, affrontare certi argomenti spinosi, egli ebbe questo coraggio. Il mestiere lo conosceva, con un istinto da sbalordire anche i più preparati giornalisti. Cosimo Cristina pubblicò nel primo numero un servizio esclusivo. Aveva 'scoperto' interessanti elementi a proposito di un delitto rimasto impunito ad opera di ignoti: uno dei tanti casi archiviati. Ma come poteva essere archiviato un caso di omicidio, di cui era facile ricostruire la trama, scoprire i mandanti, trovarne i motivi?, si chiedeva Cristina. Fu un'o pera faticosa la sua, una fatica improba. Sapevamo tutto su quel delitto. Fu solo lo spirito di moderazione cui si è sempre improntata la mia azione in ogni atto della mia esistenza a frenare il caro Cosimo, che avrebbe voluto scrivere ogni cosa. Ma già di per sé il pezzo era Forte e pesante. Nel testo dell'articolo si formulavano ipotesi, ma non erano ipotesi soltanto sortite dalla fantasia eccitata di un giornalista. Qualcosa, in un determinato ambiente, si mosse. Ricevette delle minacce per telefono, più volte. Una di queste riuscì anche a registrarle. Io le ascoltai dal registratore.

Era contento, perché diceva lui "aveva mo fatto centro", se cominciavamo a dare fastidio a qualcuno".

26 giugno 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"Gli autori del delitto Tripi sono stati arrestati. La soluzione del 'caso Cristina', che ad esso è strettamente connessa, è vicina. Oggi la Procura della Repubblica di Termini ha spiccato i primi sei mandati di cattura. I sei sono stati incriminati per l'uccisione di Agostino Tripi eliminato nei pressi di Caccamo il 15 maggio 1957."

27 giugno 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"Se la Questura di Palermo, è stato detto, comunica che è stato ripreso il lavoro investigativo sulla morte del ragazzo di Termini trovato cadavere dentro la galleria ferroviaria il 5 maggio 1960, ricordando che la vicenda, a suo tempo, era stata archiviata come suicidio, ciò può significare una cosa soltanto. Che cioè l'antimafia indaga in tutt'aI tra direzione. E di direzioni, quando si parla di morte e si esclude la volontà del protagonista di farla Imita con la vita, non ne rimane che una. E tutta la giornata festiva, a Termini, si è consumata con accese discussioni sul 'suicidio' di Cosimo Cristina, al quale, in definitiva, non tutti avevano creduto, neppure a Palermo, ove il giornalista era noto per le coraggiose battaglie del suo paese".

28 giugno 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"Settimo mandato di cattura spiccato dalla Procura della Repubblica di Termini nel corso dell'istruttoria sul dossier Mangano, il più esplosivo rapporto che la Questura palermitana abbia mai redatto contro le cosche maliose delle Madonie. Silenzio sul nome dell'incriminato numero sette. La notizia che un settimo mandato di cattura è già nelle mani del vice questore Mangano, dà l'impressione che mai come questa volta Magistratura e Polizia siano decise ad andare sino in fondo, a scavare alle radi ci nel complesso mondo dell'onorata società del luogo e del circondano, per la verità piuttosto trascurate in passato. I riferimenti al 'caso Cristina' sono sempre evidenti. Le battaglie del giovanissimo giornalista, trovato morto dentro la galleria ferroviaria il 5 maggio 1960, non sembrano solo essersi tradotte in buoni servizi giornalistici. Essi erano anche talmente 'esplosivi' da risultare non meno pericolosi del piombo mafioso'.

I luglio 1966 (dal Giornale di Sicilia)

Titolo: "Il caso Cristina — A colloquio con l'uomo che 'ruppe con la mafia'. Occhiello: Due volte hanno tentato di ucciderlo. Dice: "Prima mi spara no meglio è". "Accursio Mendola è l'uomo che ruppe con la mafia, colui che nei mesi che seguirono all'uccisione" di un boss di Termini "subì un attentato sulla porta di casa, e riferì ai carabinieri i nomi di coloro che gli avevano sparato". Nell'articolo Mendola dice: "Io di Cristina non so nulla. L'episodio che il professor Cappuzzo mi ha attribuito, riferendolo all'antimafia, è vero. Ma non sta nei termini che sono stati detti. E' andata così. Appena uscito il primo numero di 'Prospettive Siciliane' trovai, di sera tardi, andando al lavoro in stazione, un gruppo di persone in piazza". Alcune erano "furibonde". C'era chi gridava di non sapere niente dell'uccisione di Tripi. Cristina in quel numero aveva fatto alcuni nomi nell'inchiesta che conduceva al delitto. "in stazione incontrai

il professor Capuzzo. Era un mio buon amico, mi teneva la contabilità. Lo avevo avuto più volte ospite a casa. Avevamo mangiato assieme. Mi ritenni in dovere di riferirgli quanto avevo avuto la possibilità di ascoltare. Lo

avvertii di tenere gli occhi aperti. Ma giuro che non dissi che certuni si erano riuniti per decidere di dare una lezione al Cristina. Il mio era soltanto un consiglio".

9 luglio 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"Dichiarazioni del vice questore Mangano alla TV — Cristina è stato ucciso dalla mafia, Il muro dell'omertà è caduto dicono a Termini ed a Corleone".

"La mafia in Sicilia è in ginocchio. Stiamo indagando con estrema tenacia su tutti i delitti compiuti nell'isola e rimasti impuniti". Lo ha dichiarato ieri sera alla televisione il vice questore Mangano che dirige il nucleo antimafia presso, la Questura di Palermo, durante una intervista trasmessa dalla rubrica 'Cordialmente' in onda sul secondo canale. E ha detto qualcosa di ancor più importante quando si è occupato della riapertura delle indagini sulla misteriosa morte del giornalista Cosimo Cristina:

ha affermato infatti esplicitamente che non si è trattato di un suicidio ma di 'omicidio di mafia'. E' la prima volta che una fonte ufficiale conferma la tesi così analiticamente illustrata dal nostro giornale.

Mangano: "Abbiamo consegnato all'autorità giudiziaria un lungo rapporto anche sul caso Cristina" archiviato a suo tempo come suicidio. Cristina era un

giornalista che combatteva la mafia. Noi abbiamo raggiunto le prove che non si uccise, ma fu ucciso perché conosceva i segreti di alcune bande mafiose. Abbiamo raccolto elementi per dire che fu un omicidio di mafia".

12 luglio 1966 (dal giornale L'Ora) Secondo il rapporto del vice

Questore Mangano, il "movente dell'omicidio sarebbe stato individuato nella volontà dei due boss di vendicarsi e di mettere a tacere il giovane pubblicista che con il suo giornale 'Prospettive Siciliane', si era ampiamente e circostanziatamente occupato dell'omicidio del possidente termitano Agostino Tripi, omicidio rimasto impunito."

12 luglio 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"Svolta decisiva delle indagini sui delitti di Termini — Cosimo Cristina ucciso da due killer. Stamani sarà riesumato il cadavere".

"L'eliminazione di Cristina è stato un delitto di clan. Secondo gli schemi classici delle decisioni mafiose. Sarà riesumata la salma di Cosimo Cristina, forse addirittura domani mattina. Il Procuratore della Repubblica di Termini, dott. Macaluso, ha disposto alcuni accertamenti necroscopici. L'esame autoptico verrà eseguito dai professori Ideale Del Carpio e Marco Stassi, dell'istituto di medicina legale dell'Ateneo palermita no".

13 luglio 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"Riesumata stamani, prestissimo, la salma di Cosimo Cristina, il giornalista trovato cadavere il 5 maggio 1960, dentro la galleria ferroviaria della 'Fossola', tra Termini e Trabia, ritenuto un suicida per sei anni, è adesso al centro di un cla moroso caso che costituisce uno degli episodi di centro del 'dossier Mangano' sui più misteriosi delitti verificatesi nel circondano e rimasti impuniti. I professori Del Carpio e Stassi hanno chiesto quaranta giorni di tempo per condurre i loro accertamenti ed esami".

4 ottobre 1966 (dal Giornale di Sicilia)

Il 'caso Cristina' sarà quasi certamente archiviato, I due periti, che erano stati incaricati dal Procuratore della Repubblica di Termini di compiere l'autopsia del cadavere del giornalista scomparso, hanno escluso infatti che il giovane giornalista termitano sia rimasto vittima di una vendetta mafiosa. La relazione depositata, secondo notizie che ci giungono da Termini, ieri pomeriggio parla apertamente di suicidio o, come alternativa, di morte accidentale. Non lascia comunque alcun margine per una morte delittuosa".

7 ottobre 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"E' morto da sei anni, ma non lo ha dimenticato nessuno. Guardando la foto sul giornale, in cui spicca nerissima sol tanto la barbetta, qualcuno scuote la testa e mormora: "una testa matta". Cosimo Cristina viene ancora ricordato a Termini come un ragazzo troppo esuberante, che voleva combattere battaglie più grandi di lui. Prima il giornale, in cui buttava tutti i soldi che riusciva a guadagnare; poi, quella 'fissazione' di distruggere i boss della mafia che più di lui poteva contare su amici potenti che ave vano soldi per pagare i tiratori più bravi di tutta la Sicilia.

Resta l'amarezza di un'esistenza bruciata anzitempo, per cause che hanno avvelenato per lunghi decenni la vita pubblica siciliana. Le indagini sulla morte di Cosimo Cristina, infatti, hanno gettato uno squarcio di luce sul clima che nel '60 gravava su una città come Termini Imerese, dominata da un gruppo di mafiosi che imponeva il bello e il cattivo tempo; dove nessuno osava ribellar si e chi aveva il coraggio di lanciare accuse veniva considerato una testa matta. Cosimo Cristina nel suo mestiere di giornalista avrà detto sicuramente molte cose inesatte e centrato, qualche volta, bersagli sbagliati. Ma il tempo ha mostrato che la sua battaglia era diretta nel senso giusto, che aveva individuato bene alcuni obiettivi fondamentali. Nel '60 non fu capace di trovare una strada diversa dal suicidio. Oggi, forse, il 'nuovo corso' della lotta alla mafia gli avrebbe potuto offrire un'altra alternativa".

parla apertamente di suicidio o, come alternativa, di morte accidentale. Non lascia comunque alcun margine per una morte delittuosa".

7 ottobre 1966 (dal Giornale di Sicilia)

"E' morto da sei anni, ma non lo ha dimenticato nessuno. Guardando la foto sul giornale, in cui spicca nerissima sol tanto la barbetta, qualcuno scuote la testa e mormora: "una testa matta". Cosimo Cristina viene ancora ricordato a Termini come un ragazzo troppo esuberante, che voleva combattere battaglie più grandi di lui. Prima il giornale, in cui buttava tutti i soldi che riusciva a guadagnare; poi, quella 'fissazione' di distruggere i boss della mafia che più di lui poteva contare su amici potenti che ave vano soldi per pagare i tiratori più bravi di tutta la Sicilia.

Resta l'amarezza di un'esistenza bruciata anzitempo, per cause che hanno avvelenato per lunghi decenni la vita pubblica siciliana. Le indagini sulla morte di Cosimo Cristina, infatti, hanno gettato uno squarcio di luce sul clima che nel '60 gravava su una città come Termini Imerese, dominata da un gruppo di mafiosi che imponeva il bello e il cattivo tempo; dove nessuno osava ribellar si e chi aveva il coraggio di lanciare accuse veniva considerato una testa matta. Cosimo Cristina nel suo mestiere di giornalista avrà detto sicuramente molte cose inesatte e centrato, qualche volta, bersagli sbagliati. Ma il tempo ha mostrato che la sua battaglia era diretta nel senso giusto, che aveva individuato bene alcuni obiettivi fondamentali. Nel '60 non fu capace di trovare una strada diversa dal suicidio. Oggi, forse, il 'nuovo corso' della lotta alla mafia gli avrebbe potuto offrire un'altra alternativa".

Quando riaffiorano i ricordi

La signora Maria Jos sorella

di Cosimo Cristina, oggi sessanta cinquenne, nel rispondere alle mie domande, fissandomi negli occhi, incomincia a piangere. In lei riaffiorano quei dolorosi taglienti ricordi. Un dolore sordo che sembra assopito dal lento trascorrere del tempo. Ed ecco, a un'ulteriore domanda, che quel dolore riemerge, diventa visibile. Commozione e pianto. Mi ferma. So esattamente cosa sta provando!

E dopo un cordiale saluto, uscendo e andando verso casa mi chiedo dubbioso se della tragica fine di Cosimo, e dei tanti come lui, si saprà mai la verità.

Dedicato a Cosimo Cristina, a mio padre e a tutti i giornalisti vittime della violenza mafiosa.

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