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ConcorsoScuole2016

Ballarò tra rilancio culturale e degrado dilagante

di Lisa Ania Lima Cardoso e Alberto Migliore (Liceo Vittorio Emanuele 5° F)

Molte città sono nate con l’idea di creare poli di incontro con realtà differenti; per commerciare, è vero, ma anche per conoscere qualcosa di diverso. Palermo è una di queste. La sua storia potrebbe essere ripercorsa semplicemente osservando l’evoluzione del suo nome, dalla Zyz fenicia dell’VIII secolo a. C., alla Balharm araba, fino ad oggi. E’ nata come un grande mercato, e nei mercati risiede la sua essenza più profonda.

FotoMercatowebPercorrendo i vicoli di Ballarò, il più antico fra questi, non possiamo che sentire linguaggi differenti, ma vediamo anche una realtà traboccante di degradazione, come traboccanti di rifiuti sono i cassonetti su cui povera gente è costretta a scavare alla ricerca di qualcosa. Povertà ed ignoranza sono l’altra faccia del mercato, ed hanno come vittime inconsapevoli i bambini, che ai banchi di scuola preferiscono le bancarelle. “Me l’ha imparato mio padre” sono soliti rispondere. L’ associazione “Santa Chiara” è stata pensata proprio per accogliere i più piccoli, a prescindere da religione o etnia, proponendo loro attività didattiche e ludiche. Così, mentre in Europa stanno tornando di moda i muri, è pur vero che il quartiere dell' Albergheria è divenuto un centro nevralgico di culture differenti, dove lo spazio si dilata, scardinandosi dalla credenza che esso possa appartenere solo ed esclusivamente ad una realtà autoctona.

Diversità qui è accettazione, integrazione, ma sopratutto "interazioni positive" che non lasciano spazio a emarginazione e misantropia. E’ un universo in movimento, che rifugge la sedentarietà e che riflette la natura migratoria dell’uomo. Infatti, prima di analizzare ogni realtà, si dovrebbe sostituire la parola immigrato ed emigrato con quella di migrante, secondo la definizione dell’antropologo Alain Tarrius. Quelle stesse etnie, che un tempo fondarono e popolarono Palermo, stanno oggi ritornando in quegli spazi dove aspetti tradizionalmente siculi accettano di buon grado la convivenza con esse. Ed è per questo che la domenica, giorno di riposo per i lavoratori palermitani, sembra di essere trasportati all’interno di un villaggio africano, tra abiti di colori vivaci e il suono coinvolgente di jambè.

Il mercato palpita di vita, tra architetture effimere, i colori sgargianti delle bancarelle e profumi speziati. Molto spesso è proprio il cibo ad essere uno strumento di coesione e condivisione, e questa è l’ idea dell’associazione “Moltivolti”, creata da alcuni ragazzi all’interno di Ballarò. Molti dei caratteristici piatti siciliani, infatti, sono di derivazione araba (si pensi alla cassata), e lo sanno bene anche i tanti mercanti che lì commerciano. “Qualche arabo ogni tanto una parola la capisce” ci dice uno di questi. Ecco che il mercato diviene un ‘fatto sociale totale’, secondo la definizione del sociologo Marcel Mauss, dove le relazioni reciproche fra gli uomini non investono soltanto gli aspetti economici in senso stretto, ma religiosi, ludici e aggregativi in varie forme.

Tra i tendoni e le merci che invadono la strada, c’è spazio anche per mura fenicie o chiese barocche come quella del Carmine o quella del Gesù, che si ergono solitarie tra edifici screpolati dal tempo, dinanzi allo sguardo molto spesso miope di chi sembra non accorgersi della loro inestimabile bellezza artistica, apprezzata sopratutto dagli occhi dei tanti turisti. Ma alla ricchezza artistica si accompagna una molteplicità di contraddizioni: quotidianamente le strade divengono piazze di spaccio, o si assiste ad atti di intimidazione mafiosa, come quello al ‘Pub Ballarò’ di via Nunzio Nasi, vittima nel settembre scorso di due incendi dolosi, e da poco coraggiosamente riaperto. Non mancano infatti le iniziative di chi punta al rilancio dello spopolato e, per certi versi, abbandonato quartiere: dalla restituzione di luoghi al pubblico, come Piazzetta Mediterraneo, a eventi di ampio respiro come il carnevale sociale.

Come è avvenuto nella stessa Palermo, il deposito della memoria del mercato si è andato arricchendo delle influenze dei diversi popoli che l’hanno percorso. E le calde basole sotto il cocente sole siculo sembrano essere state scolpite dal calpestìo millenario di chi le ha attraversate nei secoli, accompagnati dallo scorrere dell' oggi sottostante Kemonia. Tocca a noi essere memoria vivente di queste ricchezze.

 

I molti volti di Ballarò

di Silvia Cipriano e Walter Di Chiara

«Mi pare che questi nuovi che arrivano sono qui più per vendere che per comprare».

È così che ci risponde uno dei fruttivendoli che da generazioni lavorano a Ballarò quando gli chiediamo in che modo vengano accolti i “nuovi arrivati”, quelle persone che abbandonano la propria terra nella speranza di vivere, un giorno, in un mondo migliore.

Le parole pronunciate dall’uomo, che non ha in seguito voluto discutere oltre dell’argomento, sono concise e, al contempo, rivelano un aspro risentimento nei confronti dei migranti che impiantano i propri negozi e le proprie bancarelle nel mercato di Ballarò, uno dei più celebri di Palermo. L’uomo non vuole più aggiungere alcuna parola, ha espresso il suo pensiero in quella sola frase, non è necessario che dica altro. È da questa breve frase che si evince la sua opinione: di certo, quelle donne, quegli uomini, che sono da pochi anni entrati a far parte del loro campo lavorativo, sono poco graditi da quelli che, come lui, da assai più tempo sono stati legittimati a lavorare in quel luogo. Già, legittimati, perché non è facile poter aprire e mantenere una bottega, una bancarella o persino un pub in quel quartiere senza avere prima avuto il beneplacito del capomafia locale.

È questo uno dei più oscuri aspetti che circondano la pesante aura del mercato.

Certo, nel quartiere dove sorge il mercato, nascono oggi realtà che danno una nuova speranza per il raggiungimento di una maggiore integrazione per gli immigrati nel capoluogo siciliano. Oltre al lavoro svolto dal centro salesiano della chiesa di Santa Chiara, c’è Moltivolti,che si configura come un’impresa sociale tra le più importanti in quella parte della città.

Quello che sembra essere un semplice ristorante rappresenta uno spazio di coworking per le associazioni che si impegnano nel volontariato (una fra tutti il laboratorio “Zen insieme”); non soltanto a Ballarò, ma anche in altri quartieri difficili di Palermo.

Il locale dedica un innovativo spazio alla ristorazione, propone piatti che variano dalla cucina tipica siciliana, a quella etnica dei molteplici popoli che cominciano a far parte della zona. Lo staff che vi lavora, infatti, tra cuochi e personale, si caratterizza di certo per la sua multiculturalità: ne prendono parte, oltre agli indigeni Siciliani, ragazzi dello Zambia, del Senegal, etc. All’interno degli spazi dell’associazione vengono organizzati eventi e serate multiculturali, dedicate a favorire l’integrazione e la convivenza fra più culture.

Ma torniamo al mercato. Loro, gli immigrati che vivono questo luogo, cosa ne pensano?

Abbiamo parlato anche con alcune di queste famiglie provenienti da altre città, da altri Paesi.

Si dicono soddisfatti del loro lavoro, non hanno problemi. Non appena chiediamo, però, a uno di loro se possa vendere o meno gli stessi prodotti di un qualunque altro negoziante del luogo,ci risponde ridendo: «No, quelli, altrimenti, mi ammazzano». Ricambiamo la risata, per cortesia, nulla più. Il nostro, ma in fondo, anche quello dell’uomo, è un riso amaro. Ridiamo, sì, ma non possiamo che compiangere la situazione di arretratezza del nostro mercato, della nostra città, dell’Italia intera su queste dolenti note. È possibile che si neghi ad un individuo di poter vivere e lavorare liberamente solo perché appartiene ad un’altra etnia? Ma ancora di più: è possibile che una certa fazione politica (solitamente posta a destra) faccia leva su questi penosi punti che costringono il meridione del Bel Paese a uno stato di arretratezza?

Sì, è possibile, nell’isola, nel Paese delle contraddizioni è più che possibile.

 

Un amore così grande

di Hubert Pennino (Liceo Economico sociale Regina Margherita).

Mi chiamo Jòsef, ho appena compiuto 16 anni e sono di Gdynia, in Polonia. Sono un ragazzo fortunato e sfortunato allo stesso tempo; fortunato perché grazie alla mia famiglia sono molto ricco e sfortunato perché, ahimé, i miei genitori sono morti due mesi prima del mio compleanno, e adesso mi trovo a fronteggiare un dolore immane ed interminabili iter burocratici per gestire l'ederità che la mia mamma e il mio papà mi hanno lasciato.

Mio papà era il proprietario di un'importante società di navi mercantili che esportava beni di ogni genere nei paesi del Mar Baltico e in tutto il resto del mondo. Aveva tantissimi clienti come case automobilistiche, marchi di lusso, colossi dell'arredamento e big della tecnologia, quindi il lavoro e i viaggi non mancavano mai. Ricordo che una volta mia mamma si prese un periodo di ferie e tutti insieme andammo con papà negli Stati Uniti dove lui doveva svolgere un'importante meeting con una importante società di prodotti alimentari per assicurarsi l'appalto dell'export della merce. A proposito di mamma, lei era una manager di un'importante industria bellica che aveva come clienti numerosi Stati membri della NATO, tra cui gli stessi USA. Insomma, entrambi avevano un bel patrimonio, una bella ricchezza che si erano sudati col lavoro di una vita e che avevano iniziato a godersi da appena due anni; mio papà aveva quarantatré anni, mia mamma quaranta.

È difficilissimo andare avanti. Sono molto giovane, a volte non capisco certi meccanismi dei «grandi» che mi mandano nel pallone, non riesco a fare i conti, a far quadrare le emozioni, i doveri e le responsabilità, e la mancanza dei miei appesantisce tutto. Così ho deciso di cambiare aria per un po' e provare a fare un viaggio, magari nel Sud dell'Europa. Così, per conoscere ambienti e personaggi nuovi.

Ho preso un mappamondo di polistirolo e un tagliacarte, non troppo affilato per non spaccare il mappamondo in due. Ho fatto ruotare velocissimamente il mappamondo per la prima volta ed è capitato il Ruanda, che è una zona di guerra e ho categoricamente rinunciato ad andarci; l'ho girato una seconda volta e ho trafitto l'India, ma non mi piace molto; finalmente, al terzo tentativo, ci sono riuscito e il tagliacarte si è conficcato sulla Sicilia, la leggendaria isola italiana. Ma la Sicilia è grande ed è tutta bella! Come faccio a scegliere un posto? Per decidere, ho preso un mio cappellino e dei bigliettini. Su ognuno di essi ho scritto una città. Palermo, Catania, Segesta, Siracusa, Trapani...un polacco difficilmente li scrive bene questi nomi, ma io, non so come, ci sono riuscito. Inizio il mio sorteggio; agito sia la mano che il cappellino tenendo gli occhi serrati (sono molto leale con me stesso) e pesco un bigliettino: Palermo! È deciso allora! Si va a Palermo! È fatta, mancano due settimane a Luglio e io, giorno 1, prendo l'aereo e vado a visitare Palermo. Ci starò due settimane, anche se so che è poco per visitarla tutta data la sua fama.

Per documentarmi sui posti più interessanti, faccio una ricerca su internet. La Cattedrale è immensa ed è un bellissimo mix di stili architettonici frutto delle diverse dominazioni di popoli che la città ha subito nel corso dei secoli, i teatri Massimo e Politeama-Garibaldi sono spettacolari, il mare di Mondello sembra un gioiello, anche se tutte quelle cabine sulla spiaggia sono un po' un pugno nell'occhio.

Ma tra le tante bellezze che Palermo ha da offrire, un posto in particolare attira la mia attenzione: Ballarò. È uno dei posti più antichi della città. Storicamente è un mercato, ma è tanto altro. È stato crocevia di numerosi popoli e lo è tutt'ora, è partia dello street food palermitano (che solo a guardarlo mi viene l'acquolina in bocca, tranne però per il mussu che noi polacchi non concepiamo come cibo), è stato bersaglio dei bombardamenti americani della seconda guerra mondiale, al tempo dell'antichissimo popolo dei Fenici era una zona di mare e di pescatori, perché prima il mare arrivava agli estremi dell'odierno quartiere; è, purtroppo, sede e dimora anche di tanti criminali, «mafiosi» anche, che noi in Polonia concepiremmo come un gruppo di violenti imprenditori che a forza di prepotenze si arricchisce con l'illecito, è un luogo frequentatissimo di turisti e uno dei più affollati ritrovi della movida della città. Però, che fortuna che mi ha dato la sorte! Sono proprio curioso di scoprire come sarà questa Ballarò di cui tanto leggo e che tanto mi ispira, vedremo...

Arrivo finalmente al tanto atteso primo Luglio. Prendo un treno per Varsavia, dove mi attende il volo per Roma. Dopo due ore di rotaie, arrivo all'aeroporto, mi imbarco per il volo che da Varsavia mi porterà a Roma e attendo, durante la planata, di sbarcare nel territorio italiano. L'estate del Belpaese è torrida in confronto alla nostra, e lo noto dall'annuncio che fa il pilota della temperatura a Roma: 38°C (la Polonia è molto più fresca!); una signora inglese, seduta accanto a me, vedendomi sfogliare un libro su Palermo e sentendo il pilota annunciare la temperatura non ha fatto a meno di dire, tradotto: «Se fannno 38 gradi a Roma, figuriamoci a Palermo...». Arrivato a Roma, attendo poco allo scalo della Capitale italiana, poco più di un quarto d'ora, e mi imbarco per Palermo. Il volo da Roma a Palermo dura pressapoco 45 minuti nei quali mi organizzo una lista dei primissimi posti in cui andare appena sbarcato: una banca per cambiare gli Złoty in Euro, un Bed & Breakfast e un buon ristorante. Non appena sono sceso dall'aeroplano, il caldo torrido di Palermo ha investito la mia pelle, abituata alla neve e ai geli invernali. Esco dall'aeroporto dopo aver ritirato i miei bagagli e mi dirigo verso i taxi. Al tassista consegno la mia lista e lui mi porta in tutti i posti che desidero, facendo però un piccolo cambio: prima il ristorante e poi il B&B. Si unisce a me per il pranzo, mangiamo di gusto, chiacchieriamo, e quando arriva il conto ed io mi offro di pagare lui, quasi di forza e prepotenza, abbassa la mia mano che tiene il portafogli e offre tutto. «Questo è per la tua simpatia» mi disse, e aggiunse «Noi a Palermo siamo così, quando uno ci piace, lo trattiamo come un re, ma anche quando non ci piace, perché l'ospitalità qui è sacra.». Alla fine di tutto, il tassista mi riaccompagna in albergo, e dopo i saluti affettuosissimi, salgo nella mia camera, sistemo le valigie, mi faccio una doccia e non appena metto la testa sul cuscino, stremato, crollo in un sonno ristoratore.

Mi sveglio la mattina dopo stordito ma riposatissimo. Sceglo di non fare colazione al B&B ma di andare per strada e provare qualcosa di tipico. Imbocco a piedi via Maqueda e svolto su via Ponticello. Subito noto un'impresa funebre dal nome difficile da pronunciare per un polacco; dice «D (apostrofo) qualcosa..» e mi guardano tutti storto.. Ricambio l'occhiataccia e due uomini iniziano a seguirmi, così ho affretto il passo e ho proseguo per la via. Alla fine della strada mi ritrovo di fronte a una grande piazza con una scuola e un'enorme chiesa. A fianco a me c'è un bar, decido di entrarci a fare colazione. Guardo il bancone e noto uno strano dolce: una cialda con dentro una crema bianca e dei puntini neri. Chiedo cos'è e il banconista mi dice che è il "cannolo" con ricotta (un formaggio tipico molto dolce) e chicchi di cioccolato. Lo ordino assieme a un succo d'arancia. Non appena addentato il cannolo, mi sento pervaso dalla dolcezza della ricotta e dal contrasto amaro delle gocce di cioccolata all'interno della crema. Bevo il succo d'arancia che come per magia, mi toglie dalla bocca questa dolcezza e la spezza con l'aspro sapore dell'agrume. Pago, esco dal bar e con la mia maledetta scarsezza di grazia e coordinazione, urto contro una ragazza e cadiamo a terra. Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. È Ania! Una mia amica di Gdynia! «Che ci fai qui?» le chiedo, «Ho deciso di fare una vacanza, come te suppongo, visto da come sei conciato!». Avevo in spalla uno zainetto, sulla testa gli occhiali da sole, indossavo pantaloncini cargo, una maglietta chiara e portavo al collo una fotocamera: l'identikit di un perfetto viaggiatore standard. Ania è di 11 mesi più grande di me. È piu bassa di me, ha gli occhi scuri, i capelli biondi e un bellissimo sorriso. Anche lei è sola qui, e si dia il caso che alloggi nello stesso B&B dove alloggio io. Così decidiamo di andare a farci un giro insieme, ma non appena fatto un passo, Ania si ferma e mi bacia, fortissimo. Poi mi stringe la mano e mi dice «Io sono già venuta qui, vieni con me che ti illustro Ballarò!»

Entriamo quindi nella chiesa, chiamata "Casa Professa". È una bellissima chiesa barocca, una delle più importanti dell'intera Sicilia. Ma non è tutta antica. Nel 1943, quando la città venne bombardata dagli Alleati, una bomba colpì la cupola della chiesa, che crollando, trascinò con sé tutta la navata centrale. Dopo la guerra, gli americani si sentirono molto in colpa e mandarono in Sicilia un risarcimento che oggi verrebbe considerato miliardario per ricostruire la chiesa. La ricostruzione è visibile grazie agli affreschi sul soffitto della navata centrale, che hanno dei colori vivissimi e rappresentano il paradiso, il purgatorio e l'inferno. A me piacciono molto e me ne sono innamorato, e oltre a questi, mi hanno colpito moltissimo i dettagli dei quali la chiesa è piena. Il barocco implica una quasi ossessiva procedura di riempimento degli spazi quindi ogni colonna, ogni muro, ogni singolo angolo della chiesa è scolpito, dipinto o ornato. Ma c'è una cosa che mi colpisce negativamente qui: io sono un turista, ho voglia di vedere la chiesa, ma qui, non c'è nessuna guida! O quantomeno, nessuna che sappia parlare bene inglese. Pago due euro per visitarla individualmente, e per fortuna c'è Ania che già conosce la chiesa e mi spiega tutto. Ma come si può lasciare un così bel monumento allo sbando? Perché non ci sono navette piene di turisti che arrivano in questo luogo così bello? Sono sicuro che ce ne sono tantissimi in città nella stessa identica situazione, ma l'amministrazione della città come si comporta? Ho letto su internet, prima di partire, che a Palermo i giovani non ci rimangono e vanno altrove perché non trovano lavoro, ma in contrapposizione a questo, ho letto che questa città potrebbe vivere di turismo. E qui che succede? Che monumenti così belli vengano lasciati soli, alla polvere, con un registro delle firme dove le date si intervallano di parecchi mesi. Rimango stupefatto dalla chiesa, dal suo bellissimo barocco, dalle sue sculture, dai quadri, dagli affreschi; ma rimango tristemente sorpreso dall'assenza di guida e di turisti in un gioiello simile... Esco dalla chiesa assieme ad Ania, svolto a sinistra e proseguo.

Mi dirigo verso la prima piazza quando un odore disgustoso e penetrante mi pervade le narici. Sono contenitori di immondizia stracolmi lasciati a marcire sotto il sole cocente del Luglio palermitano. Attorno ai cassonetti topi e gabbiani banchettano felici mentre dagli stessi il percolato cola e forma una pozzanghera putrida, multicolore. La cosa peggiore è che i cassonetti sono posizionati accanto a una scuola, un liceo classico, e che vicino ad essi c'è una baracca dove a quanto pare vive un uomo. La scuola in Italia inizia verso metà Settembre, ma a Palermo fa caldo quasi fino a Novembre! Come fanno gli studenti a sopportare questo tanfo? E soprattutto perché si da agli studenti palermitani una così valida motivazione per scappare dalla città? È come dire «Vedete? Se studiate a Palermo vi mettiamo in mezzo al fetore dell'immondizia.». Io da studente non accetterei questo..

Io e Ania passiamo avanti, per raggiungere la piazza Ballarò e ci immettiamo sulla strada che collega piazza Casa Professa a questa. Subito veniamo coinvolti in un ritmo di bassi e percussioni, ritmi caraibici che invitano ad ancheggiare e bassi talmente forti da farti tremare tutte le ossa in corpo. È il pezzo di Ballarò nel quale la comunità africana passa i suoi momenti di relax della giornata. C'è un negozietto di alimentari, un parrucchiere che fa le tipiche treccine, un locale che mette la musica e serve alcol, un banco sul quale bolle un pentolone di stufato dal contenuto sconosciuto ma profumatissimo e dei pusher che vendono un po' di marijuana. La prima cosa che notiamo è l'ingente quantità di birra scura che circola tra i ragazzi che ballano e socializzano e l'allegria che li circonda. Tutti sorridono, tutti ballano, tutti si divertono. L'odore di stufato si mischia a quello dei joint lunghissimi che fumano i ragazzi e tutto sembra l'Africa: odori, colori, ritmo, sorrisi, cordialità, bella gente. È l'Africa in una via di un quartiere. È un continente in 100 metri piani. Tutto si interrompe al passaggio di una pattuglia della polizia. I pusher (com'è logico) scappano, il banchetto viene smontato, la musica abbassata, il negozietto chiude la porta a chiave. L'Africa scompare al passaggio di una macchina con le luci blu. Io e Ania rimaniamo impietriti davanti all'Africa che sparisce in pochi istanti. Dopo che la macchina è passata chiedo a un ragazzo, in un inglese medio, cosa fosse successo e perché fossero scappati tutti. Lui mi spiega che Ballarò è particolare. Tra il folkrore, c'è tanta delinquenza piccola (ma da sempre, non da poco) e altrettanta grossa, quella degli affari grandi, del controllo del territorio, la Mafia insomma. Il ragazzo mi spiega però che qui si commette un errore madornale: ce la si prende con le cose piccole e non con quelle grandi. Si multano i commercianti per i tavolini non autorizzati per la strada e non si cacciano gli estorsori; si perseguono i piccoli spacciatori ma non si cercano le raffinerie di coca; si rompono le scatole al commerciante di borselli ma non si cercano i magazzini dove fanno roba contraffatta. Il ragazzo mi dice inoltre che i piccoli delinquentelli da quattro soldi sono poco apprezzati dalla gente del posto perché allontanano la gente per bene e le flotte di turisti dal quartiere, e che quindi potrebbero essere debellati con facilità se solo i «pesci grossi» fossero perseguiti coi giusti metodi. Sono proprio quei «pesci grossi» a causare il danno più grande alla comunità perché questa ne ha paura! Loro minacciano di bruciare le attività commerciali se non si paga il «pizzo», mettono cattive voci sul tuo conto se sei un commerciante onesto o un cittadino onesto, così vieni evitato; poi fanno una cosa che caratterizza la loro vigliaccheria: se hai da ridire, da criticare, da opporti, ti tappano la bocca, per sempre. Ma io mi chiedo, se questa delinquenza di grande calibro, se questa Mafia è così potente, perché la polizia fa terrorizzare le piccole sfaccettature? Anche da me in Polonia ci sono gli spacciatori ma conosciamo le priorità, e sappiamo che se si sconfigge il grande, il piccolo non ha più da chi imparare, chi imitare, da chi prendere vita e muore, si estingue. Invece qui le macchine con le luci blu fanno spaventare l'Africa e non catturano i «pesci grossi», lasciando che diventino squali invincibili.

Lasciamo così la piccola Africa palermitana e ci immettiamo sulla piazza di Ballarò, che decidiamo di visitare dopo, per mangiare.

Decidiamo di proseguire quindi per il mercato vero e proprio, laddove si commercia di tutto. La prima immagine che vediamo è quella dei mini-supermercati allestiti sulle bancarelle. Si vendono biscotti, birre, pasta, condimenti per varie pietanze, salumi, formaggi, insomma quasi come un vero e proprio supermercato: ciò che trovi lì lo tovi qui, magari meno caro. In lontananza sentiamo delle urla, degli schiamazzi lunghi e melodiosi. Si ripetono queste urla e non sono preoccupanti, la gente non si scompone, tutto rimane com'è. Chissà cosa saranno... Andiamo avanti. La parte seguente del mercato è quella dei beni per la casa. Caffettiere, stoviglie, piatti, bicchieri, corredi, tovaglie, strofinacci, detersivi. Ma anche abbigliamento, componenti per elettrodomestici, accessori per il bagno. Insomma qui sembra un piccolo Stato sovrano. C'è la vita, c'è il cibo, il lavoro e l'economia. C'è tutto in una roccaforte di palazzi che sembra impenetrabile ma che io francamente ho raggiunto con facilità. Tra i commercianti che abbiamo visto fino ad ora molti sono stranieri, soprattutto quelli che commerciano in abbigliamento. Sono africani e arabi e sembrano essersi integrati bene con i commercianti palermitani. Tra un sorriso e un caffé che si offrono a vicenda la tanto chiacchierata Italia del rifiuto degli immigrati sembra ben lontana da Ballarò, e questo rafforza la mia idea di Ballarò come Stato sovrano. Ania nota il mio sguardo curioso nell'interazione tra culture diverse e mi dice che qui, proprio in questo quartiere, esiste una realtà molto bella. Si chiama "Moltivolti" ed è un'associazione che si occupa di integrazione. Una cosa che ha colpito Ania è il cuoco di "Moltivolti". È un ragazzo afghano, uno di quelli che ha compiuto le famose traversate della morte. Si chiama Shapoor, ha i capelli brizzolati, un fisico massiccio, è bassino e i suoi lineamenti sono tipici dei persiani, li ricordano proprio. Shapoor grazie a "Moltivolti" ha imparato un po' di italiano e ha scoperto la sua passione per la cucina. "Moltivolti" poi, è nota per l'aiuto dato agli immigrati. Si organizzano incontri nei quali chi arriva impara l'italiano, impara ad integrarsi nel quartiere e nella città e ottiene le dritte giuste per ottenere tutti i documenti per restare regolarmente in questo Paese. Questa realtà e questi scambi di sorrisi e caffè al mercato sono la dimostrazione che i pregiudizi, i colori della pelle, le lingue, gli odori, i tratti somatici, le idee politiche sono da accantonare quando si vuole ottenere una serena, pacifica e civile convivenza. Molti Capi di Stato dovrebbero imparare da Ballarò. Imparare ad essere umani, ad essere rispettosi e amanti della cultura. Ma torniamo al mercato. Proseguiamo ed iniziamo a vedere le classiche bancarelle di frutta, verdura, carne e pesce e lì capiamo il motivo delle urla di prima! Sono dei veri e propri strumenti micidiali di pubblicità! Si chiamano «abbannìate» e sono delle urla che i commercianti usano per promuovere la loro merce. Spessono sono cantilene, spesso in rima, spesso si fa a gara a chi la fa più forte ma funzionano. Tant'è che non so come ma mi sono ritrovato magicamente con un sacchetto di mandarini in mano. Andiamo avanti e vediamo un banco del pesce. È così colorato, così vario e così dannatamente vivo che mi rimprovero nella mente di non aver mai chiesto ai miei genitori di fare una vacanza qui. Mamma e papà si sarebbero innamorati di questo posto e avrebbero comprato pesce ogni giorno, soprattutto i gamberoni che qui sono enormi! Papà andava pazzo per i gamberoni, fuori dalla Polonia li ordinava sempre e ne mangiava così tanti che poi stava male. All'improvviso vediamo uno strano ragazzo con un cesto di vimini coperto da uno straccio e delle persone attorno a lui. Ci avviciniamo e vediamo che infila una mano dentro il cesto, dal quale esce un grassissimo vapore, e mette qualcosa dentro un panino; condisce quel qualcosa con sale, pepe e limone e lo consegna a uno dei personaggi che gli stavano attorno, che gli lascia un euro e cinquanta e va via, contento. Proviamo a chiedere cosa vende questo ragazzo, ma lui non ci capisce e non sa risponderci. Fortunatamente uno dei suoi clienti parla l'inglese e ci dice che quella dentro il cesto è «frittola» ovvero, frattaglie, scarti della macellazione fritti e messi dentro un panino o su un tovagliolo di carta. Decidiamo di assaggiare un panino. Appena morso, tutti i sapori si mischiano e i nostri occhi si spalancano di fronte a questo prodigio di bontà suprema. Come si fa a chiamarli scarti questi? Questa è pura gastronomia a cinque stelle! Ringraziamo il ragazzo e notiamo che si è fatta una certa ora e che dobbiamo andare a pranzo, anche perché lo stomaco brontola e prima che scegliamo da mangiare passerà un po', la roba è tanta...

Decidiamo di sederci a uno dei tanti tavolini del mercato e ordiniamo un mix di fritti: panelle, crocché, calamari, gamberi, verdure in pastella, melenzane, di tutto e di più. Poi una bella birra ghiacciata, che qui i locali definiscono «atturrunata» (che sarebbe un mix tra «molto fredda» e «incredibilmente dissetante») e accompagnamo i nostri piatti con vagonate di limoni, giusto per sgrassare. Io e Ania mangiamo in silenzio, ma non mangiamo solo il cibo, mangiamo anche il luogo dove mangiamo. Lo mangiamo con gli occhi, lo divoriamo, pezzo per pezzo, ce lo gustiamo e assaporiamo ogni singolo boccone. Ce lo divoriamo questo quartiere io e Ania, lo facciamo perché ne siamo famelici, ne vogliamo sempre di più. Non abbiamo ancora esplorato questa città a fondo, ma sappiamo già che nulla batterà Ballarò. Ad un certo punto, mentre mangiamo, mi arriva una telefonata. È mia zia Beata, la sorella di mia mamma:

  • Pronto Jòsef? Sono la zia Beata. Come stai?

  • Io bene cara zia, e tu? Come vanno le cose in Polonia?

  • Vanno bene mio caro, vanno bene... Ci manchi! Quando torni dal viaggio? Ti stiamo aspettando!

  • Cara zia... Devo annunciarti una cosa. Sai, ho visto un quartiere qui a Palermo. È molto strano, molto controverso. Si chiama Ballarò, ed è in pieno centro città. Questo quartiere è mercato, è giovani, è immigrati, è colori, sapori, profumi. Questo quartiere ha anche dei difetti, c'è un po' di criminalità, qualche delinquentello... Ma è speciale, cara zia, è davvero speciale.

  • Fantastico caro! Ma... non mi hai risposto: quando torni?

  • Zia cara, ricordi Ania? La mia amica di Gdynia?

  • Si caro, ricordo, ma continui a non rispondermi!

  • Zia cara... Ho incontrato Ania qui, a Palermo. Adesso stiamo pranzando e io volevo comunicarle una cosa, ma mi hai chiamato quindi non sono riuscito a farlo... Facciamo che lo dico ad entrambe ora, vi va?

Ania ha sgranato gli occhi e la zia mi ha chiesto "Che cos'è?" con tono molto sospetto.. Allora ho fatto un bel respiro e ho deciso: glielo dico.

  • Beh...cara zia..

  • Sì Jòsef, dimmi!

  • Sai... Ho preso una decisione forte. Ho deciso che non torno. Rimango qui.

  • Caro Jòsef.. sin da piccolo hai compiuto scelte sagge nel tuo piccolo, e se hai preso questa decisione ci sarà un bel ragionamento dietro. Puoi soltanto dirmi perché vuoi farlo?

  • Zia.. Questo posto è magico. Non che fossi scontento di Gdynia ma.. Mi trovo bene qui. C'è sempre il sole, c'è buon cibo, buona musica, un profumo splendido che ti sveglia ogni mattina. La gente è calorosissima e da noi non lo è molto.. Quando scendi per strada senti vibrazioni positive. Senti come delle carezze che questo quartiere ti fa. Perché ti vizia con ogni sua possibliltà. Ti vizia col suo cibo, con le sue voci, con la geometria dei palazzi. Ti strega coi profumi e coi colori del mercato. Ti fa abbandonare alla genuinità della gente e ti fa imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. È come se questo quartiere sapesse già cosa vuoi, quando lo vuoi e come lo vuoi, e come per magia ti fa scendere di casa e ti accontenta durante la passeggiata. Cara zia mi sono innamorato di questo posto, e io un amore così grande non l'ho provato mai.

  • Capisco piccolo Jòsef. Sei giovane, hai dei bei sogni e dei bellissimi pensieri. Le risorse non ti mancano e purtroppo, come sai, la fortuna non ti ha accompagnato recentemente... Se credi che questa sia la cosa giusta per te, ti appoggio. Saremo noi allora a venire a trovarti presto!

  • Cara zia, sei la benvenuta quando vuoi! Adesso ti saluto, devo finire di pranzare. Salutami tutti lassù e avvisatemi quando venite!

  • Ciao piccolo Jòsef, abbi cura di te. Ti voglio bene.

Appena messo giù il telefono, ho capito che quel che ho detto alla zia è vero fino all'ultima parola. Ho deciso allora di restare qui, qui a Ballarò. Prenderò casa qui, studierò qui, vivrò qui. Vivrò questo quartiere e ne diventerò parte, ascoltandolo, vivendolo e facendolo mio ogni giorno, godendomi questo amore così grande da farmi impazzire.

L'arcobaleno dei Valori

di Miriam Galati, 5°U Liceo Economico Sociale Regina Margherita, Palermo

Quella del quartiere dell'Albergheria di Palermo, potrebbe sembrare una realtà simile a tante: contrabbando, spaccio di droghe, rapine, furti, bambini che occupano le strade piuttosto che i banchi di scuola. L'anima viva del quartiere è uno dei più importanti mercati storici di Palermo, Ballarò, in cui persiste un tessuto sociale segnato dalla cultura della povertà, un complesso organico e spontaneo di norme e di comportamenti che viene trasmesso di generazione in generazione.Si tratta di un quartiere in cui, nonostante l'alta densità di criminalità, il fenomeno migratorio è ben accetto; nelle strade più addentrate del quartiere vivono decine e decine di famiglie provenienti da svariati paesi Africani o Asiatici, e il loro strumento d'integrazione sociale più efficace è l'attività commerciale, che riesce a convivere con la storica realtà dei banconi palermitani.

Giuseppe, adolescente anarchico e indipendente, frequenta il quarto anno del Liceo Scientifico Benedetto Croce, nella sede centrale ubicata proprio all'Albergheria. Figlio di un commerciante di alimenti tipici siciliani, la cui bottega è parte integrante del mercato, nel tempo libero aiuta il padre nella gestione dell'attività di famiglia, e talvolta volge uno sguardo ai suoi appunti di scuola per poter affrontare una o due interrogazioni al mese, che gli consentano di raggiungere la media del sei stentato, o “sei politico” come dicono a Palermo. Non ha intessuto alcuna amicizia con i compagni di classe per volontà, poiché ritiene sia soltanto una perdita di tempo, dal momento in cui il suo scopo prioritario è la dedizione alla bottega e ciò che ne concerne. Tutto secondo gli attenti e mirati insegnamenti del padre, il cui obiettivo ultimo è cedere l'attività al figlio una volta deceduto. Giuseppe avrebbe potuto benissimo lavorare sin da piccolo con il padre, senza frequentare alcuna scuola. Ma in questo il padre di Giuseppe, il signor Fortunato, ha saputo saggiamente scegliere, per il suo primogenito, la strada che potrebbe in futuro portare alle tasche della famiglia tantissimi altri soldi. L'essere istruiti e possedere conoscenze scientifiche potrebbe risultare utile per svolgere un qualche mestiere che consentirebbe ai Fortunato di migliorare il loro tenore di vita e, nel sogno del padre, di diventare i più prestigiosi mercanti di Ballarò.

Ismael, adolescente egiziano, timido e introverso, frequenta il terzo anno del Liceo Scientifico Benedetto Croce. Non ricorda nulla del suo arrivo a Palermo. Aveva solo 3 anni quando i suoi genitori, colpiti dalla crisi economica nazionale, sbarcarono a Lampedusa, su di uno dei tanti gommoni, e subito dopo trasferiti a Palermo secondo le procedure italiane di smaltimento dei migranti. La famiglia di Ismael è sempre stata occupata in Egitto nel commercio di pelli e tessuti pregiati. Il loro obiettivo era quello di migrare verso i paesi nordici d'Europa, per poter sfuggire all'arretratezza della loro terra natale, che non avrebbe permesso al piccolo Ismael di costruirsi un futuro. Dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno e aver trovato una sistemazione “momentanea” nel quartiere dell'Albergheria, ottennero i consensi giuridici per gestire un piccolo negozio di minimarket arabo, almeno finché sarebbero rimasti a Palermo. La loro permanenza durò più a lungo del previsto per via del fatto che, anche se il loro sogno non era quello di soffermarsi a Palermo, si resero conto che il piccolo Ismael più cresceva, più amava quella città piena di contraddizioni, e anche la loro attività non andava poi così male.

Il Liceo Scientifico, come ogni anno, aveva deciso di aderire al progetto “Palermo apre le porte – la città adotta un monumento” di cui il tema principale era “Palermo tra suoni e sapori”. L'iniziativa piacque moltissimo a Ismael e decise di parteciparvi, poiché amava lo straordinario patrimonio artistico della città, ed il solo pensiero di essere considerato cicerone per qualche giorno gli procurava una sensazione di infinità gioia. Anche Giuseppe decise di farne parte. Ma la sua era una partecipazione passiva, poiché volta solo all'ottenimento del credito formativo, che avrebbe contribuito ad alzare la sua media. Le iscrizioni si svolgevano in palestra, e su di un foglio affisso al muro vicino le scale vi erano elencati tutti i monumenti che la scuola aveva deciso di adottare, i giorni, gli orari ed uno spazio dove inserire i nomi dei partecipanti, a gruppi di dieci. Il caso volle che i nomi di Ismael e Giuseppe comparissero nello stesso gruppo, di cui il monumento scelto era il mercato di Ballarò. Ma se il mercato non era un monumento, perché era stato inserito nella lista? Cosa avrebbe conferito a quello strano ma caratteristico fiume di bottegai la nomina di monumento? Quel fatto incomprensibile suscitò interesse in Giuseppe e in Ismael, che furono gli unici due iscritti nel gruppo di Ballarò. Il regolamento, però, richiedeva esattamente dieci partecipanti per gruppo, così di fronte ai soli due nomi iscritti, Ismael e Giuseppe, che temevano di essere esclusi dal progetto, decisero di recarsi dalla Preside, ognuno per conto suo, per poter essere inseriti in qualche altro gruppo. I due si incontrarono per la prima volta proprio all'interno della presidenza. Sembrava non terminare mai quell'infinito attendere “Un attimo e sono da voi” tanto pronunziato dalla Preside ogni qual volta dovesse incontrare gli allievi dell'istituto. Durante quell'interminabile tempo, fu dura per Giuseppe non riuscire a scrutare minuziosamente chi sudava freddo per poter fare quella emozionante richiesta. Si accorse che Ismael era diverso da tutti gli altri scolari del Croce e si convinse di non averlo mai visto prima. I suoi occhi particolarmente chiari ed il contrasto con la sua pelle scura, le sue labbra carnose ed i denti perfettamente bianchi, il viso allungato ed il corpo esile e magro, erano caratteristiche che lo conducevano ad aggettivare Ismael a primo sguardo con il termine “extracomunitario”. Anche Ismael non poté fare a meno di osservare la fisicità di quel ragazzo dall'atteggiamento svogliato e senza alcuna voglia di fare alcunché: ai suoi occhi ciò che lo rendeva un ragazzo buffo erano i suoi jeans strappati alle ginocchia, il suo incessante masticare la chewingum, e quella strana enorme protuberanza che caratterizzava la sua pancia. Trascorse circa un quarto d'ora, e nel frattempo i ragazzi in silenzio non fecero altro che scambiarsi sfuggenti sguardi. Il silenzio fu spezzato dal cigolio della porta della stanza della Preside e dal suono delle parole “Ragazzi, potete accomodarvi”. Dopo aver ascoltato i prolissi discorsi della Preside sul suo essere affaccendata e piena di responsabilità, sulla sua consapevolezza di essere autoritaria, ottimo metodo d'approccio, secondo i suoi schemi, per un Liceo così prestigioso come il Benedetto Croce, e cose di questo genere, in un millisecondo in cui si fermava a prendere il respiro, Giuseppe ne approfittò per interromperla e farle la richiesta tanto attesa. Ella stette per qualche frazione di minuti a contemplare il ritratto del filosofo che dava il nome alla scuola, poi rispose << Penso che affiancarvi ad altri gruppi sia controproducente, dieci è il numero perfetto di ragazzi che può dedicarsi a strutturare una visita turistica. Dunque credo sia più opportuno non scombussolare gli assetti degli altri gruppi e, a questo punto, voglio considerare voi due un gruppo a sé. Penso che entrambi possiate fare un ottimo lavoro per quel che riguarda il mercato di Ballarò, siete perfetti insieme. E' un occasione anche per fortificare la vostra amicizia, non credete? >>, concluse molto sicura di sé. Giuseppe, in maniera lampante, ribatté: << Signora Preside, dice sul serio? Come saremo in grado a condurre questo progetto, essendo soltanto in due? Abbiamo bisogno di altri ragazzi, non ce la faremo mai. E sopratutto non c'è nessuna amicizia da fortificare, io non lo conosco questo qui >>. << Non si discute, quel che è deciso, è deciso. Voi due vi occuperete del mercato di Ballarò a partire da questo pomeriggio, perché è da oggi che tutti gli altri gruppi cominciano i loro lavori di approfondimento in aula informatica e in biblioteca per realizzare tutte le ricerche sulla storia dei monumenti da esporre in seguito ai turisti. >> Un vento d'aria gelida attraversò la stanza, e contribuì a rendere ancor di più l'atmosfera tesa e scontrosa. Ismael decise di non fiatare e di non controbattere alle parole della Direttrice, anche perché ciò che ella aveva deciso per loro non gli procurava nessuna emozione forte, si sentiva bene, si, quel duo poteva progettare qualcosa di grande. L'unica cosa che lo spinse ad aprire bocca fu la curiosità sulla monumentalità del mercato di Ballarò, e soltanto Lei avrebbe potuto dargli le giuste spiegazioni. << Vedete, miei cari ragazzi, il mercato di Ballarò non è un comune mercato. E' quel mercato che nel corso degli anni ha mantenuto la sua configurazione ambientale e culturale, che porta con sé un'ostinata resistenza ai cambiamenti dei nostri tempi moderni. E' sempre stato un mercato immutabile, un luogo di raccolta dei prodotti degli antichi villaggi agricoli che si sviluppavano lungo il fiume Kemonia, un santuario in cui ogni giorno si svolge la stessa peculiare liturgia. E' troppo fondamentale per i cittadini Palermitani, e non solo, direi, da un po' di anni a questa parte. Non so se sarò la prima, ma io lo ritengo uno dei più affascinanti monumenti della nostra città “Tutto Porto”. >> I ragazzi ringraziarono la Preside per la sua disponibilità nell'aver tenuto quell'inaspettato colloquio, e lasciarono la sua stanza. Ismael, che solitamente non trovava mai il coraggio di farsi avanti per primo in un dialogo, decise di presentarsi al compagno di scuola. Giuseppe, in maniera molto fredda, ancora un po' scosso dal pensiero di dover lavorare insieme ad un perfetto sconosciuto e per giunta extracomunitario, porse la mano e schivò il suo sguardo, piuttosto invece accogliente. Quella situazione imbarazzava anche lui, non si era mai ritrovato a parlare in genere con i compagni di scuola, né tanto meno con uno così. Fece per parlare, ma ci rinunciò. Provò ancora, ma niente, non riusciva ad esprimere i suoi pensieri. Al terzo tentativo, mentre scendevano le scale della scuola, riuscì a comunicare appena ad Ismael quale fosse l'orario in cui si sarebbe fatto trovare in aula informatica puntale per cominciare i lavori, e Ismael fu d'accordo. Ambedue presero due strade differenti, e andarono via senza salutarsi.

Qualcosa di misteriosamente inspiegabile agitava i ragazzi che, immersi nelle loro faccende, ognuno nella propria bottega di famiglia, rendeva loro particolarmente attivi e collaborativi con i rispettivi genitori. Si fece l'ora di avviarsi verso scuola, e senza volerlo, i due ragazzi si incontrarono all'angolo della Via Nasi Nunzio, a due passi dalla scuola e da Ballarò. Vi fu solo un attimo in cui, presi alla sprovvista, i due non seppero cosa dire. Poi, silenziosamente camminando, si diressero in Via S. Nicolò all'Albergheria per poi giungere al Croce. In aula informatica quell'imbarazzo iniziale fu costretto a scomparire, per via delle circostanze che li obbligavano ad uno scambio reciproco di idee. Stranamente Ismael e Giuseppe ottennero qualcosa di concreto nell'aver assemblato e reso coesi i loro piani, circondati da un'armoniosa atmosfera. Iniziava a prendere forma un'attività che aveva sia l'obiettivo di valorizzare il mercato da molti considerato squallido e senza valore, che rendere partecipi gli stessi commercianti, i quali avrebbero potuto arricchire così l'immagine compositiva e d'impatto dell'antico mercato. Solo una vaga idea di come rendere alternativo il progetto “La città adotta un monumento”, ma ai ragazzi elettrizzava specialmente la visione, che di fondo avevano avuto entrambi senza saperlo, rivolta a coinvolgere le botteghe delle loro famiglie, per poter fare loro acquisire, in questo modo, maggiore visibilità e, di conseguenza, una maggiore affluenza di turisti, clienti, ed affari.

I pomeriggi di duro lavoro intensivo sul mercato si susseguirono velocemente, e i due compagni di scuola, oltre ad accomunare le proprie idee, dalle quali ottennero risultati esorbitanti, cominciarono ad instaurare un legame sempre più forte. Adottare Ballarò significava non solo accogliere il mercato in sé e per sé, ma anche le persone che lo componevano. I commercianti di ogni bottega avrebbero dovuto rendere più allegro e attraente il proprio stand, attraverso qualsiasi forma di ingegnosità, che includesse anche lo svolgere di alcune attività, come recitare una poesia in dialetto siciliano o un atto di un'opera teatrale, cantare una canzone, esporre fotografie personali con particolari espressioni esilaranti, allestire il proprio bancone con originali scenografie o composizioni floreali, e così via. Tutto ciò doveva essere realizzato nell'arco di un mese. Non era un'impresa facile, ma neanche impossibile. Giuseppe si dimostrò essere non più quel ragazzo apatico che era sempre stato, bensì uno studente volenteroso e solerte in quell'opera di ottimizzazione del sacro luogo degli esercenti palermitani. Le ricerche in biblioteca e in aula informatica, però, non furono sufficienti a soddisfare le loro curiosità. Sentirono l'esigenza di indagare direttamente sul campo, ed osservare con i loro occhi ogni minimo particolare che avesse bisogno di essere perfezionato. Decisero di fare visita al mercato un giorno di sabato, dal momento in cui, per via della settimana corta, non si svolgevano lezioni scolastiche. Il loro tour investigativo durò l'intero giorno, poiché le operazioni di convincimento di ogni singolo affarista a partecipare alla loro iniziativa, considerate le grandi dimensioni del mercato, furono parecchie e altrettante furono le delusioni apportate dalla scontrosità di molti di loro. Giuseppe e Ismael continuarono ostinatamente le loro inchieste, nel corso delle quali scoprirono la vera identità del mercato di Ballarò, quella che fa dello stesso un Fatto Sociale, in cui avviene, oltre ad uno scambio continuo di merci, una vera e propria permuta di saperi ed esperienze. La compresenza di individui appartenenti a culture diverse, dà origine ad un luogo di frontiera, i cui i migranti, componenti ormai essenziali dei rapporti economici del mercato, mettono in circolo le cibarie caratteristiche dei loro paesi di provenienza. Ismael ne ha la piena consapevolezza di ciò. Ed è per questo che decise di condurre Giuseppe all'interno del minimarket di famiglia, tutto in stile arabo, dando la possibilità a molti dei migranti orientali, ma anche a moltissimi palermitani, di degustare quegli alimenti rari. Fu in quel momento che Giuseppe riuscì a comprendere quanto quella famiglia avesse dovuto soffrire per arrivare qui in Italia, sradicarsi da un paese per cercare di essere accettati in un altro, e fronteggiare chi avesse tentato di ostacolare l'apertura della loro attività. Perché Giuseppe è a conoscenza, anche lui, di come vanno le cose tra mercanti. Essendo un quartiere in cui per poter avanzare una qualche intraprendenza bisogna, prima di ogni cosa, passare sotto la supervisione dei Bravi di Don Rodrigo, si sono verificati, nel corso degli anni, molti casi in cui i negozianti hanno dovuto “smontare baracca” per via delle numerose e violente intimidazioni ricevute, anche di morte. Giuseppe non sa se Ismael e la sua famiglia siano stati vittime di questi atti d'arroganza, può ben immaginarlo, ma non trova il coraggio per chiederglielo. Piuttosto pensa sia più opportuno ricambiare la gradevole visita del minimarket arabo, con quella della sua bottega di famiglia. Ismael non avrebbe mai immaginato che lui e il suo nuovo “amico” condividessero una cosa così importante, che da sempre lo ha influenzato nella sua vita, ovvero quella di essere figlio di due commercianti. La bottega dei Fortunato si dimostrò, ai suoi occhi sbalorditi, sorprendentemente grande; al contrario, quella dei suoi genitori non occupava che un'area di 5 metri per 8. La merce da loro venduta riguardava solo la cucina altamente siciliana., prima di tante mete che i palermitani e gli studenti sopratutto, date le vicinanze con tante scuole, ambiscono. L'incontro con i genitori di Giuseppe e Ismael non andò a buon fine. Il signor Fortunato, non appena vide il proprio figlio introdursi nella bottega con un ragazzo straniero, con cui allegramente conversava, gli si avvicinò e fece per picchiarlo, ma si limitò ad urlargli contro di cacciare via quell'individuo, perché altrimenti lo avrebbe accusato alla polizia di tentato furto. Ismael, che non ci pensò due volte a scappar via, guardò per un'istante Giuseppe, credendo che di fronte al padre prendesse le sue difese, e gli spiegasse che in realtà non ci sarebbe stato niente di cui temere, perché erano amici. E fu proprio di quell'amicizia, in cui aveva tanto creduto, che improvvisamente ne rimase deluso. Giuseppe non batté ciglio, non fiatò. Si limitò a guardare andar via Ismael correndo.

Era come se un grande muro fosse sorto tra i due ragazzi. Per giorni a scuola neppure si salutarono e i lavori del progetto rimasero sospesi. Restava solo una settimana, e poi si sarebbero avviati i programmi da guide turistiche nei vari monumenti. Al momento Ballarò rimaneva l'unico scoperto, poiché sia Ismael che Giuseppe avevano preso la decisione di rinunciarvici.

Ismael, era un ragazzo fortemente emotivo, e non riusciva a cancellare dalle sue memorie quell'orribile scena in cui il Signor Fortunato l'aveva denigrato in quel modo. Che cosa aveva fatto per avergli riservato quel trattamento? Furono tante le domande che continuò a porsi per tutto l'arco di tempo in cui lui e Giuseppe rimasero distanti, ma che sopra ogni cosa lo tormentarono; non raccontò nulla dell'avvenimento ai suoi genitori, per non procurare anche a loro una tale sofferenza. Decise di tenere tutto per sé, atto che lo porto a spegnersi di quella lucentezza che lo distingueva dagli altri ragazzi, in particolar modo per la sua voglia di vivere.

Dopo il furioso gesto del padre di Giuseppe, cominciarono in casa Fortunato infinite discussioni, terminate anche con pestaggi. Giuseppe sapeva che il padre non avesse un buon rapporto con i “neri”, come li appellava lui, ma stentava a credere che un tale fatto lo avesse portato a reagire in quella maniera nei confronti di Ismael. Quel ragazzo sarebbe potuto essere l'amico che Giuseppe non aveva mai avuto. Si era reso conto, stando a contatto con lui, di quanto fosse stanco di essere l'apprendista eterno del padre; aveva bisogno di coltivare il proprio, e sopratutto personale progetto di vita, lontano dallo sguardo ossessivo del padre. Sentiva necessariamente il bisogno di recuperare quell'amicizia, sembrata ormai perduta. In uno dei tanti giorni in cui decise di affrontare a quattrocchi il padre, venne fuori la scandalosa verità. Il padre confessò che, poco dopo la sua nascita, una sera in cui si trovava in bottega per ultimare le ultime sistemazioni prima della chiusura, un uomo dalla pelle scura, con in mano un pugnale, gli si avvicinò minacciandolo di morte se non gli avesse procurato tutti i soldi incassati. Mentre raccontava ciò, il padre di Giuseppe cominciò a sudare freddo e a tremare. L'uomo, vedendo l'impassibilità del Signor Fortunato dietro la cassa, principiò ad agitarsi e corse in fondo al negozio con l'intento di derubare più alimenti possibili, ma trovò la moglie del Signor Fortunato, con in braccio il piccolo Giuseppe. La sua malvagità lo indusse a scagliarsi contro la donna, che in un gesto fugace fu abile a depositare il bambino dentro una cesta per evitare che l'uomo potesse colpire anche lui. L'uomo non riuscì a commettere quell'azione, poiché fu subito frenato dal Signor Giuseppe che, tempestivamente, si precipitò dietro all'uomo e, afferrandogli il polso della mano con cui teneva l'arma, riuscì a sottrargliela. La situazione precipitò in una serie di percosse tra i due rissosi. Stremato e ormai fragile, l'uomo scuro andò via trascinandosi per terra fino a fuori il negozio. Il Signor Fortunato, anch'egli debilitato, ebbe la forza per urlargli contro << Non farti vedere mai più! E ringraziami se non ho chiamato la polizia! >>. Dopo ciò che era accaduto quella notte, il Signor Fortunato giurò a sé stesso, per la salvaguardia della propria consorte e del suo unico figlio, che mai più avrebbe permesso di valicare la soglia della loro bottega ad un extracomunitario, per nessuna ragione al mondo. La promessa del padre di Giuseppe era cinta da un vortice di pregiudizi legati ai migranti, di cui non ne era cosciente, ma che scaturivano da un indomabile terrore che potesse ripetersi, ancora una volta, quella terribile mossa che gli avrebbe portato via tutto ciò a cui teneva di più al mondo. Giuseppe, che finalmente aveva colto quella che era la vera personalità del padre, ovvero quella di un uomo psicologicamente insicuro e fragile, era disposto a perdonarlo per l'accaduto in bottega con Ismael. Comprendeva solo in quell'istante che tutta l'iperprotettività apportata dal padre nei suoi confronti era causata da un precedente trauma vissuto. Ma ciò che, invece, avrebbe dovuto realizzare il padre di Giuseppe è che la criminalità non ha razza, non ha colore, non ha nazionalità. Giuseppe avrebbe aiutato il padre a smorzare quella combustione da sempre viva di preconcetti, a partire dal suo amico Ismael. Nulla era perduto. Dopo aver ottenuto un accordo con il padre, Giuseppe uscì di casa, e corse al minimarket della famiglia di Ismael. Lì, infatti, vi trovo il ragazzo, seduto su di uno sgabello, con un libro tra le mani. << Ismael, ti devo parlare! >> esclamò Giuseppe, ancora con il fiatone. Il ragazzo, alzò lo sguardo dal libro in cui era immerso, e non appena rivide il suo caro e vecchio amico, spuntò sul suo volto un enorme sorriso di sollievo e di felicità. Non servirono le parole, bastò osservare l'espressione del volto di Giuseppe, per capire che era giunto lì per porgli le sue scuse. Così i due ragazzi si abbracciarono, intuendo per davvero quale fosse il vero significato di amicizia.

Mancavano tre giorni, e la fiera dei monumenti sarebbe cominciata. L'opera di valorizzazione del mercato di Ballarò poteva ancora compiersi. Il tempo rimasto era realmente poco, ma insieme ce l'avrebbero potuta fare. Ballarò poteva assumere un nuovo aspetto, che avrebbe reso mercanti, turisti e passanti gioiosi e fieri di quella realtà. In soli tre giorni, Ismael e Giuseppe unirono le loro forze, proprio come ai vecchi tempi, e riuscirono a ottenere un progetto talmente splendido, che perfino la Preside ne rimase commossa. << Sono fiera di voi, ragazzi. Avevo presupposto sin dal primo vostro incontro che insieme avreste costruito qualcosa di grande, ma non mi sarei mai immaginata ci sareste riusciti in maniera così eccelsa. Complimenti, mi avete sbalordita. Sono sicura che a contribuire alla buona riuscita di questa iniziativa sarà stata la vostra unità. Consideratemi una vostra prossima turista, a cui dovrete mostrare tutto quello che mi avete presentato oggi qui, cartaceo. >>

Il giorno d'iniziazione arrivò, in un clima abbastanza teso e prolifero di agitazione. Anche gli animi dei mercanti coinvolti si percepiva fossero abbastanza irrequieti. La serenità e la voglia di rendere tutto più allegro e magico arrivarono con il primo gruppo di turisti che si avvicinò ad Ismael e Giuseppe, i quali mostrarono con maestranza il peculiare simposio. Ismael e Giuseppe erano riusciti a coinvolgere circa 50 mercanti, i quali avevano aderito con grande interesse, e abbellito i loro banconi tramite oggetti esemplificativi e divertenti. Tra questi vi fu anche chi decise di appostare dinanzi la propria bottega un incantatore di serpenti, attrazione più ambita dalla gente. Quell'atmosfera festosa si prolungò per tutti i giorni previsti per il progetto. I due compagni di scuola, artefici di quella costruttiva esperienza, erano riusci per davvero a dare colore e vivacità a quel mondo fenomenico e sensibile, riuscendo a far emergere quei tratti di intercultura e di pacifica integrazione insiti a Ballarò. La preside, in tutto ciò, aveva avuto ragione, aveva da sempre avuto ragione. Le sue profezie non erano andate così lontane da quello che poi si è concretizzato in realtà. Ballarò è ormai diventato un film d'animazione, in cui non si svolgono solo le classiche attività di mercanzia, bensì anche tutto quello che concerne l'arte, la storia, lo spettacolo, la recitazione, la letteratura. In una sola parola, l'Arte. Una meta raggiunta grazie a qualcosa di affascinante, misterioso, dinamico, quale è l'Amicizia, primo di tanti valori di un arcobaleno che oggi riveste il mercato di Ballarò.

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