Utilizzo dei cookies

Questo sito utilizza i cookies. Utilizzando il nostro sito web l'utente dichiara di accettare e acconsentire all’utilizzo dei cookies in conformità con i termini di uso dei cookies espressi in questo documento.

Decrease font size Default font size Increase font size

Articles

Ballarò tra rilancio culturale e degrado dilagante

di Lisa Ania Lima Cardoso e Alberto Migliore (Liceo Vittorio Emanuele 5° F)

Molte città sono nate con l’idea di creare poli di incontro con realtà differenti; per commerciare, è vero, ma anche per conoscere qualcosa di diverso. Palermo è una di queste. La sua storia potrebbe essere ripercorsa semplicemente osservando l’evoluzione del suo nome, dalla Zyz fenicia dell’VIII secolo a. C., alla Balharm araba, fino ad oggi. E’ nata come un grande mercato, e nei mercati risiede la sua essenza più profonda.

FotoMercatowebPercorrendo i vicoli di Ballarò, il più antico fra questi, non possiamo che sentire linguaggi differenti, ma vediamo anche una realtà traboccante di degradazione, come traboccanti di rifiuti sono i cassonetti su cui povera gente è costretta a scavare alla ricerca di qualcosa. Povertà ed ignoranza sono l’altra faccia del mercato, ed hanno come vittime inconsapevoli i bambini, che ai banchi di scuola preferiscono le bancarelle. “Me l’ha imparato mio padre” sono soliti rispondere. L’ associazione “Santa Chiara” è stata pensata proprio per accogliere i più piccoli, a prescindere da religione o etnia, proponendo loro attività didattiche e ludiche. Così, mentre in Europa stanno tornando di moda i muri, è pur vero che il quartiere dell' Albergheria è divenuto un centro nevralgico di culture differenti, dove lo spazio si dilata, scardinandosi dalla credenza che esso possa appartenere solo ed esclusivamente ad una realtà autoctona.

Diversità qui è accettazione, integrazione, ma sopratutto "interazioni positive" che non lasciano spazio a emarginazione e misantropia. E’ un universo in movimento, che rifugge la sedentarietà e che riflette la natura migratoria dell’uomo. Infatti, prima di analizzare ogni realtà, si dovrebbe sostituire la parola immigrato ed emigrato con quella di migrante, secondo la definizione dell’antropologo Alain Tarrius. Quelle stesse etnie, che un tempo fondarono e popolarono Palermo, stanno oggi ritornando in quegli spazi dove aspetti tradizionalmente siculi accettano di buon grado la convivenza con esse. Ed è per questo che la domenica, giorno di riposo per i lavoratori palermitani, sembra di essere trasportati all’interno di un villaggio africano, tra abiti di colori vivaci e il suono coinvolgente di jambè.

Il mercato palpita di vita, tra architetture effimere, i colori sgargianti delle bancarelle e profumi speziati. Molto spesso è proprio il cibo ad essere uno strumento di coesione e condivisione, e questa è l’ idea dell’associazione “Moltivolti”, creata da alcuni ragazzi all’interno di Ballarò. Molti dei caratteristici piatti siciliani, infatti, sono di derivazione araba (si pensi alla cassata), e lo sanno bene anche i tanti mercanti che lì commerciano. “Qualche arabo ogni tanto una parola la capisce” ci dice uno di questi. Ecco che il mercato diviene un ‘fatto sociale totale’, secondo la definizione del sociologo Marcel Mauss, dove le relazioni reciproche fra gli uomini non investono soltanto gli aspetti economici in senso stretto, ma religiosi, ludici e aggregativi in varie forme.

Tra i tendoni e le merci che invadono la strada, c’è spazio anche per mura fenicie o chiese barocche come quella del Carmine o quella del Gesù, che si ergono solitarie tra edifici screpolati dal tempo, dinanzi allo sguardo molto spesso miope di chi sembra non accorgersi della loro inestimabile bellezza artistica, apprezzata sopratutto dagli occhi dei tanti turisti. Ma alla ricchezza artistica si accompagna una molteplicità di contraddizioni: quotidianamente le strade divengono piazze di spaccio, o si assiste ad atti di intimidazione mafiosa, come quello al ‘Pub Ballarò’ di via Nunzio Nasi, vittima nel settembre scorso di due incendi dolosi, e da poco coraggiosamente riaperto. Non mancano infatti le iniziative di chi punta al rilancio dello spopolato e, per certi versi, abbandonato quartiere: dalla restituzione di luoghi al pubblico, come Piazzetta Mediterraneo, a eventi di ampio respiro come il carnevale sociale.

Come è avvenuto nella stessa Palermo, il deposito della memoria del mercato si è andato arricchendo delle influenze dei diversi popoli che l’hanno percorso. E le calde basole sotto il cocente sole siculo sembrano essere state scolpite dal calpestìo millenario di chi le ha attraversate nei secoli, accompagnati dallo scorrere dell' oggi sottostante Kemonia. Tocca a noi essere memoria vivente di queste ricchezze.

 

App Noma

udc1

www.webzoom.it by Nino Pillitteri