Utilizzo dei cookies

Questo sito utilizza i cookies. Utilizzando il nostro sito web l'utente dichiara di accettare e acconsentire all’utilizzo dei cookies in conformità con i termini di uso dei cookies espressi in questo documento.

Decrease font size Default font size Increase font size

Articles

I molti volti di Ballarò

di Silvia Cipriano e Walter Di Chiara

«Mi pare che questi nuovi che arrivano sono qui più per vendere che per comprare».

È così che ci risponde uno dei fruttivendoli che da generazioni lavorano a Ballarò quando gli chiediamo in che modo vengano accolti i “nuovi arrivati”, quelle persone che abbandonano la propria terra nella speranza di vivere, un giorno, in un mondo migliore.

Le parole pronunciate dall’uomo, che non ha in seguito voluto discutere oltre dell’argomento, sono concise e, al contempo, rivelano un aspro risentimento nei confronti dei migranti che impiantano i propri negozi e le proprie bancarelle nel mercato di Ballarò, uno dei più celebri di Palermo. L’uomo non vuole più aggiungere alcuna parola, ha espresso il suo pensiero in quella sola frase, non è necessario che dica altro. È da questa breve frase che si evince la sua opinione: di certo, quelle donne, quegli uomini, che sono da pochi anni entrati a far parte del loro campo lavorativo, sono poco graditi da quelli che, come lui, da assai più tempo sono stati legittimati a lavorare in quel luogo. Già, legittimati, perché non è facile poter aprire e mantenere una bottega, una bancarella o persino un pub in quel quartiere senza avere prima avuto il beneplacito del capomafia locale.

È questo uno dei più oscuri aspetti che circondano la pesante aura del mercato.

Certo, nel quartiere dove sorge il mercato, nascono oggi realtà che danno una nuova speranza per il raggiungimento di una maggiore integrazione per gli immigrati nel capoluogo siciliano. Oltre al lavoro svolto dal centro salesiano della chiesa di Santa Chiara, c’è Moltivolti,che si configura come un’impresa sociale tra le più importanti in quella parte della città.

Quello che sembra essere un semplice ristorante rappresenta uno spazio di coworking per le associazioni che si impegnano nel volontariato (una fra tutti il laboratorio “Zen insieme”); non soltanto a Ballarò, ma anche in altri quartieri difficili di Palermo.

Il locale dedica un innovativo spazio alla ristorazione, propone piatti che variano dalla cucina tipica siciliana, a quella etnica dei molteplici popoli che cominciano a far parte della zona. Lo staff che vi lavora, infatti, tra cuochi e personale, si caratterizza di certo per la sua multiculturalità: ne prendono parte, oltre agli indigeni Siciliani, ragazzi dello Zambia, del Senegal, etc. All’interno degli spazi dell’associazione vengono organizzati eventi e serate multiculturali, dedicate a favorire l’integrazione e la convivenza fra più culture.

Ma torniamo al mercato. Loro, gli immigrati che vivono questo luogo, cosa ne pensano?

Abbiamo parlato anche con alcune di queste famiglie provenienti da altre città, da altri Paesi.

Si dicono soddisfatti del loro lavoro, non hanno problemi. Non appena chiediamo, però, a uno di loro se possa vendere o meno gli stessi prodotti di un qualunque altro negoziante del luogo,ci risponde ridendo: «No, quelli, altrimenti, mi ammazzano». Ricambiamo la risata, per cortesia, nulla più. Il nostro, ma in fondo, anche quello dell’uomo, è un riso amaro. Ridiamo, sì, ma non possiamo che compiangere la situazione di arretratezza del nostro mercato, della nostra città, dell’Italia intera su queste dolenti note. È possibile che si neghi ad un individuo di poter vivere e lavorare liberamente solo perché appartiene ad un’altra etnia? Ma ancora di più: è possibile che una certa fazione politica (solitamente posta a destra) faccia leva su questi penosi punti che costringono il meridione del Bel Paese a uno stato di arretratezza?

Sì, è possibile, nell’isola, nel Paese delle contraddizioni è più che possibile.

 

App Noma

udc1

www.webzoom.it by Nino Pillitteri