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Pareto, per gli studenti Mario una...favola

Fine anno all'istituto Tecnico Economico "V. Pareto" di Palermo, festa degli studenti che si sono esibiti in una sorta di Festival, con musica e canzoni live, ma anche con il meglio delle attività eleborate durante l'anno scolastico. E così una classe ha presentato una raccolta di favole, con testi e disegni dei ragazzi, un'altra ha presentato un racconto di vita e di memoria. Protagonisti, in entrambi i casi, due vittime della mafia, Mario Francese, il gironalista assassinato in viale Campania (proprio a poche centinaia di metri dalla scuola) e il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, caduto in un duplice agguato a Ficuzza nell'agosto del '77. L'iniziativa rientra nell'ambito della seconda edizione del Progetto " La scuola adotta un Testimone di legalità".     download ilcoraggio_degli_eroi

Nella raccolta di favole, lavoro coordinato dalla professoressa Anna Cosenza Toscano, il protagonista è Mario, detto il Francese. I ragazzi, giocando con la fantasia, hanno immaginato un personaggio indomito, generoso, attento ai bisogni della società, sempre in prima fila contro il male. Mario come un supereroe dei fumetti, un cantastorie, un pompiere coraggioso che si lancia contro le fiamme che minacciano la società con le pompe di inchiostro. Ma anche Mario come l'uomo delle...Sacre scritture, che parlano di verità e giustizia. Ma Mario non è un supereroe immortale, i cattivi infastiditi dalla sua azione e dal suo cuore, alla fine lo uccidono, ma la gente non si dimentica di lui e continuerà a cantare le gesta di Mario detto il Francese.
Un lavoro vivace apprezzato da Giulio e Fabio Francese, figli di Mario, che in sala hanno applaudito il lavoro dei ragazzi. "Purtroppo non è andata come nella favola - ha detto Giulio Francese - per 20 anni Palermo si è dimenticata di mio padre e della sua generosità. Ora le cose, per fortuna, sono cambiate e le vostre favole, il vostro entusiasmo, la vostra energia ci dà motivo per sorridere e sperare in un vero cambiamento"
Il racconto su chi era il colonnello Russo, il suo essere uomo delle istituzioni ma anche marito e padre affettuoso, lo ha letto la nipote Giulia, 17 anni, che il nonno non ha conosciuto, ma di cui sente forte e viva la presenza. Giulio Francese ha abbracciato Giulia, ha parlato di questa strana coincidenza che per un giorno ha posto fianco a fianco suo padre e il colonnello, due "esperti" della mafia corleonese di Riina e Provenzano di cui, nei rispettivi ambiti, hanno cercato di tracciare un profilo, consci della sua ascesa e della sua pericolosità. Il figlio di Francese ha raccontato come dopo la morte del colonnello Russo, suo padre si sia buttato a capofitto sulla vicenda, scrivendo un'inchiesta a puntate sui lavori della diga Garcia, un "terreno minato" sul quale si erano concentrati i grandi interessi della mafia e in cui collocava la morte del colonnello Russo.
Ha quindi preso la parola Laura Ammannato, coordinatrice del progetto "La scuola adotta un testimone di legalità", che ha tracciato un breve bilancio di questa iniziativa, giunta al secondo anno, dicendosi molto soddisfatta dei lavori e dell'impegno dei ragazzi, che ha voluto ringraziare. Alla fine, commossa, ha ricordato la figura di Pina Maisano, vedova di Libero Grassi, morta la sera prima. Un grande applauso si è levato dall'auditorium, per questa donna delicata e coraggiosa, un grande esempio di testimonianza di legalità, che ha sempre spinto i giovani a intraprendere la via di un sano protagonismo.

La guerra e quel cronista ragazzino

I bombardamenti a Palermo vissuti da Mario Francese in un volume che documenta la città martoriata

Pubblichiamo la bella recensione di Tano Gullo, su Repubblica Palermo dell''1 aprile 2016, relativa al libro di Mario Francese e Mario Genco dal titolo "Quando avevamo la guerra in casa", Mohicani edizioni

Ha scansato nugoli di bombe che cadevano dal cielo nell’inferno di quel Vietnam che era la Palermo del ’43, ed è caduto colpito a tradimento sotto il portone di casa dal piombo mafioso il 26 gennaio del 1979. Ha raccontato due guerre Mario Francese, quella mondiale che solo a Palermo ha causato la morte di tremila persone, e la mattanza delle cosche che ha lasciato una lunga scia di vittime prima e dopo gli articoli del cronista ucciso, “colpevole” agli occhi dei boss corleonesi di essere stato il primo giornalista a svelare la loro scalata nell’holding malavitosa.

guer1Mario Francese, nato a Siracusa nerl 1925, quattordicenne di belle speranze arriva a Palermo, dove vive una zia, per frequentare il liceo. Ma piomba subito nell’incubo della guerra. Ancora in calzoncini corti si ritrova a correre inseguito dalle bombe, tra le macerie della città sgretolata, ad assistere sgomento al dimenarsi dei terrorizzati cittadini, al martirio di bambini innocenti. Quelle immagini segnano per sempre la sua vita. La cronaca della “sua” guerra la racconterà anni dopo in un inserto che “Il Giornale di Sicilia” pubblicò nel 1960 per celebrare i cento anni della sua avventura editoriale. Ora quella ricostruzione diventa un libro - “Quando avevamo la guerra in casa”, Mohicani edizioni, 150 pagine, 12 euro - per iniziativa dell’Associazione siciliana della stampa. Nel volume una ricca documentazione fotografica, e interventi di Riccardo Arena, Franco Nicastro e Mario Genco, che ricostruisce una cronistoria esaustiva del martirio siciliano, presa di mira prima dagli aerei francesi, poi da quelli inglesi e infine dalla fortezze volanti americane.
Riportiamo tre frammenti dei ricordi di Francese che ci restituiscono efficamente il ritratto di quei drammatici frangenti da lui condivisi con migliaia di palermitani disperati: «Vedo ancora sfilare, affacciato come inebetito dal balcone della mia abitazione, al corso Calatafimi, quelle interminabili carovane umane di sfollati che cercavano scampo fuori città. Ricordo le grida che sembravano quasi disumane di madri che invocavano il nome dei loro fiigli di cui non sapevano più nulla. Ricordo lo strazio di quegli esseri che, feriti nel bombardamento, facevano appello a tutte le loro residue forze per sfuggire alla morte che sibilava dietro le loro spalle e gli immensi nuvoloni di di polvere sollevati dalle micidiali bombe sganciate...
E ricordo le estenuanti code nelle panetterie per prelevare, con le “tessere”, la razione quotidiana di pasta e di pane; la difficoltà di procurarsi della carne, il prezzo stratosferico delle uova».
Racconta poi gli intrallazzi del mercato nero, il rintanarsi di nobili e plebei nelle grotte della villa del principe di Villa Tasca dietro corso Calatafimi, le centinaia di ragazze costrette a prostituirsi per procacciarsi il cibo. Ma rieccoci al fuoco incrociato, l’artiglieria impotente contro i raid dal cielo: «Un proiettile, già esploso, mi schizzò alcuni metri avanti. Che cosa era un proiettile di fronte a duemila chili di bombe attorno? Non ebbi paura: correvo scrutando il cielo, dove vedevo tre aerei, uno accanto all’altro, quasi sovrastanti il Palazzo Reale. Dietro altri aerei, poi altri ancora. Chiusi gli occhi: già nell’aria sibilava l’urlo della morte, una dietro l’altra le terribili bombe si avventavano contro la terra. Oh quel tonfo mortale!».
I velivoli sciamano e sul terreno restano 16 morti e 41 feriti.

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"Quando avevamo la guerra in casa"

Un Mario Francese inedito, non quello delle inchieste di mafia, degli articoli profondi e sferzanti che davano tanto fastidio a Cosa Nostra, tanto da indurre questa ad eliminarlo. Il Mario Francese in questione è un giovanissimo giornalista che indossa i panni del reporter di guerra, diviso tra Palermo e Siracusa, racconta le bombe che devastarono la Sicilia fino al 1943, fino al momento dello sbarco delle forze alleate nel Siracusano. E lui in quei giorni era proprio lì, diciottenne vivace, che raccoglie l'indiscrezione e la porta agli "abitanti" del rifugio dove si trovavano tra gli altri i suoi genitori, cui pochi giorni prima era stata bombardata la casa.

Della guerra in Sicilia raccontata da Mario Francese si è parlato sabato 19 maggio nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza, dove è stato presentato il libro con questi testi bellici del cronista del Giornale di Sicilia ucciso il 26 gennaio ‘79. Il volume, che porta anche la firma di Mario Genco, altra firma illustre della storia del quotidiano di via Lincoln, è intitolato “Quando avevamo la guerra in casa” (Mohicani edizioni). A volerlo realizzare è stato l'Ordine dei giornalisti di Sicilia. Dentro, dice nell'introduzione Riccardo Arena, presidente dell'Ordine dei giornalisti, "c'è il Mario più autentico e vero, che poco più che adolescente, aveva conosciuta la guerra, una guerra dura, aspra, quella della fame e degli sfollati, dei senzatetto e degli uomini, donne e bambini recuperati dalle macerie, la guerra dei palazzi sventrati, sbriciolati e incendiati, la violenza infinita di un'aggressione che si era ritorta contro la popolazione inerme. Sono spezzoni di memoria individuale e collettiva, quelli raccontati da Mario, una lezione per quanti si avvicinano alla nostra professione".

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Il Belice, Garcia e l'onestà di Francese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione di Valerio Reccardo, cittadino della Valle del Belice (Partanna) e studente della facoltà di giurisprudenza di Palermo che il 30 marzo conseguirà la laurea in giurisprudenza, con una tesi dal titolo:"Spesa pubblica, mafia e politica, il caso del sisma del 1968 del Belice". Si parla dello scandalo della ricostruzione, delle speranze tradite legate alla costruzione della Diga Garcia, del fiume di miliardi disperso in mille rivoli che scatenò inconfessabili appetiti politici e mafiosi, facendo esplodere una feroce guerra mafiosa. Una stagione drammatica raccontata da Mario Francese con le sue inchieste. Ed è proprio su Mario Francese e sulle sue denunce che si sofferma a lungo nel suo lavoro Reccardo, manifestando la propria commozione e la gratitudine per un giornalista "dall'alta coscienza civica, uno dei pochissimi ad avere testimoniato con increddibile lucidità gli scandali della gestione degli appalti durante la ricostruzione post terremoto nel Belice"
di Valerio Reccardo

MARIO FRANCESE, MAESTRO DI GIORNALISMO ED ESEMPIO DI ALTA COSCIENZA CIVICA.

Scrivere di Mario Francese non è semplice anche perché molto è stato già detto sul suo essere un cronista di razza, capace di scovare le verità più nascoste senza remore alcune.

Quello che mi preme sottolineare in questa mia riflessione è il suo essere esempio di alta coscienza civica. Cioè persona capace di vivere e agire con una coscienza critica fuori dal comune. Una persona che non si è accontentata di verità di comodo, ma è stato in grado di osservare, descrivere, ragionare, trarre conclusioni che se in un primo tempo poterono sembrare esagerate, il tempo ha poi riabilitato.

Essendo cittadino della Valle del Belice, tra le emozioni che sento quando si parla di Mario Francese, prevale quella di una immensa gratitudine.

Mario Francese, infatti, costituisce uno dei pochissimi esempi che hanno testimoniato con incredibile lucidità gli scandali della gestione degli appalti durante la ricostruzione della Valle del Belice a seguito del sisma del 1968.

Come cittadino del Belice e come studente – avendo realizzato una tesi di laurea sulla relazione tra afflusso di risorse pubbliche e criminalità organizzata – ho avuto modo di leggere diversi articoli di stampa e inchieste giornalistiche.

Un giudizio assai pesante colpisce, a mio avviso, la stampa stessa. Infatti, alleata a doppio filo com’era - e lo è ancora oggi - con la partitocrazia, ne segue le sorti, quindi se ne fa difensore. Per coprire i veri responsabili del sacco del Belice, va a rifugiarsi nel troppo comodo e scontatissimo argomento della «mafia»; quando l'analisi dei fatti dovrebbe portare a scrivere una verità coraggiosa, ma tanto scomoda, e cioè che la vera ed autentica mafia, responsabile del terremoto morale peggiore di quello sismico, è annidata nei partiti, dove, in un giro vorticoso di miliardi, all'insegna delle opere pubbliche, si uccide spietatamente, ferocemente.  Sicché, scorrendo le pagine delle numerose inchieste giornalistiche sul Belice, raramente verranno colpite le vere responsabilità politiche, ma saranno usate le armi micidiali dello scarico delle responsabilità, delle accuse reciproche.

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Villabate, Mario e Giuseppe ricordati a scuola

di Eleonora Iannelli

“Noi a Mario Francese dobbiamo ricordarlo perché ha avuto il coraggio di scrivere ciò che pensava contro la mafia. Coraggioso, determinato, giusto”. Miriam è un’alunna della quarta elementare della Prima direzione didattica di ‪#‎Villabate‬. Con questa letterina ha accolto Giulio, il figlio del cronista ucciso dalla mafia il 26 gennaio 1979, per il suo amore per la verità e le inchieste sul Giornale di Sicilia. L'incontro si è svolto nell'aula magna della scuola di Villabate nell'ambito del progetto "Meglio il lupo che il mafioso", promosso dalla Fondazione Chinnici.
Gli alunni, assai numerosi, hanno “coccolato” l’ospite con affetto, attraverso tantissimi disegni, pensierini, domande. Volevano ascoltare, sapere, capire. Sono rimasti molto colpiti dalla storia della famiglia Francese, vittima di due tragedie: del papà Mario, ucciso sotto casa, e del fratello minore, Giuseppe, che si tolse la vita nel 2002, a meno di 36 anni. Giuseppe, che all’epoca del delitto aveva 12 anni, non si diede pace per la perdita del padre. Da grande, cercò giustizia e verità con tenacia e coraggio, riuscendo a trovare nuove prove, a far riaprire il caso e convincere i magistrati a riprendere le indagini. Ma, alla fine, quando si celebrò il processo, lui non ce la fece a reggere al dolore e all’angoscia che lo avevano consumato. E si suicidò, impiccandosi. I piccoli amici del “lupo” hanno immaginato, nei loro disegni, che Giuseppe, raggiungendo il padre in Paradiso, gli avesse detto: “Missione compiuta”. Due angeli, uniti dal loro amore per la verità.
“Mio padre è stato un morto dimenticato per oltre 20 anni - ha commentato Giulio - poi finalmente è stato riscoperto e tirato fuori dall’oblìo, come altre vittime di mafia. Stare qui oggi, con voi - ha aggiunto, salutando i bambini - mi ha dato una carica di energia pulita, che mi aiuta a sopravvivere al dolore e a tenere viva la memoria storica”.

Galleria disegni

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