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Il Belice, Garcia e l'onestà di Francese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione di Valerio Reccardo, cittadino della Valle del Belice (Partanna) e studente della facoltà di giurisprudenza di Palermo che il 30 marzo conseguirà la laurea in giurisprudenza, con una tesi dal titolo:"Spesa pubblica, mafia e politica, il caso del sisma del 1968 del Belice". Si parla dello scandalo della ricostruzione, delle speranze tradite legate alla costruzione della Diga Garcia, del fiume di miliardi disperso in mille rivoli che scatenò inconfessabili appetiti politici e mafiosi, facendo esplodere una feroce guerra mafiosa. Una stagione drammatica raccontata da Mario Francese con le sue inchieste. Ed è proprio su Mario Francese e sulle sue denunce che si sofferma a lungo nel suo lavoro Reccardo, manifestando la propria commozione e la gratitudine per un giornalista "dall'alta coscienza civica, uno dei pochissimi ad avere testimoniato con increddibile lucidità gli scandali della gestione degli appalti durante la ricostruzione post terremoto nel Belice"
di Valerio Reccardo

MARIO FRANCESE, MAESTRO DI GIORNALISMO ED ESEMPIO DI ALTA COSCIENZA CIVICA.

Scrivere di Mario Francese non è semplice anche perché molto è stato già detto sul suo essere un cronista di razza, capace di scovare le verità più nascoste senza remore alcune.

Quello che mi preme sottolineare in questa mia riflessione è il suo essere esempio di alta coscienza civica. Cioè persona capace di vivere e agire con una coscienza critica fuori dal comune. Una persona che non si è accontentata di verità di comodo, ma è stato in grado di osservare, descrivere, ragionare, trarre conclusioni che se in un primo tempo poterono sembrare esagerate, il tempo ha poi riabilitato.

Essendo cittadino della Valle del Belice, tra le emozioni che sento quando si parla di Mario Francese, prevale quella di una immensa gratitudine.

Mario Francese, infatti, costituisce uno dei pochissimi esempi che hanno testimoniato con incredibile lucidità gli scandali della gestione degli appalti durante la ricostruzione della Valle del Belice a seguito del sisma del 1968.

Come cittadino del Belice e come studente – avendo realizzato una tesi di laurea sulla relazione tra afflusso di risorse pubbliche e criminalità organizzata – ho avuto modo di leggere diversi articoli di stampa e inchieste giornalistiche.

Un giudizio assai pesante colpisce, a mio avviso, la stampa stessa. Infatti, alleata a doppio filo com’era - e lo è ancora oggi - con la partitocrazia, ne segue le sorti, quindi se ne fa difensore. Per coprire i veri responsabili del sacco del Belice, va a rifugiarsi nel troppo comodo e scontatissimo argomento della «mafia»; quando l'analisi dei fatti dovrebbe portare a scrivere una verità coraggiosa, ma tanto scomoda, e cioè che la vera ed autentica mafia, responsabile del terremoto morale peggiore di quello sismico, è annidata nei partiti, dove, in un giro vorticoso di miliardi, all'insegna delle opere pubbliche, si uccide spietatamente, ferocemente.  Sicché, scorrendo le pagine delle numerose inchieste giornalistiche sul Belice, raramente verranno colpite le vere responsabilità politiche, ma saranno usate le armi micidiali dello scarico delle responsabilità, delle accuse reciproche.

[Leggi di seguito in Read more...]

Del resto, la stampa al servizio della Dc del Pci e del Psi non avrebbe potuto fare diversamente visto  che la «logica perversa» che ha distinto tutta la vicenda Belice proviene direttamente dai predetti partiti: una catena di omertà ha sorretto lo scandalo, balzato al cospetto dell'opinione pubblica in virtù della inimmaginabile condizione di barbarie in cui sono versate le popolazioni belicine nel corso di 12 anni.

Quando nel ’68 la terra tremò vennero stanziati centinaia di miliardi per la ricostruzione. Si progettano nuovi insediamenti urbani, campi sportivi, ponti, autostrade, dighe. L’odore del denaro scatenò una violentissima guerra tra clan per l’accaparramento di appalti e subappalti. I miliardi del terremoto ruppero equilibri mafiosi che in queste zone duravano da secoli, la dominazione dei ricchi latifondisti venne messa in discussione da “picciotti” poco propensi alla mediazione e molto 

portati al guadagno. In pochi giorni vennero costruite imprese edilizie che si accaparrarono gli appalti più danarosi. In breve tempo, la somma prevista per la ricostruzione lievitò in modo abnorme. I miliardi causarono un forte conflitto tra vecchie e nuove generazioni della mafia.

Il sequesto avvenuto nel 1975 ai danni di Luigi Corleo segnò la definitiva scissione tra vecchi padrini collegati con la mafia americana e i corleonesi. 

La guerra di mafia coinvolse le tre province di Agrigento, Palermo e Trapani e chi denunciava gli scandali legati al Belice, come il giornalista Mario Francese, veniva eliminato. 

Francese scoprì che alla base della cruenta guerra di mafia c’erano soprattutto i miliardi stanziati per la costruzione della diga Garcia, un invaso che tocca ben undici comuni e per la cui costruzione si era battuto anche il noto sociologo Danilo Dolci con un digiuno durato 40 giorni.   

Dal 4 al 21 settembre 1977 Francese raccontò sul “Giornale di Sicilia” la storia della diga riuscendo a documentare attraverso soprattutto i rapporti firmati dal colonnello dei carabinieri, Giuseppe Russo, lo spreco, la corruzione e gli intrighi legati a questa.

Francese raccontò, in particolare la storia di don Peppino Garda, boss di Monreale che vendette frettolosamente alcuni edifici costruiti a Palermo in via Sciuti e investì 100 milioni nell’acquisto di alcuni terreni incolti. Si tratta di terreni sui quali sorgerà la diga, che lo stesso Garda trasformerà in lussureggianti vigneti. Tale trasformazione documenta la collusione tra mafia e politica dato che da lì a poco sarebbe stata approvata la legge con la quale verrà stabilito che l’espropriazione di terreni nei quali è piantato il vigneto sarà pagata ben 13 milioni ad ettaro. E Garda intascherà circa un terzo dei miliardi stanziati dallo Stato per la costruzione di tale diga. Altrettanto fecero personaggi come i Fundarò di Alcamo e i Salvo di Salemi.

Francese scrisse tutto ciò quando nessuno aveva il coraggio di raccontare i fatti, di denunciare ciò che sembrava palese ai più, ma che nessuno osava affermare pubblicamente.

L’attendibilità degli scritti del cronista del “Giornale di Sicilia” verrà poi confermata dagli atti della commissione parlamentare antimafia.  

Alla luce di quanto affermato in precedenza è possibile affermare che il sisma che ha colpito la Valle del Belice nel 1968 ha costituito una grande occasione per la mafia, che ha potuto notevolmente rafforzarsi e ha ancora una volta dimostrato la sua capacità camaleontica, cioè la capacità di saper mutare obiettivi a seconda delle situazioni che si presentano.

Appare chiaro, come la mafia manipolando l’assegnazione di fondi pubblici indebolisca effettivamente la crescita, lo sviluppo e gli investimenti nell’area interessata, determinando un depauperamento non solo economico ma anche sociale e culturale.

Ciò è stato possibile non solo per la collusione tra mafia e politica, ormai provata in sede politica e storiografa, ma anche a causa di una omertà che ha riguardato la popolazione tutta e che la stampa non ha aiutato a comprendere salvo rare, rarissime, eccezioni come quella di Francese.

A tutt’oggi, nessuna, tra le popolazioni dei comuni interessati dal sisma, ha mai sentito l’esigenza di effettuare una seria verifica delle dinamiche sociali, economiche e morali che sono scaturite dal terremoto. Eppure se qualche giovane, come me a distanza di anni scrive di tutto ciò e sente l’esigenza di capire e individuare gli scempi e le responsabilità che hanno impedito una rinascita del comprensorio belicino, allora il sacrificio di Francese non sarà stato vano. Anzi a lui non solo bisogna dire grazie perché ha testimoniato con la propria vita cosa significa essere davvero giornalista, ma bisognerebbe dire grazie anche e soprattutto perché ha rappresentato e rappresenta tutt’ora un esempio di cosa significhi vivere e agire con un alta coscienza civica, avere appunto quella capacità di analizzare i fatti con capacità critica, nel rispetto di tutti, e nella consapevolezza che soltanto una società civile capace di confrontarsi, libera da preconcetti originati da pressioni esterne, sulle questioni che la riguardano, è in grado di operare scelte adeguate ad orientare il proprio futuro in modo responsabile.

MARIO FRANCESE, MAESTRO DI GIORNALISMO ED ESEMPIO DI ALTA COSCIENZA CIVICA.

 

Scrivere di Mario Francese non è semplice anche perché molto è stato già detto sul suo essere un cronista di razza, capace di scovare le verità più nascoste senza remore alcune.

Quello che mi preme sottolineare in questa mia riflessione è il suo essere esempio di alta coscienza civica. Cioè persona capace di vivere e agire con una coscienza critica fuori dal comune. Una persona che non si è accontentata di verità di comodo, ma è stato in grado di osservare, descrivere, ragionare, trarre conclusioni che se in un primo tempo poterono sembrare esagerate, il tempo ha poi riabilitato.

Essendo cittadino della Valle del Belice, tra le emozioni che sento quando si parla di Mario Francese, prevale quella di una immensa gratitudine.

Mario Francese, infatti, costituisce uno dei pochissimi esempi che hanno testimoniato con incredibile lucidità gli scandali della gestione degli appalti durante la ricostruzione della Valle del Belice a seguito del sisma del 1968.

Come cittadino del Belice e come studente – avendo realizzato una tesi di laurea sulla relazione tra afflusso di risorse pubbliche e criminalità organizzata – ho avuto modo di leggere diversi articoli di stampa e inchieste giornalistiche.

Un giudizio assai pesante colpisce, a mio avviso, la stampa stessa. Infatti, alleata a doppio filo com’era - e lo è ancora oggi - con la partitocrazia, ne segue le sorti, quindi se ne fa difensore. Per coprire i veri responsabili del sacco del Belice, va a rifugiarsi nel troppo comodo e scontatissimo argomento della «mafia»; quando l'analisi dei fatti dovrebbe portare a scrivere una verità coraggiosa, ma tanto scomoda, e cioè che la vera ed autentica mafia, responsabile del terremoto morale peggiore di quello sismico, è annidata nei partiti, dove, in un giro vorticoso di miliardi, all'insegna delle opere pubbliche, si uccide spietatamente, ferocemente. Sicché, scorrendo le pagine delle numerose inchieste giornalistiche sul Belice, raramente verranno colpite le vere responsabilità politiche, ma saranno usate le armi micidiali dello scarico delle responsabilità, delle accuse reciproche.

 

Del resto, la stampa al servizio della Dc del Pci e del Psi non avrebbe potuto fare diversamente visto che la «logica perversa» che ha distinto tutta la vicenda Belice proviene direttamente dai predetti partiti: una catena di omertà ha sorretto lo scandalo, balzato al cospetto dell'opinione pubblica in virtù della inimmaginabile condizione di barbarie in cui sono versate le popolazioni belicine nel corso di 12 anni.

 

Quando nel ’68 la terra tremò vennero stanziati centinaia di miliardi per la ricostruzione. Si progettano nuovi insediamenti urbani, campi sportivi, ponti, autostrade, dighe. L’odore del denaro scatenò una violentissima guerra tra clan per l’accaparramento di appalti e subappalti. I miliardi del terremoto ruppero equilibri mafiosi che in queste zone duravano da secoli, la dominazione dei ricchi latifondisti venne messa in discussione da “picciotti” poco propensi alla mediazione e molto

portati al guadagno. In pochi giorni vennero costruite imprese edilizie che si accaparrarono gli appalti più danarosi. In breve tempo, la somma prevista per la ricostruzione lievitò in modo abnorme. I miliardi causarono un forte conflitto tra vecchie e nuove generazioni della mafia.

Il sequesto avvenuto nel 1975 ai danni di Luigi Corleo segnò la definitiva scissione tra vecchi padrini collegati con la mafia americana e i corleonesi.

La guerra di mafia coinvolse le tre province di Agrigento, Palermo e Trapani e chi denunciava gli scandali legati al Belice, come il giornalista Mario Francese, veniva eliminato.

Francese scoprì che alla base della cruenta guerra di mafia c’erano soprattutto i miliardi stanziati per la costruzione della diga Garcia, un invaso che tocca ben undici comuni e per la cui costruzione si era battuto anche il noto sociologo Danilo Dolci con un digiuno durato 40 giorni.

 

Dal 4 al 21 settembre 1977 Francese raccontò sul “Giornale di Sicilia” la storia della diga riuscendo a documentare attraverso soprattutto i rapporti firmati dal colonnello dei carabinieri, Giuseppe Russo, lo spreco, la corruzione e gli intrighi legati a questa.

Francese raccontò, in particolare la storia di don Peppino Garda, boss di Monreale che vendette frettolosamente alcuni edifici costruiti a Palermo in via Sciuti e investì 100 milioni nell’acquisto di alcuni terreni incolti. Si tratta di terreni sui quali sorgerà la diga, che lo stesso Garda trasformerà in lussureggianti vigneti. Tale trasformazione documenta la collusione tra mafia e politica dato che da lì a poco sarebbe stata approvata la legge con la quale verrà stabilito che l’espropriazione di terreni nei quali è piantato il vigneto sarà pagata ben 13 milioni ad ettaro. E Garda intascherà circa un terzo dei miliardi stanziati dallo Stato per la costruzione di tale diga. Altrettanto fecero personaggi come i Fundarò di Alcamo e i Salvo di Salemi.

 

Francese scrisse tutto ciò quando nessuno aveva il coraggio di raccontare i fatti, di denunciare ciò che sembrava palese ai più, ma che nessuno osava affermare pubblicamente.

L’attendibilità degli scritti del cronista del “Giornale di Sicilia” verrà poi confermata dagli atti della commissione parlamentare antimafia.

 

Alla luce di quanto affermato in precedenza è possibile affermare che il sisma che ha colpito la Valle del Belice nel 1968 ha costituito una grande occasione per la mafia, che ha potuto notevolmente rafforzarsi e ha ancora una volta dimostrato la sua capacità camaleontica, cioè la capacità di saper mutare obiettivi a seconda delle situazioni che si presentano.

Appare chiaro, come la mafia manipolando l’assegnazione di fondi pubblici indebolisca effettivamente la crescita, lo sviluppo e gli investimenti nell’area interessata, determinando un depauperamento non solo economico ma anche sociale e culturale.

Ciò è stato possibile non solo per la collusione tra mafia e politica, ormai provata in sede politica e storiografa, ma anche a causa di una omertà che ha riguardato la popolazione tutta e che la stampa non ha aiutato a comprendere salvo rare, rarissime, eccezioni come quella di Francese.

 

A tutt’oggi, nessuna, tra le popolazioni dei comuni interessati dal sisma, ha mai sentito l’esigenza di effettuare una seria verifica delle dinamiche sociali, economiche e morali che sono scaturite dal terremoto. Eppure se qualche giovane, come me a distanza di anni scrive di tutto ciò e sente l’esigenza di capire e individuare gli scempi e le responsabilità che hanno impedito una rinascita del comprensorio belicino, allora il sacrificio di Francese non sarà stato vano. Anzi a lui non solo bisogna dire grazie perché ha testimoniato con la propria vita cosa significa essere davvero giornalista, ma bisognerebbe dire grazie anche e soprattutto perché ha rappresentato e rappresenta tutt’ora un esempio di cosa significhi vivere e agire con un alta coscienza civica, avere appunto quella capacità di analizzare i fatti con capacità critica, nel rispetto di tutti, e nella consapevolezza che soltanto una società civile capace di confrontarsi, libera da preconcetti originati da pressioni esterne, sulle questioni che la riguardano, è in grado di operare scelte adeguate ad orientare il proprio futuro in modo responsabile.

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