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I Commissari Ue “scoprono” Mario Francese

Una delegazione dellaCommissione speciale del Parlamento Europeo sulla criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio del denaro, presieduta dall’onorevole Sonia Alfano, a fine ottobre si è recata a Palermo e presso l’aula magna della Corte d’appello ha incontrato magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, delle associazioni antimafia, testimoni di giustizia e familiari delle vittime della mafia, per uno scambio di opinioni sulla lotta al crimine organizzato, per una analisi delle nuove emergenze e i nuovi scenari, con una mafia che ha esteso pericolosamente i suoi tentacoli in tutt’Italia e anche i oltre i confini nazionali.

Tra gli invitati anche Giulio Francese, figlio di Mario, il giornalista del Giornale di Sicilia ucciso il 26 gennaio del 1979 dai “corleonesi” di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Un giornalista che, nonostante i suoi grandi meriti professionali è stato per tanto, troppo tempo, una vittima dimenticata, al pari degli altri 7 giornalisti assassinati in Sicilia. Così Giulio Francese ha voluto, con il suo intervento, far scoprire ai commissari europei la figura del padre e del fratello Giuseppe, morto suicida nel 2002, dopo essere riuscito ad ottenere la riapertura del processo e la condanna di metà della “cupola” mafiosa.

“Mio padre - ha detto Giulio Francese, sottolineando quanto scritto dai giudici nella sentenza - ricostruì prima di tutti i nuovi assetti di Cosa Nostra a metà degli anni Settanta. Fu il primo a capire l’evoluzione strategica e i nuovi interessi della mafia di Corleone”. I giudici nella sentenza, ha continuato il figlio del valoroso giornalista, “nel mettere in risalto il suo straordinario impegno professionale, sottolineano che la strategia eversiva di Cosa nostra avrebbe fatto un salto di qualità con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, un professionista estraneo a qualsiasi a condizionamento, privo di compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia”. La sentenza, 22 anni dopo l’omicidio, “ha interrotto un mortificante silenzio senza giustificazioni e senza senso. Sono stati condannati il killer Leoluca Bagarella, i superboss Totò Riina, Bernardo Provenzano e metà della cupola mafiosa. I corleonesi - ha continuato Giulio Francese - si erano voluti liberare di un cronista scomodo che aveva più volte sottolineato la loro ferocia, che aveva scritto con insistenza della pericolosità di Riina e Provenzano, raccontando i retroscena della lunga catena di morti ammazzati nel Corleonese e dintorni, una mattanza che rappresentava solo la prova generale della strategia di morte che i corleonesi erano pronti a scatenare più tardi a Palermo prima, e in tutta la Sicilia poi. Mario Francese aveva scritto dei loro business, delle società paravento, della costruzione della diga Garcia, il mega-affare miliardario che proietta Cosa nostra nel mondo degli appalti, e che rappresenta l’alba del nuovo impasto tra mafia-economia e politica. Fece nomi e cognomi. Ricevette minacce, ma non ha mai mollato. Anzi voleva approfondire meglio quanto scritto e aveva preparato un dossier in cui tracciava l’evoluzione e la nuova mappa del potere mafioso, dossier che verrà pubblicato solo dopo la sua morte”.

Nei piani della nuova mafia di Corleone, ha aggiunto davanti ai commissari europei Giulio Francese, “c’era la conquista di Palermo e quel cronista, spiegheranno i giudici, in quel momento è l’unico in grado di “decifrare”, prima ancora degli inquirenti, le nuove mosse dei corleonesi”.

Momenti di grande commozione quando si è parlato della seconda vittima della famiglia Francese, Giuseppe, figlio di Mario morto suicida a 36 anni, un anno dopo la sentenza che vede condannati i i boss della “cupola”. Così Giulio ha raccontato suo fratello: “Aveva 12 anni quando è stato ucciso il suo papà. Lo ha potuto abbracciare solo nelle fotografie, le ha cercate ovunque, compresi gli archivi dei giornali, ha coltivato come reliquie i suoi articoli, li ha letti uno per uno, li ha trascritti tutti al computer (ricordo che ai tempi di mio padre si usava ancora la macchina da scrivere). Di questi testi ha fatto il suo tesoro affettivo e conoscitivo. Sì, mio fratello che non era un giornalista ma che il giornalismo lo aveva nel sangue, studiando mio padre è diventato pure lui un esperto di mafia e chiedere verità e giustizia per il suo papà e per i tanti senza giustizia è diventata la sua missione. Non accettava che suo padre fosse stato dimenticato e ha cominciato a scriverne su qualche giornale, visto che altri, più affermati e qualificati non lo facevano”.

Ma il suo grande merito, ha voluto sottolineare il fratello Giulio, “è stato quello di non arrendersi mai alla rassegnazione, spingendo noi fratelli a reagire. Lavorando sulle carte di papà, ha fatto una lavoro pazzesco di ricostruzione, di ricerca di riscontri ai racconti dei collaboratori di giustizia, fino al punto da creare un suo dossier per chiedere, dopo oltre 15 anni di attesa, la riapertura dell’inchiesta. Giuseppe ha vinto. Ha saputo stimolare in maniera intelligente i magistrati che del caso si sono occupati, diventando per loro un punto di riferimento. Non si è risparmiato, continuando a cercare elementi utili, finchè il sogno del processo non è diventato realtà. Un processo lungo, difficile, che ha creato anche non pochi imbarazzi nell’ambiente professionale di mio padre, per certe frequentazioni poco limpide. Giuseppe ha seguito, con un coinvolgimento totale, ogni udienza, ed è uscito stremato dal processo. La sentenza ha sancito la condanna di mezza cupola, ma l’ho visto esultare solo con un mezzo sorriso stanco. Mario Francese non era più un morto di serie B, la sentenza gli restituiva onore e dignità umana e professionale che con un lungo silenzio avevano cercato di sotterrare per sempre. Ma Giuseppe non era più Giuseppe, nonostante la vittoria. Lo sforzo di quell’impegno lo aveva sfiancato, le sue ferite mai rimarginate avevano ripreso a sanguinare con forza. E lui non ce l’ha fatta”.

Giulio Francese ha quindi ricordato che il procuratore nazionale antimafia Grasso ha voluto ricordare nel suo ultimo libro Giuseppe come il nono giornalista vittima della mafia in Sicilia. “Noi, come familiari, non abbiamo particolari rivendicazioni da fare. Solo un grande peso nel cuore. Si parla di vittime di mafia, ma ci si dimentica spesso dei loro cari, lasciati soli con i propri incubi e le loro ferite che non guariranno mai. Eppure tocca a loro, quasi sempre, il compito di tenere viva la fiaccola del ricordo che in tanti hanno provato a spegnere. E’ stata la nostra ragione di vita. E Giuseppe, con il suo impegno, è stato un esempio. Ha dimostrato che i giovani, se vogliono, in Sicilia, come altrove, possono davvero cambiare le cose”.

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