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Milano, 3 maggio giornata della Memoria

«Sono nove, non otto, i giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia». Chi conosce la storia, la storia della mafia, la storia dei martiri dell’informazione, non capisce, pensa si sarà sbagliato. Chi invece sa degli uomini, delle persone, delle esistenze, è perfettamente d’accordo con lui.  A parlare è  Lirio Abbate, inviato dell’«Espresso», giornalista sotto scorta. La circostanza è il 3 maggio, giorno dedicato alla memoria dei giornalisti uccisi. È Milano, questa terza volta di commemorazione organizzata dall’Unci, dall’OdG e dalla FNSI. Con quei trenta nomi letti ad alta voce. Pochi secondi dilatati, nei quali è impossibile non ripercorrere intere biografie, vite di uomini, identità, storie lunghe decenni. Cronisti assassinati dalle mafie e dal terrorismo. Cronisti per cui l’informazione valeva quanto la vita stessa.  E quindi, a Cosimo Cristina, a Mauro De Mauro,a Giovanni Spampinato, a Pappino Impastato, a Mario Francese, a Pippo Fava, a Mauro Rostagno, a Beppe Alfano, va aggiunto un altro nome. Così dice Lirio, e siamo d’accordo con lui. Il nome è quello di un altro Giuseppe. Giuseppe Francese.  «Aveva dodici anni – racconta Abbate – quando vide il corpo del padre colpito a morte sotto casa», sentì tutti e sei i colpi di pistola, scese in strada e vide quel cristo morto gettato nel parcheggio. «Per vent’anni – continua – ha cercato testimonianze, ha raccolto materiali, ha fatto quello che non hanno mai fatto gli inquirenti. Si è fatto giornalista investigativo per regolare i conti col passato. E alla fine è riuscito a far condannare mezza Cupola: Bagarella, Riina, Provenzano e altri quattro». Esecutore e mandanti della morte del primo cronista a fare il nome di Totò Riina su un giornale, sul «Giornale di Sicilia» per il quale seguiva la nera e la giudiziaria. Ucciso perché aveva capito, aveva scritto, della trasformazione imprenditoriale di Cosa Nostra. Degli interessi mafiosi intono alla ricostruzione del Belice terremotato, alla realizzazione della diga di Garcia. Stava  approfondendo. Il suo dossier fu pubblicato postumo. 

«Beh, insomma, Giuseppe ci dedica una vita, e riesce, ce la fa – si infiamma e si commuove Lirio –  trova le prove, e fa mandare all’ergastolo i Corleonesi. Il giorno dopo la sentenza di primo grado, Giuseppe lascia un biglietto, scrive: ho svolto il mio compito, ho fatto il mio dovere, vi abbraccio tutti, scusatemi». E si uccide. Giuseppe è morto, Giuseppe non ha retto. Giuseppe, finito il lavoro, si licenzia, chiede le dimissioni.  Ha scritto Riccardo Orioles di lui: «Ho visto questo Giuseppe una volta sola, a un incontro di giornalisti: una di quelle facce belle e colte di giovani siciliani, con la serietà degli occhiali che combatte con lo scompiglio dei capelli. Aveva qualcosa di amaro dentro, ma non di disperato. E non di disperazione è morto, bensì di solitudine e di stanchezza». Di stanchezza e solitudine è morto il nono giornalista assassinato dalla mafia in Sicilia. Trenta se ne contano ieri. Nove di mafia. Due di terrorismo. Gli altri caduti all’estero mentre raccontavano guerre e sporchi traffici.  A fine maggio, a Milano, saranno trent’anni dalla morte di Walter Tobagi, ucciso da una frangia di terroristi che con quell’omicidio voleva accreditarsi presso le Brigate Rosse. È toccato alla figlia ieri ricordarlo. Benedetta, autrice di “Come mi batte forte il cuore”, sulla storia del padre. Dice Benedetta che c’è differenza tra i giornalisti uccisi dalla mafie e quelli fatti fuori dal terrorismo: «Gli uni freddati per reclamare silenzio. Gli altri per fare il massimo del rumore».

Dice Benedetta, «non chiedetemi cosa avrebbe detto mio padre oggi se fosse ancora in vita», dice «andatevelo a leggere, perché quello che avrebbe detto è già tutto scritto». Ché la memoria, come la storia, non si fa con i se, ma studiando, leggendo, imparando, lavorando.  Giornalisti con la schiena dritta, giornalisti vittime, giornalisti eroi. «No – ammonisce Rosaria Capacchione, collega del «Mattino» sulla quale già da alcuni anni pende la fatwa mafiosa – Non eroi, solo cronisti onesti». Solo cronisti onesti. E tanto basta, in questo assurdo paese, per vivere nel mirino, e per morirci.

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